Houston, abbiamo un problema

Il fade-away di Tracy non ha più la stessa efficacia di un tempo…

Per essere una squadra costruita con lo scopo di arrivare prima al traguardo finale, Houston sta deludendo tutte le aspettative che avevano i suoi tifosi ad inizio anno, lasciando trasparire i segni di una crisi ormai difficilmente sanabile e che comprometterà  probabilmente l’intera stagione.

Non è difficile riconoscere i singoli aspetti che hanno portato la squadra al disfacimento, perché sono talmente evidenti da così lungo tempo che ci si chiede come mai il GM Morey e tutto lo staff dirigenziale non abbia fatto nulla per colmare le enormi lacune all’interno di un roster ricco di talento ma completamente mancante di una chimica di squadra che permetta ai giocatori di esprimersi al meglio sul campo da gioco.

Indubbiamente non si può che partire dalle stelle della squadra, la coppia che dal 2004 ad oggi non è mai riuscita a superare un singolo turno di Play-Off: Tracy McGrady e Yao Ming.

Il primo dovrebbe essere il trascinatore dell’attacco texano, un giocatore dal talento offensivo infinito, capace di penetrare a canestro con uno forza spaventosa così come di arrestarsi e tirare da qualsiasi distanza, con mani da clavicembalista che gli permettono di fare qualsiasi cosa voglia. Ha una visione di gioco che definirei spaziale, un alieno su un campo da basket: per potenzialità  potrebbe essere il numero 1 della pallacanestro NBA, proprio lo stesso numero che indossa sulla maglia, più tiratore di Kobe e con un IQ cestistico infinitamente superiore a Lebron, non è riuscito a diventare l’assoluto protagonista della Lega perché mai completamente integro fisicamente.

Certo, la permanente lotta con infortuni di ogni genere non può essere attribuita al giocatore, va però attribuita all’uomo la poca attitudine a reagire davanti alle difficoltà  a cui la carriera lo ha posto, subendo passivamente le sciagure cestistiche che gli sono capitate.

Nei forum della squadra è passato dall’essere l’idolo indiscusso del Toyota Center a soprannomi poco nobilitanti come “Half a man – Half a season” (facendo il verso ad una leggenda del Rucker Park) e l’ultimo umiliante “Tiffany”, a mio parere sin troppo offensivo per un giocatore che ha regalato al mondo momenti di dominio assoluto su un parquet NBA.

È peggiorato in tutte le statistiche rispetto allo scorso anno ed in generale non manteneva medie simili dalla sua terza stagione nella Lega. La grande differenza nei punti segnati (15,0 ppg questa stagione, 21,6 la scorsa) dimostra la minor aggressività  verso il canestro: il suo gioco parte spesso dalla punta affrontando l’uomo 1 contro 1, ma, non riuscendo più a far esplodere tutto l’atletismo di cui dispone per i dolori alla schiena che lo perseguitano da parecchi anni e che sembrano essersi acutizzati durante questa stagione, si accontenta dell’arresto e tiro cadendo indietro.

Questo gesto tecnico è pressoché immarcabile, il problema è che la fase di spinta non è più quella di qualche anno fa e i difensori avversari riescono a contenerlo piuttosto agevolmente. Inoltre, avendo spesso in mano il pallone all’inizio dell’azione, alcuni allenatori hanno adottato come tattica continuare a raddoppiarlo, con l’intento di rubargli il pallone visto che difficilmente riesce a spezzare il raddoppio in palleggio.

Sino allo scorso anno questa scelta veniva fatta pagare carissimo da T-Mac che aveva la possibilità  di servire assist a ripetizione per il compagno lasciato libero, quest’anno invece sta soffrendo molto in quella situazione di gioco, non riuscendo a liberarsi della sfera con sufficiente lucidità .

Anche il cinese è nettamente in calo per quanto riguarda le cifre rispetto allo scorso anno, ma in generale sembra che non riesca ad incidere più nella gara come faceva qualche tempo fa con il suo assoluto dominio sotto i tabelloni.

A questo proposito però vorrei analizzare più ampiamente il suo gioco all’interno del campo. Gran parte degli schemi nel play-book di Adelman prevedono una ricezione in post da parte del cinese ed, in seguito a tale ricezione, una serie di adeguamenti da parte degli esterni a seconda del fatto che Yao venga raddoppiato oppure no.

Il gioco risulta però in questo modo parecchio monotono e prevedibile e ne risente pesantemente l’efficacia dell’intero attacco. I passatori sul perimetro di cui dispone Houston, a parte Barry e naturalmente Tracy, sono piuttosto scadenti, non riescono a servire con la giusta tempistica il loro centro che spesso si trova molto distante da canestro, costretto a concludere con tiri a bassissima percentuale oppure scaricando la palla sul perimetro nel caso di raddoppio, con la difesa che è riuscita ad adeguarsi, lasciando un tiro forzato dietro la linea da 3.

La sua efficacia si implementerebbe di gran lunga se le sue ricezioni fossero più profonde di quanto lo sono in questo momento: infatti l’abilità  nel ricevere palla in condizioni dinamiche è veramente straordinaria nonostante i 2,23 cm di altezza e il semi-gancio che fa partire da altezze siderali una sentenza a cui non si può sfuggire.

Una soluzione potrebbe essere cercare di portare il pick and roll alto con il numero 4 o addirittura il numero 3 (Artest o Battier) per permettere che, prima della ricezione di Yao, la difesa si sia già  dovuta adeguare ad altre situazioni, lasciando sul lato debole il cinesone che prenderebbe possesso della sfera più avanti nell’azione.

Pare strano che però Adelman non abbia già  pensato a nuovi schemi offensivi; infatti il suo attacco, ai tempi dei Sacramento Kings, è stato uno dei più scintillanti della Lega, non disdegnando affatto il contropiede e lasciando il gioco a metà  campo ad interpreti come Divac e Webber che riuscivano a trovare ovunque l’uomo libero, che fosse un tagliante o un tiratore appostato sul perimetro ed essendo comunque capaci di ottimi bottini personali durante il corso della stagione.

Ora, forse per non snaturare il lavoro difensivo messo a punto dai suoi predecessori Van Gundy e Thibodeau, sembra che la squadra preferisca camminare piuttosto che correre ed anche così si spiega la 17esima posizione nella classifica dei punti segnati (96,94).

Altra scelta che non ha soddisfatto i tifosi è stato lo scambio che ha portato Artest nel Texas: Ron infatti pare non aver ancora capito realmente il suo ruolo all’interno del quintetto. Quando riceve la palla, spesso rompe il gioco chiamato dall’allenatore e compie delle scelte diverse da quelle previste.

È il secondo realizzatore della squadra ma la sua convivenza con Tracy sembra piuttosto complicata nonostante occupino due ruoli diversi, poiché il suo periodo migliore è coinciso con l’assenza del numero 1 per infortunio. La grande quantità  di difesa e aggressività  che mette in campo non è misurabile solo dai palloni che recupera o dalle traiettorie che devia ma la sua comprensione del gioco sembra essere ancora piuttosto limitata.

Le possibilità  di trade sono in questo momento poco attuabili perché se non si vogliono compiere stravolgimenti importanti nel quintetto base per non rinnegare le scelte fatte sino ad oggi, gli unici possibili partenti sono Head e Alston, in cambio dei quali però difficilmente arriveranno giocatori più forti.

L’unica soluzione è sperare che il periodo di crisi venga superato dalla coesione della squadra, magari con una striscia di vittorie, magari proprio 22 e allora i sogni per le finali di Conference non sarebbero più così effimeri.

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