Team USA trionfa ai Mondiali in Turchia

Kobe, Dwyane e LeBron, fate spazio. Lassù in alto c'è anche Kevin Durant

Team USA vince il quarto Mondiale della sua storia, il primo dal 1994,
battendo a Istanbul i padroni di casa della Turchia. MVP del torneo è
Kevin Durant, nuovo membro oramai di quel club ristrettissimo ai piani
più alti della NBA con Kobe Bryant e LeBron James.

L'avventura della squadra di coach K non è stata facile, fin
dall'inizio. Innanzitutto dobbiamo partire dalle convocazioni. Fuori
tutti, per motivi diversi, gli eroi del Redeem Team di Pechino 2008
che aveva riconquistato l'oro olimpico "all'americana".

Ovvero dominando ogni partita, con i propri migliori giocatori, quasi
nessuno escluso, com'era stato in quella meravigliosa pagina di storia
olimpica chiamata Dream Team. Era il 1992. Nel 2010 Jerry Colanegelo,
responsabile unico del progetto ai Mondiali turchi, ha avuto di fronte
una prospettiva molto diversa.

Ha deciso di formare una squadra giovane, puntando sull'entusiasmo e
sulla responsabilità . Non la migliore squadra possibile, una volta
sfasciato il Redeem Team, ma un gruppo di ragazzi pronti alla
battaglia. Con la testa a posto.

Due sole eccezioni, Chancey Billups e Lamar Odom, poi una stella
appena sbocciata, Kevin Durant, un'altra candidata allo stesso posto,
Derrick Rose, primo violini NBA non veterani come Andre Iguodala, Rudy
Gay e Danny Granger, il necessario cambio ai lunghi lui pure maturo ma
non troppo, Tyson Chandler, poi spazio alla gioventù più arrembante,
da Stephen Curry a Eric Gordon, da Russell Westbrook a Kevin Love.

Sul piano tecnico questa selezione è stata una scommessa. Passi per la
gioventù, i dubbi della vigilia riguardavano soprattutto la mancanza
di sostanza sotto canestro. Tre soli big man, tra i quali Lamar Odom
titolare in un ruolo mai stato suo, Kevin Love più power forward che
centro e Tyson Chandler, unico centro puro, peraltro mai troppo
continuo ad alti livelli.

Secondo me erano tre i motivi storici, forse adesso superati, che una
rappresentativa nazionale americana ha avuto nel contesto
internazionale del dopo Dream Team. Primo. La mancanza di volontà  di
adeguarsi alle regole e al gioco diverso del basket FIBA. Quante volte
abbiamo visto gli americani con la faccia stupefatta dai passi
chiamati dall'arbitro, quante volte non hanno saputo attaccare la
zona, quante volte sono statti battuti dal più semplice dei penetra e
scarica, ancora oggi li vediamo troppo spesso cercare sempre e solo
l'anticipo in difesa per andare in contropiede e ancora, volere sempre
e solo l'isolamento in un attacco veloce, mai costruito.

Su questo il progresso è stato grandissimo. Coach K ha preteso
attenzione e rispetto per gli avversari, e anche se forse solo nelle
due ultime due gare si è visto un bel gioco, i risultati sono stati
confortanti. Finalmente si è portato un tiratore puro, Gordon, per
sfruttare l'arco da tre punti ravvicinato, finalmente si è creata una
squadra gerarchica, con in testa Durant, e non un All Star Team i cui
allenatori dividono solo minuti e possessi delle stelle in campo,
finalmente ancora si è vista una difesa vera, organizzata, e un
attacco per lo meno più ordinato. Il mondo va in America per giocare a
basket e gli americani cercano di calarsi nel contesto a loro
straniero.

Secondo punto. La voglia. I Giochi Olimpici fanno eccezione, perché da
sempre gli americani gli hanno giocati per vincere ma anche lì, e poi
in maniera fragorosa ai mondiali, le motivazioni sono state spesso
infime. Di fronte a squadre che contro di loro sono passati dall'era
in cui guardavano a bocca aperta gli alley-oop a tutto campo al sangue
negli occhi, la bilancia della voglia di soffrire e lottare tra le due
contendenti si è pericolosamente spostata negli anni lontano dagli
USA.

Quest'anno invece ho visto facce di combattenti, ho visto una panchina
che partecipava sinceramente alla tensione in campo, ho visto in
ultimo un gruppo unito. Merito di coach K, merito dei fallimenti
passati e di un orgoglio per la supremazia che è tornato.

Terzo punto. L'oceano non è ancora uno stagno ma si è ristretto. Il
divario tecnico tra il basket USA e quello internazionale si è
oggettivamente accorciato. La NBA oramai è una multinazionale, non è
più da anni il campionato professionistico americano ma la lega che
raccoglie il meglio di tutto il mondo. Non sono gli americani ad
essere calati, il loro talento globale è ancora semplicemente
inarrivabile. Sono gli altri che sono cresciuti. Tutto qui.

Mettete insieme questo punto agli altri e vi spiegherete le delusioni
dei Mondiali 2002 (sesti per un gruppo imploso all'interno), dei
Giochi del 2004 (terzi nonostante la migliore squadra possibile) e
ancora dei Mondiali 2006 (sempre LeBron, Dwyane, Carmelo e compagnia
bella con il bronzo).

Questi Mondiali turchi sono comunque stati sottotono. Mancavano tutte
le grandi stelle straniere del panorama NBA, da Dirk Nowitzi a Manu
Ginobili, e Tony Parker, Pau Gasol, Yao Ming, pure Nenè, Kirilenko,
Stojakovic, Calderòn, Okur e ovviamente Steve Nash col suo Canada e
volendo anche i nostri Belinelli, Bargnani e Gallinari. Chi per un
motivo chi per un altro assenti. Non è stato il miglior Mondiale
possibile.

Un Mondiale che Team USA ha vinto meritando, old fashioned way. Una
sola partita sofferta, contro il Brasile di Barbosa e Tiago Splitter,
quasi persa all'ultimo tiro, poi tutte cavalcate, compreso un +55
all'Angola di eroica memoria. Nel 1992 a Barcellona fu +68.

Dobbiamo essere sinceri. Team USA è stato anche fortunato. Non solo
perché in questi Mondiali, a principio, mancavano le grandi firme, ma
anche perché gli incroci in tabellone sono stati magnanimi. Niente
Spagna, niente Argentina, eliminate per par loro, solo la finale
contro la Turchia padrona di casa poteva essere insidiosa in pre-gara.
Invece Turkoglu e compagni si sono sciolti nel secondo tempo e la
finale potenzialmente entusiasmante si è trasformata in una passerella
per Kevin Durant.

Già , l'ala dei Thunder, miglior marcatore della stagione passata,
secondo per il titolo di MVP dopo LeBron, passa alla storia con un
Mondiale favoloso. Non ci sono parole. E' stato semplicemente un sogno
ad occhi aperti guardare il suo talento cristallino. Grazie per le
emozioni, Kevin.

Oramai è lì in alto, con LeBron, Dwayne e Kobe, e il suo atteggiamento
positivo, da vincente, ha ben tenuto il passo al suo gioco,
elegantemente immarcabile. 38 punti in semifinale contro la Lituania,
28 in finale, uno più bello dell'altro. Mai nessun altro americano
aveva segnato così tanto in un Mondiale.

Lui è la copertina, gioiosa, di questa squadra. Onore anche a Lamar
Odom, che da solo ha tenuto contro i lunghi avversari a rimbalzo, a
Chancey Billups che ha saputo dare un ordine alla squadra (e tante
meravigliose triple), a Andre Iguodala che si è sacrificato in difesa
e ha cancellato spesso dal campo il miglior attaccante avversario.

Resta per il quintetto iniziale Derrick Rose. Che dire, a me è parso
come un pesce fuor d'acqua, completamento a disagio in un contesto in
cui gli spazi stretti e le difese asfissianti hanno reso quasi vano il
suo gioco stile playground, fatto di entrate fulminanti a canestro.

Vederlo una volta di troppo venire stoppato in penetrazione non è
stato bello, così come il suo tiro troppo scarso da fuori per un
basket FIBA in cui ti devi far trovare pronto nel movimento più
frenetico della palla. Persino per una squadra americana. Non c'è
male, resta il fatto che comunque il suo l'ha dato e che, soprattutto,
a me piace così com'è, puro e semplice nel suo stile che forse non
piace oltreoceano ma che sempre al di là  del mare può trovare
ammiratori come me. Lo aspetto a Chicago, lo voglio rivedere sul
cemento. Il vero D-Rose.

Non è un caso che coach K gli abbia spesso preferito Russell
Westbrook, prototipo di un basket moderno dove in punta c'è un atleta,
alto, forte, che dà  muscoli, salti e palleggi con la stessa classe.
Sarebbe piaciuto a coach Boscia Tanjevic, che in finale lo ha sofferto
non poco, proprio lui che impazziva, anche prima di Andrea Meneghin,
per il play alto ed atletico.

Sono usciti dalla panchina anche Eric Gordon, positivissimo, fino ad
espliciti reclami per un suo utilizzo maggiore e Rudy Gay, gioiello
mai espresso del tutto in Turchia ma con lampi di genio. Kevin Love è
stato ingiustamente schierato a fasi alterne, in calando verso il
finale di torneo. Soprattutto all'inizio è stato un modello di
comportamento, presente a rimbalzo come si sogna da un lungo, coi
movimenti giusti in post-basso.

In parte negativo, come Rose, anche Chandler, a volte dannoso con la
sua ingenuità  difensiva. Ma anche lui, di fronte alla batteria di
lunghi avversaria quasi sempre non all'altezza, porta a casa la piena
sufficienza. Sul fondo della panchina Stephen Curry e Danny Granger,
che non hanno mai avuto la possibilità  di accendersi. Personalmente
non avrei portato in Turchia l'ala dei Pacers, doppione inutile del
miglior Gay, ma se i bravi ragazzi avevano precedenza ben venga lui e
non, per dire, un Tyrus Thomas.

E' andata bene così. Team USA si porta a casa un oro che è un ottimo
auspicio per il futuro. Coach K, che aveva fallito quattro anni fa in
Giappone, ha saputo dare un'identità  ad un progetto spesso freddo in
era post Dream Team. Tra due anni a Londra torneranno probabilmente
LeBron e compagni.

L'importante è che si continui così. Il sogno degli USA imbattibili,
degli eroi leggendari che scendono dall'alto pare sia definitivamente
tornato. E non sapete quanto questo mi possa piacere. Sono troppo
orgoglioso di essere italiano ma sul basket non si fanno sconti. Se
così, vincente, ancora di più.

Viva il basket americano.

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