Nba Finals: Gara3 alla lavagna

Turkoglu è un mano nel prendere sempre la decisione giusta sotto pressione…

In una serie al meglio delle sette gare, solitamente sono le prime due ad essere maggiormente stimolanti da un punto di vista tattico, quelle in cui gli allenatori mettono le carte in tavola; dalla terza gara, i temi tattici sono abbastanza radicati, le squadre iniziano a conoscersi a menadito, e i coach intervengono con aggiustamenti marginali e senza modifiche radicali alle linee guida già  viste in precedenza (a meno che, ovviamente, una squadra non sia in condizioni talmente disperate da tentare il tutto per tutto per disorientare un avversario nettamente superiore, ma non è questo il caso).

I temi tattici di Gara3, pertanto, non presentano nulla di rivoluzionario rispetto a quanto già  visto in precedenza; Stan Van Gundy, dopo aver testato alcuni quintetti “originali” e sperimentali, ha deciso di affidarsi alle cose semplici, alla rotazione che lo ha portato sino a questi livelli: Redick ha collezionato un bel DNP-CD, e probabilmente la sanguinosa palla rubata da Fisher nel finale della sfida precedente sarà  l'ultima azione degna di nota per lui in queste finali; Gortat è tornato al ruolo di “bombola d'ossigeno” di Dwight Howard, giocando soltanto quella manciata di minuti in cui D12 si è seduto a riposare; Alston, totalmente privo di confidenza sul parquet Losangelino, si è visto affidare le chiavi della squadra senza se e senza ma, sgombrando il campo non solo dall'esperimento-Redick ma anche dalla ingombrante ombra di Jameer Nelson possibile titolare, e ha ripagato questa fiducia giocando la miglior gara della sua carriera e, soprattutto, un primo tempo semplicemente irreale dal punto di vista della produttività  offensiva.

Il buon Skip to my Lou non è stato solo, da questo punto di vista: ormai avrete letto e riletto dei record stracciati da Orlando per quanto riguarda le percentuali di tiro, quindi non vi tedierò oltre riportandole un'altra volta; è più interessante andare a vedere perché questo è avvenuto, e soprattutto chiedersi se è stato dovuto ad un collasso della difesa dei Lakers: la risposta, probabilmente, è no.

PnR: ritorno al passato

I lacustri non hanno infatti interpretato male la partita dal punto di vista difensivo: avrete sentito dire da più parti che Gara3 è stata giocata a ritmo più alto, e che questo spiegherebbe la rinnovata verve dei padroni di casa, ma non è vero per nulla; la partita, in realtà , ha avuto gli stessi possessi di Gara1 e due possessi in meno rispetto a Gara2, quindi L.A. si è dimostrata ancora una volta più che efficace nel tenere sotto controllo il ritmo di gara e impedire ai Magic l'utilizzo delle sue armi principali (l'early offense e le triple non contestate).

Quello che ha fatto la differenza è stato proprio il momento di grazia degli esterni in maglia bianca nel primo tempo, che hanno punito la difesa avversaria con una costanza tale da costringere gli ospiti a rivedere il proprio piano tattico contro il pick and roll.

Nelle partite precedenti, come avevamo visto in più di una occasione, i Lakers sceglievano di concedere un ampio “cuscinetto” all'uomo di Dwight Howard, chiedendo al suo marcatore una difesa attendista; per raffreddare i bollenti spiriti degli esterni di casa, i lunghi dei Lakers si sono trovati costretti ad uscire con aggressività  sul portatore di palla, facendo così rinascere la letale circolazione di palla mostrata da Orlando nelle sue migliori performance in questi playoffs:

In questa prima immagine, Alston prende il classico blocco di Howard già  visto e rivisto in continuazione; l'uomo del bloccante (in questo caso Bynum), che solitamente si sarebbe limitato ad arretrare e temporeggiare, esce con decisione per dissuadere Alston dal prendere l'ennesimo tiro.

Alston, infatti, è costretto a rallentare la sua corsa, permettendo il rientro di Fisher, ma l'attacco di Orlando vive per questi momenti: a questo punto, infatti, si è liberata una vera prateria per il classico movimento aggressivo di Howard verso il centro, che il suo play sfrutta con un rapido passaggio schiacciato a terra ad una mano.

Superman riceve e aggredisce il canestro con la sua solita, incontenibile potenza, e a questo punto il pitturato è sguarnito, e non c'è più niente da fare; in questa occasione si prenderà  un fallo da Odom, ma l'azione avrebbe potuto benissimo concludersi con un suo canestro o con uno scarico per uno dei tiratori sul lato debole.

I Lakers si sono trovati quindi nella non invidiabile situazione già  vissuta da Cleveland, finendo per dover scegliere di che morte morire: caterve di canestri per Howard, o facili tiri sul perimetro per i torridi esterni di Orlando? Vediamo come:

La “scacchiera” visiva presenta un aspetto ormai sin troppo familiare per commentarla ulteriormente; anche in questo caso l'ordine di scuderia per Bynum è uscire su Turkoglu, anche lui praticamente automatico al tiro nei primi due quarti.
In questo caso, però, Odom si preoccupa in anticipo del successivo assalto di Howard al pitturato, ed effettua un accenno di pre-rotazione per poter chiudere tempestivamente sul #12; anche Ariza, anziché passare dietro come al solito, si preoccupa innanzitutto di complicare la prevedibile assistenza del turco al suo centro.

I Magic, però, hanno visto sin troppe volte questo tipo di aggiustamento, e sanno benissimo come farlo a pezzi: Turkoglu non guarda nemmeno Howard, raccoglie immediatamente il palleggio e serve direttamente l'uomo di Odom, Rashard Lewis, per la tripla non contestata dall'angolo, il Nirvana dell'attacco di Van Gundy: nonostante il disperato tentativo di recupero, Lewis farà  frusciare la retina; inoltre, come sappiamo, una rotazione di Bryant sul #9 avrebbe portato ad un giro di palla sul perimetro ed un altro tiro da tre non contestato di qualche altro giocatore (lo stesso Turkoglu o preferibilmente Alston dall'altra parte).

La coperta è inevitabilmente corta, se l'azione si sviluppa in questo modo, e comporta altri risvolti estremamente negativi per la difesa, come ad esempio la cattiva copertura a rimbalzo causata dai tentativi disperati di aiuto.

La situazione, anche in questo caso, si è sviluppata nello stesso modo: pick and roll Alston-Howard, Gasol è costretto ad adeguarsi al movimento del #12 per non concedergli una schiacciata non contestata, e la palla finisce direttamente al suo uomo, Rashard Lewis.

A differenza dell'azione vista in precedenza, qui Bryant sceglie di attaccare Lewis per non concedergli la tripla non contestata: “pick your poison”, perché Rashard può prendere in contropiede il difensore con il suo primo passo, oppure far girare ulteriormente il pallone fino a Lee, appostato nell'angolo; Gasol sta cercando disperatamente di chiudere sul tiratore, ma non ha alcuna possibilità .

Il rookie sceglie esattamente la soluzione appena prospettata, parte in palleggio saltando Gasol come un birillo, e va a schiacciare in beata solitudine all'interno di un pitturato “presidiato” (si fa per dire) dal solo Fisher.
Ed è questa l'ulteriore conseguenza dello stile offensivo di Orlando: lo “scramble”, l'affannosa sequenza di aiuti e rotazioni che la difesa è costretta ad eseguire per negare ogni tiro (e solo per trovarsi, al passaggio successivo, ancora più in ritardo sul nuovo giocatore in possesso di palla), fa saltare inevitabilmente qualsiasi ipotesi di posizionamento e tagliafuori a rimbalzo.

In questa situazione, ad esempio, se anche Lee o Lewis avessero tentato e sbagliato una tripla, anziché cercare la soluzione a più alta percentuale, i due centri dei Lakers sarebbero stati comunque, giocoforza, fuori posizione in vista del successivo rimbalzo: si spiegano anche così (oltre al fatto che, ovviamente, sbagliando pochi tiri i Magic hanno anche concesso meno chance di rimbalzo difensivo rispetto alla norma) le deficitarie cifre del temibile trio di lunghi dei gialloviola, limitati al miserrimo bottino di 6 rimbalzi difensivi in tre.

Lakers: 1) il primo tempo

Nonostante le irreali cifre dell'attacco di Orlando, e le suddette difficoltà  a contenerlo, la partita non è stata un massacro esauritosi rapidamente: gli ospiti non solo sono riusciti a mantenere il risultato in bilico sino agli ultimi secondi, ma hanno giocato meglio e tenuto la testa della gara per quasi tutto il primo tempo.

Il che è stato possibile grazie ad un Kobe ispiratissimo nel primo quarto (17 punti nell'arco di 5 minuti e poco più), ma soprattutto grazie ad un attacco fluido, paziente, ragionato, terribilmente efficace: quello che tutta l'NBA ha imparato a temere durante la regular season, e che nei playoffs ha girato a pieno ritmo soltanto a sprazzi.

Andiamo a vedere come si sviluppavano le azioni dei gialloviola nella prima frazione:

Il quintetto è Farmar-Bryant-Walton-Odom-Bynum, e in questo caso Phil Jackson sceglie di iniziare l'azione con Odom come point forward, cercando di far ricevere Kobe in movimento.

Odom passa lateralmente a Farmar e taglia subito verso l'angolo del campo, mentre Kobe effettua un taglio in direzione opposta sfruttando il blocco di Bynum: i Lakers “fingono” in sostanza di predisporre il triangolo sul lato destro del campo (Odom-Bynum-Bryant) per ribaltarlo dall'altra parte (Walton-Bryant-Odom).

La palla perviene a Walton, che cerca subito la prima opzione dello schema (Bryant in post), ma la difesa di Orlando reagisce bene, con Pietrus attaccato a Bryant nonostante il blocco e Turkoglu che nega a Walton un facile passaggio.

Walton allora gira la palla ad Odom e taglia a sua volta aggressivamente verso il ferro: l'idea è sempre quella di servire Kobe in post, oppure Walton sotto canestro qualora Turkoglu sia pigro nel seguirne il taglio.

Il turco, però, reagisce bene, Lewis disturba il passaggio di Odom e Pietrus affronta Kobe con il fisico, spingendolo fuori dal pitturato: i Lakers passano ad un ulteriore step all'interno dello schema.

Odom cede palla a Kobe e taglia a sua volta seguendo la stessa direttrice di Walton, mentre Kobe aggiusta le spalle in direzione del canestro: i Magic hanno difeso in modo impeccabile, senza sbavature, nonostante i numerosi movimenti senza palla degli avversari, ma i gialloviola sono riusciti comunque a creare una situazione di isolation in cui Kobe ha campo aperto sia a destra che a sinistra per poter battere Pietrus, mentre i compagni hanno una spaziatura praticamente ideale.

E' una situazione troppo pericolosa per la difesa, e Nelson raddoppia immediatamente Bryant per togliergli la palla dalle mani o sfidarlo a mettersi in proprio contro due avversari.

Il mamba scarica immediatamente a Farmar, e questi fa proseguire il pallone verso Walton sulla rotazione di Turkoglu.

La difesa di Orlando è ormai sbilanciata: tenta affannosamente di recuperare, ma Walton fa un palleggio e restituisce immediatamente il pallone a Farmar prendendo in controtempo il precipitoso tentativo di Turkoglu di tornare sui propri passi.

Benché la difesa dei padroni di casa non abbia fatto alcun errore tattico (ha invece reagito con precisione e grande rapidità ), l'attacco dei Lakers ha costruito un comodissimo tiro per Farmar, che mette la tripla in beata solitudine.
In diciannove secondi, i gialloviola hanno sfoderato quattro tagli, sette passaggi e un solo, brevissimo intermezzo in palleggio: quando giocano così, è semplicemente impossibile arrestarli, per chiunque.

Lakers: 1) il secondo tempo

Il fatto è che non giocano sempre così: si tratta di uno stile offensivo impegnativo dal punto di vista fisico e mentale, che impone concentrazione ed aggressività  non solo nel giocatore sulla palla ma in tutti i componenti del quintetto.
Spesso e volentieri l'attacco gialloviola si fa improvvisamente statico, con ripetute azioni in palleggio e senza tagli dei giocatori lontani dalla palla, che inevitabilmente fa il gioco della difesa altrui (ed in particolare di una difesa attenta e ben allenata come quella dei Magic):

In questa situazione i Lakers hanno tentato innanzitutto il classico gioco a due laterale tra Kobe e Gasol, mentre i compagni realizzavano il triangolo propriamente detto; le due stelle gialloviola non riescono a sviluppare il pick and roll e ripartono da Fisher, che innesca subito Odom. L'idea è quella di sfruttare le spaziature garantite dalla triple post offense per colpire la difesa dopo che la prima opzione non si è sviluppata.

Dopo la ricezione di Odom, però, solo Fisher ha abbozzato un taglio, ma nessun altro compagno si è degnato di accennare un movimento senza palla: Odom, dopo aver tenuto palla per quattro secondi senza trovare alcuno sbocco, decide di mettersi in proprio e di attaccare l'avversario in palleggio.
E' una partenza da situazione statica, l'attacco mostra una pessima spaziatura, e l'esito è più che prevedibile: errore e rimbalzo difensivo.

Bene, il secondo tempo di Gara3 è stato contrassegnato quasi esclusivamente da azioni del genere, dopo che il primo tempo aveva visto una sequela di splendidi movimenti con e senza palla, tiri non contestati, comode conclusioni negli ultimi due metri: non è sorprendente che, a fronte dell'attacco lucido e funzionale dei Magic, i Lakers non siano riusciti a strappare una vittoria, ed è anzi sorprendente che siano rimasti in partita.

Anche perché Van Gundy ha comunque trovato il modo di inventarsi qualcosa di nuovo, anche in un contesto tattico che, come detto, è quasi interamente “stabilizzato”:

Il “battesimo” di Ariza

In Gara2, Trevor Ariza ha gestito il 16% delle “shooting possessions” dei Lakers; in Gara3 la stessa percentuali, tanto quanto Pau Gasol: non può essere un caso.

Il coaching staff di Orlando ha evidentemente individuato nel #3 l'anello debole del quintetto base gialloviola, adottando in più occasioni un raddoppio sistematico su Kobe con l'uomo di Ariza, ma anche semplicemente “invitandolo” a prendere tiri che, nella gerarchia tecnica dell'attacco losangelino, non gli competerebbero.

Ariza sfrutta un blocco al gomito di Bynum (che taglia subito verso il ferro) e prende il centro dell'area: nonostante la posizione profonda, Turkoglu passa dietro al blocco, per non concedere la penetrazione all'esterno gialloviola, e tiene le braccia platealmente basse; nel linguaggio del corpo del difensore NBA, manca solo un cartello “tira Trevor, tira!” per rendere più evidente le intenzioni del turco.

Dalla sua postazione televisiva, il Van Gundy che commenta critica sdegnosamente la tecnica difensiva di Turkoglu, che però si ripete identica in varie altre occasioni: non può essere una coincidenza, ma evidentemente si tratta di una precisa indicazione dalla stanza dei bottoni, così come il già  menzionato raddoppio sistematico.

Qui Kobe prende il blocco e parte lancia in resta, ma Pietrus chiude immediatamente la linea di penetrazione obbligandolo allo scarico.

In quest'altra occasione, invece, Kobe inizia l'azione dal post medio e riceve il passaggio d'ingresso da Fisher, che poi taglia verso l'angolo: Turkoglu non aspetta nemmeno che Kobe ragioni un attimo, e chiude immediatamente su di lui ignorando bellamente Ariza, ed anche in questo caso l'unica soluzione ragionevole è lo scarico all'ala piccola.

I Magic scelgono quindi di togliere la palla dalle mani di Kobe con un raddoppio molto specifico, proveniente dal giocatore meno tecnico del quintetto gialloviola; un piccolo aggiustamento che può pagare grandi dividendi, soprattutto in casa, a fronte di un avversario che in questa serie si sta dimostrando freddissimo al tiro (30%), dopo aver fatto molto male a Nuggets e Jazz.

Non resta quindi che prepararsi ad una Gara4 verosimilmente decisiva: i Magic sono ancora con le spalle al muro, ma i Lakers non vorrebber o essere costretti ad affrontare una Gara5 in parità  in una Amway Arena infuocata.

I Magic non potranno contare su un'altra giornata epocale nelle percentuali, ma tireranno comunque molto meglio che allo Staples: i Lakers, per parte loro, possono contare sulla maestria di Phil Jackson negli accorgimenti tra una gara e l'altra, e soprattutto nel fatto che dopo ognuna delle 6 sconfitte accusate in questi playoffs hanno sempre vinto, e con un margine medio di 16.8 punti.

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