Finals 2010: Analisi tattica (Gara 5)

Ai Celtics quasi non sembra vero: il titolo ormai è a portata di mano.

"Elimination game": si sapeva che in Gara6 una delle due squadre sarebbe stata, per la prima volta in questi playoffs, con le spalle al muro; ci si poteva anche aspettare che fossero i Lakers, visto il pieno di energia che il TD Garden avrebbe (e in effetti ha) conferito ai propri beniamini nella loro ultima prestazione casalinga stagionale.

Non erano in molti, invece, a prevedere che questo verdetto arrivasse dopo la vittoria più netta di tutta la serie, con una prestazione dei Celtics assolutamente dominante in tutti gli aspetti del gioco, tattici, tecnici ed emotivi, ben più larga di quanto il punteggio finale potrebbe suggerire ad un osservatore disattento.

I Celtics hanno messo in mostra una difesa ancor più soffocante del solito, praticamente perfetta negli aiuti con i tempi giusti e nei recuperi fulminei: solo una lunga serie di improvvisazioni di Bryant e qualche rimbalzo offensivo di troppo ha permesso ai gialloviola di contenere il distacco entro margini contenuti, e di arrivare addirittura a sperare in un "colpaccio" negli ultimi minuti che avrebbe avuto del clamoroso, da un punto di vista strettamente tecnico-tattico, invece, la differenza vista tra le due squadre poteva tranquillamente valere 20-25 punti.

Difficile trovare un giocatore peggiore degli altri, in un attacco gialloviola in cui Kobe ha sfiorato il quarantello con soli 27 tiri mentre gli altri hanno segnato 48 punti in tutto; il dilemma, in casa gialloviola, è sempre quello: Kobe è costretto a fare tutto da solo perché il suo supporting cast non sale di livello nei momenti decisivi, o il supportino cast non riesce a salire di livello perché Kobe vuole fare sempre tutto da solo?

Ognuno dia la risposta che preferisce; l'unica certezza è che, in questa serie, l'attacco gialloviola ha iniziato alla grande, facendo a fette la difesa biancoverde quasi a piacimento in Gara1, per poi spegnersi lentamente di partita in partita, fino ad arrivare al baratro di Gara5, in cui sono sembrati letteralmente impotenti di fronte agli avversari, proprio come nel 2008.

Per rendersene conto basta guardare la shot chart di Kobe, respinto sempre più lontano dal canestro di partita in partita: ricorderete che nell'ultima sfida sottolineavamo i 16 tiri da fuori contro i soli 6 tentativi nel corto e medio raggio; in Gara5 sono arrivate ben 21 conclusioni dalla lunga distanza, 6 dalla corta, e nessuna di queste ultime sotto canestro.

Una regressione devastante, partendo da una prima gara con 17 tiri nel pitturato (e ben 10 da sotto canestro, più di quanti ne abbia tentati nelle altre quattro sfide messe assieme)e solo 7 dalla lunga distanza; una regressione che si spiega con un utilizzo del Triangolo non corretto, soprattutto in termini di velocità  di esecuzione.

La packline defense, come già  spiegato nell'articolo di presentazione della serie, si allarga e si restringe incessantemente, seguendo il movimento della palla: ogni difensore ha sempre un occhio sul portatore di palla, pronto a stringersi su di lui nel momento in cui è chiaro che ha scelto di mettersi in proprio, e difende i movimenti del proprio uomo limitandosi ad indietreggiare o avanzare di qualche passo.

Il modo migliore, se non proprio l'unico, per batterla, è attraverso i tagli improvvisi del giocatore senza palla, fatti in modo da portarsi alle spalle del difensore, e quindi imponendogli di interrompere il contatto visivo con il portatore di palla, di interrompere quel diabolico meccanismo per cui ciascun difensore riesce a difendere contemporaneamente contro due o più uomini: tagli che sono (o dovrebbero essere) il pane quotidiano all'interno del triangolo, ma che per funzionare devono essere rapidi, decisi, e soprattutto avvenire nel momento in cui la difesa è allargata al massimo, per "bucarla", e non quando è già  stretta, in cui non fanno altro che intasare ulteriormente le linee di passaggio.

Un movimento astrattamente corretto, ma eseguito senza la giusta rapidità  e decisione, contro questa difesa finisce per essere addirittura controproducente:

In questa situazione la spaziatura iniziale è buona, e Odom serve il pallone a Kobe con i tempi giusti: ci sono tutti gli ingredienti per vedere un bel gioco fluido tipico del triangolo, con Kobe spalle a canestro contro un avversario più piccolo, due tiratori che vanno ad appostarsi, Bynum che lascia libero il pitturato ma allo stesso tempo è abbastanza vicino da sconsigliare l'aiuto del suo uomo.

Manca soltanto un ultimo tocco, cioè un taglio deciso di Odom verso il ferro, facendo in modo di portarsi alle spalle del proprio marcatore e quindi "bucare" inesorabilmente la packline defense: a questo punto Kobe potrebbe scaricare a Odom (che a sua volta potrebbe concludere in proprio o scaricare a sua volta a Bynum sull'aiuto del difensore di quest'ultimo) oppure attaccare Allen, con la certezza che il marcatore di Odom, costretto a voltargli le spalle, non potrebbe pensare anche a lui.

"Candyman" si limita invece a trotterellare pigramente verso il ferro (nella prossima immagine vedrete, dal cronometro della gara, che ha impiegato circa tre secondi per coprire pochi metri): in questo modo permette al suo uomo di seguirne il movimento arretrando senza staccare gli occhi di dosso da Kobe, e permette alla difesa biancoverde di contrarsi, stringendo la packline come un cappio attorno al canestro.

Un movimento del genere non solo non ha fornito a Kobe alcuna valida alternativa, perché Odom resta continuamente marcato e impossibilitato a ricevere un eventuale scarico, ma gli ha addirittura tolto qualsiasi spazio per un buon tiro: anche battendo il proprio difensore, come in effetti avviene, il #24 va a finire letteralmente tra le fauci della packline defense, su un difensore già  posizionato per l'aiuto; in questo caso, un ulteriore, superfluo aiuto di Allen a triplicare un Kobe già  costretto ad un tiro impossibile permetterà  a quest'ultimo di scaricare per una comoda tripla di Vujacic, ma questo tipo di esecuzione pigra ha letteralmente condannato i Lakers alla mediocrità , di partita in partita, come vediamo anche nelle immagini seguenti.

Qui Odom ha tagliato verso il ferro ben prima che Kobe iniziasse il suo movimento; quando il mamba batte il suo uomo dal palleggio, e vede la difesa chiudersi su di lui, Lamarvelous non può essere servito, e permette al suo uomo (Garnett) di difendere contemporaneamente sia la giocata di Kobe che un eventuale scarico verso Gasol o lo stesso Odom.

In quest'altra circostanza sia Odom che Bynum si sono mossi troppo pigramente, e intasano il pitturato senza fornire alcuna reale valvola di sfogo per il #24: praticamente si stanno marcando a vicenda, e contemporaneamente stanno contribuendo a tenere Kobe lontano dal canestro, mentre ogni singolo giocatore in maglia bianca ha i suoi occhi comodamente addosso a Kobe, per poter aiutare su qualsiasi suo movimento.

Solo in pochissime occasioni, soprattutto ad inzio partita, i Lakers hanno dimostrato invece di essere ancora in grado di fare male alla difesa dei trifogli riuscendo ad agire con lucidità  e rapidità  di esecuzione; nelle immagini che seguono, Bynum piazza il blocco e quindi taglia immediatamente, proprio nel momento in cui le maglie della difesa celtica sono maggiormente allargate:

L'elemento cruciale, come al solito, è rappresentato dal movimento dell'uomo del tagliante: se, come in questo caso, il taglio è abbastanza rapido e deciso da costringerlo a voltare le spalle al portatore di palla, o quantomeno a distogliere lo sguardo, la packline è battuta, perché Kobe può servire il tagliante o mettersi in proprio in 1vs1.

Nell'immagine di cui sopra, il mamba premia Bynum, che ha già  preso mezzo passo a Perkins e vola a mettere due punti: va sottolineato che Gasol è nella posizione giusta, perché costringe Garnett a restare su di lui, e quindi lasciare che il tagliante arrivi indisturbato al ferro, oppure aiutare chiudendogli la linea di penetrazione e concedendo un facile scarico "da lungo a lungo" in cui i Lakers, nei loro momenti migliori, danno il meglio di sé.

Se invece il catalano fosse stato in posizione più interna, l'azione sarebbe sfumata, perché Bynum non avrebbe avuto una chiara linea di penetrazione verso il canestro, e KG con un unico movimento avrebbe difeso su entrambi i lunghi avversari.

Il risultato è identico anche in quest'altra situazione, in cui Bynum, dopo un gioco a due tra Bryant e Gasol, taglia fulmineo alle spalle di Garnett:

E' facile rendersi conto che Garnett, per tenere d'occhio Kobe, ha dovuto abbandonare la marcatura di Bynum, che va a schiacciare in beata solitudine l'alley oop del compagno; se il movimento del centro fosse stato meno rapido, come quello di Odom visto in precedenza, KG avrebbe potuto continuare a rinculare verso il ferro ma tenendo sempre gli occhi su Kobe, e quindi vanificando qualsiasi opzione offensiva per i gialloviola, come accaduto nella stragrande maggioranza delle occasioni.

Non è un caso se le migliori azioni dei gialloviola contro la packline defense sono venute da Bynum, e le peggiori da Odom: nonostante gli strali spesso ricevuti in passato, sentendosi accusare di non avere abbastanza âہ¾fame" e rabbia, il ragazzone col #17 ha buttato il cuore (anzi il ginocchio) oltre l'ostacolo: pur essendo evidentemente debilitato ed impedito nei movimento (tanto da non prendere nemmeno un rimbalzo difensivo in oltre 30' di gioco, e senza riuscire ad impedire ai Celtics un'altra prestazione da 75% nel pitturato), Bynum ha comunque mostrato quella abnegazione e quell'energia senza le quali i Lakers non hanno alcuna speranza di evitare la debacle.

Odom, per parte sua, ha "risposto" per così dire alle disastrose prestazioni delle ultime gare con una partita leggermente più attiva ed interessata, ma complessivamente letargica sia in attacco che in difesa (il tassametro è sempre fermo ad una stoppata nell'intera serie).

Sarebbe ingiusto verso la straordinaria efficacia che i Celtics hanno raggiunto sia in difesa che in attacco ridurre i loro successi alla mancanza di concentrazione e "rabbia" agonistica dei Lakers: resta però il fatto che nelle ultime due gare nel New England solo Kobe (e, a sprazzi, Fisher e Bynum) hanno dimostrato di avere quel quid in più in termini di lucidità , aggressività , "fame"; tutti gli altri (ivi compresi, oltre al già  citato Odom, Artest e Gasol, per cui sarebbe necessario un articolo a parte) sono invece sembrati dei corpi estranei, statici ed imprecisi in attacco, pigri nelle rotazioni e poco reattivi in difesa.

Può darsi che l'aria losangelina faccia il miracolo e restituisca ai padroni di casa quella brillantezza ormai indispensabile per battere due volte su due i Celtics: ora come ora, infatti, sembra proprio che i biancoverdi abbiano preso decisamente il controllo tattico ed emotivo della serie, su entrambi i lati del campo, e siano pronti a sferrare il colpo del K.O. già  in Gara6.

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