La rivincita di Rashard Lewis

La firma di Lewis con i Magic ha cambiato di parecchio la geografia della NBA…

Se mi avessero chiesto, una volta entrato Dwight Howard nella NBA, che tipo di giocatore avrei voluto affiancargli sotto le plance, sicuramente avrei risposto descrivendo un prototipo di ala grande con molti punti nelle mani, di altezza superiore ai 2 metri e 05, abile a rimbalzo ma per lo più con caratteristiche perimetrali, capace di schiaffeggiare la retina anche da oltre l'arco.

Quando, nell'estate del 2007, Rashard Lewis decise di uscire dal contratto offertogli dai Seattle Supersonics, Orlando capì che quello poteva essere il tipo di giocatore che stavano cercando per trasformare una squadra di media classifica della Eastern Conference in una contender affermata, in grado di battagliare con le altri due grandi dell'Est, Cleveland e Boston.

Rashard, approfittando del fatto che durante quell'estate sarebbe stato il free-agent più appetito dalle squadre della Lega e, dopo aver valutato varie offerte arrivategli, decise di accettare il mega-contratto propostogli dai Magic: 118 milioni di dollari per le future 6 stagioni e la possibilità  di giocare in una squadra giovane ma molto ambiziosa ed in fase di rapida ascesa.

In un primo momento si pensò che il giocatore non valesse una cifra simile, soprattutto visti gli anni passati a Seattle, in cui certo aveva sempre mantenuto ottime cifre ma non si era mai erto a leader della squadra, un po' perché affiancato dal migliore tiratore puro della Lega, Ray Allen, un po' per le evidenti carenze in alcune fasi del gioco, soprattutto nella propria metà  campo e nella capacità  di migliorare i compagni.

Non tutti però avevano colto come il rischio, secondo il lungimirante Otis Smith, GM dei Magic, valesse la candela: Lewis sembrava fatto dal sarto per collimare perfettamente con il suo compagno di reparto Howard e, con l'arrivo in panchina di un allenatore che prediligesse allenare la sua squadra soprattutto quando era nella metà  campo avversaria come Stan Van Gundy, sicuramente si sarebbero riusciti a trovare gli equilibri giusti per rendere l'attacco di Orlando un rebus insolvibile per le difese rivali.

Ma partiamo dall'inizio. Sweet Lue venne scelto durante il draft del 1998, quello in cui i Clippers selezionarono con la prima chiamata assoluta il centro Olowokandi. Rashard, resosi eleggibile subito dopo i suoi anni trascorsi nella high school texana Alief Elsik, venne snobbato durante tutto il primo giro; pochi vedevano in lui il potenziale che nascondeva dentro di sé. Gli stessi Rockets, che avevano ben 3 scelte prima della sua chiamata puntarono sui vari Dickerson, Drew e Turkcan piuttosto che scegliere un prodotto derivante direttamente dalle loro terre.

Finalmente, con la chiamata numero 32, i Seattle Sonic optarono per questa ala piccola proveniente da Houston ed in quel momento Lewis decise che l'avrebbe fatta pagare a tutte le squadre che non lo avevano selezionato sino a quel momento, con dedica autografata per i Rockets.

I suoi primi due anni nella Lega furono di totale transizione: passò la prima stagione quasi interamente in panchina, mettendo piede in campo solo in 20 gare con medie di punti e rimbalzi bassissime. Durante il secondo anno giocò tutte le 82 partite disponibili ma partendo quasi sempre dal pino e giocando poco più di 19 minuti.

Finalmente il terzo anno fu quello della consacrazione: 78 partite giocate, tutte da titolare, con una media punti di 14,8 conditi da 6,9 rimbalzi per partita. Era chiaro a tutti che lo Steal of The Draft del 1998 era lui e che parecchie squadre della Lega si sarebbero pentite della mancata chiamata.

Negli anni successivi passati nella città  della pioggia, Lewis dimostrò a tutti di poter essere un tiratore micidiale da oltre l'arco dei tre punti ed un realizzatore completo, grazie anche ad un fisico di 208 cm per 104 kg, che gli permetteva di creare continui mis-match con le altre ali piccole che si aggiravano nella NBA. Divenne il primo realizzatore di triple dei Sonic, superando due mostri sacri come Dale Ellis e Gary Payton, rispettivamente al secondo ed al primo posto sino a quel momento.

Nonostante nel 2003 avesse firmato un contratto di 7 anni per una cifra totale di 60 milioni di dollari, grazie alla possibilità  di uscire due anni prima dal contratto e vedendo la situazione complicatissima in cui imperversava ormai la franchigia dello stato di Washington, decise di esercitare l'opzione e scegliere la miglior offerta che gli fosse stata posta sul tavolo.

Ritorniamo così a quella famosa estate del 2007, anno in cui Orlando decise di intasare il proprio salary cap per gli anni futuri puntando su una delle coppie di lunghi più interessanti di tutta la Lega. Lewis in queste due stagioni è diventato una pedina fondamentale nello scacchiere di Van Gundy; il suo utilizzo insieme al turco Turkoglu, molto simile a lui come caratteristiche, impedisce alle difese avversarie di poter compiere scelte radicali nella propria metà  campo perché tali scelte vengono costantemente punite dai due.

Inoltre Howard è una fonte continua di raddoppi all'interno dell'area, il che crea molto spazio sul perimetro. La capacità  di uscire dal raddoppio con uno scarico, seppur inizialmente limitata da parte di DH-12 sta diventando uno dei suoi punti di forza, soprattutto nel caso in cui l'aiuto ritardi ad intervenire di qualche secondo e The Man Child abbia il tempo di pensare.

In questo momento Lewis viaggia ad una media punti di 17,9 con 5,8 rimbalzi per partita. Anche la sua media assist è notevolmente cresciuta negli anni fino ad attestarsi all'ottimo 2,8 apg di questa stagione. Tali cifre gli sono valse la convocazione all'ultimo All Star Game, in cui ha partecipato anche alla gara del tiro da 3 punti, perdendo soltanto dopo una finale tiratissima con Daequan Cook .

La sua capacità  di colpire dall'arco gli ha permesso di essere nell'annata in corso primo sia nella classifica di triple tentate (497), sia di triple realizzate (197 al momento in cui scrivo) con una percentuale stratosferica del 39,6%, più che positiva considerando soprattutto il volume dei tiri presi da oltre l'arco.

Permangono ancora parecchi dubbi sulla sua tenuta difensiva ma, giocando in una squadra che come detto preferisce fare un canestro in più che subirne uno in meno ed avendo alle spalle quel devastante deviatore di traiettorie che risponde al nome di Dwight Howard non è detto che possa finalmente attestarsi come secondo violino di una squadra che punterà  forte al titolo NBA.

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