Blue Chips – Basta vincere

Nick Nolte nei panni del coach, un meraviglioso nevrotico.

BLUE CHIPS - BASTA VINCERE

Titolo originale : Blue Chips

Anno : 1994

Genere : drammatico

Regista : William Friedkin

Cast : Nick Nolte, Penny Hardaway, Shaquille O'Neal, Matt Nover, Mary McDonnell, J.T. Walsh, Ed O'Neill, Bob Cousy

Cameo : (nel ruolo di se stessi) : Bobby Knight, Rick Pitino, Larry Bird, Jerry Tarkanian, Dick Vitale, Jim Boeheim, Richard Petruska, Marty Blake, Allan Houston, Rodney Rogers, Calbert Cheaney, Bobby Hurley, Keith Smart, Rick Fox, Chris Mills, Rex Walters

Ancora non mi spiego quale sia il motivo. Perché Blue Chips è tanto sottovalutato ? Perché, come dice anche Federico Buffa in Black Jesus, "convince solo in parte" ? Io l'ho trovato un gran bel film, d'accordo, sicuramente non un capolavoro, ma un film che intrattiene e fa pensare.

Il suo padrone è Ron Shelton, l'autore del soggetto. Un vero specialista dei film di sport, qui solo alla scrittura, ma in precedenza anche dietro la macchina da presa per Bull Durham e White men can't jump. La sua storia ci porta direttamente dentro un sistema, cercando di scoprirne il lato oscuro.

Il mondo del college basket è così colorato per noi spettatori che facciamo fatica ad immaginare tutto quello che c'è dentro. I lati più cupi di questo ambiente sono descritti in questo film con una cura mai più vista prima.

Tutto ruota intorno alla figura del coach. Nick Nolte, diciamolo subito, è per metà  Bobby Knight e per l'altra metà  Jerry Tarkanian, che tra l'altro appaiono entrambi nel ruolo di se stessi insieme ad una nutrita schiera di comparse eccellenti.

Da coach Bobby Knight, leggendario oltre ogni misura allenatore degli Hoosiers di Indiana University, eredita la nevrosi, l'inquietudine profonda, la rabbia, la furia agonistica. Il lancio del pallone con un calcio come se un fosse un punt NFL denota fin dall'inizio che tipo di protagonista vedremo per tutto il film.

Di Jerry Terkanian, beh, eredita il coraggio e la mancanza di morale. Quando il coach dei Runnin' Rebels andava a pescare nei playground dei quartieri più degradati d'America giovani talenti altrimenti perduti per colpa della droga o di chissà  che, dava loro una chance importante e al resto della NCAA una lezione di coraggio.

Quando lo faceva, se veramente lo ha fatto, con trucchetti tipo facilitazioni ai test d'ammissione, occultamenti sulla carriera accademica o peggio, comprando la loro lettera d'intenti a colpi di bigliettoni con le facce dei Presidenti spirati, ecco, se faceva tutto ciò, non aveva nessuna morale.

Il film è questo. Nick Nolte, coach un po' decaduto di una grande università  che in passato aveva vinto tanto, la Western University (nome di fantasia), combatte contro tutti seguendo un solo obiettivo. Vincere. Già  qui il presunto dilettantismo NCAA va a farsi benedire ma c'è di più.

Il coach non combatte solo contro la stampa che lo considera ormai sul viale del tramonto ma soprattutto contro se stesso. Ecco allora il dilemma. E' giusto vincere barando ?

Abbiamo appena accennato ai temi principali del soggetto di Ron Shelton. Il reclutamento e la morale, il film tratta solo di questo. E sul primo tema viene sviluppata la lunga sequenza più bella, che si permea di una sociologia sicuramente un po' abbozzata e stereotipata ma vincente.

Amo tantissimo seguire il coach andare a reclutare personalmente i giovani prospetti (che si chiamano in gergo blue chips, ecco il titolo) in giro per l'America. Prima tappa Chicago, Illinois. Una metropoli, quartiere nero povero e violento, famiglia allargata alla nonna, bambine e bambini chiassosi, padre che non c'è, madre che colma la lacuna con il pugno di ferro.

E' la casa di Penny Hardaway, all'epoca star assoluta degli Orlando Magic, ci ritorneremo. Seconda tappa, il motore della macchina è caldo, si deve ripartire presto perché la squadra l'hanno precedente ha fatto schifo e c'è tanta voglia di rimettere insieme un programma vincente.

French Lick, Indiana, la casa di Larry Bird, anche lui presente per prendersi il meritato saluto in parata. Un po' troppo bozzettistico ma suvvia, è un film di sport, non di Michelangelo Antonioni. Campagna, coltivazioni in campo aperto, canestro nel mezzo della terra nello dove domina il verde, trattori un po' troppo scassati parcheggiati di lato alla casa, il tiro piazzato che ritorna indietro grazie alla pedana sotto il canestro astutamente declinata.

Hoosier State. C'è da reclutare il tiratore bianco, il campagnolo. Un po' troppo sveglio a dire la verità , perché femmine e soldi li capisce bene, ma va bene lo stesso. Si ritorna in moto. L'ansia di costruire una grande squadra non ti fa stare fermo un minuto.

Questo nessuno lo conosce. Dicono che è alto, è molto alto. Terza tappa. Algiers, Lousiana. Si scende dal battello che accarezza il Mississippi, ci si fa largo tra le alte piantagioni, poi le strade sterrate, la percezione di una povertà  d'altri tempi, i capannelli di giovani neri roboanti, le casette fragili che temono i venti, poi il gigante che scherza con i bambini.

Nick Nolte recluta Shaquille O'Neal. Fine delle trasmissioni e della "campagna acquisti", come l'orrenda traduzione italiana chiama tutta quell'avventura che ogni coach fa per la sua squadra alla ricerca dei talenti liceali. Questa è una delle più romantiche pagine del college basket e ringrazio Shelton per averla fatta conoscere sul grande schermo.

Fin qui il reclutamento. Adesso arriva la morale, e come direbbe lo sbirro nero ne La 25ª ora "adesso sono cazzi". Marco Baldini non sarebbe magari della stessa opinione, ma il coach qualche scrupolo ce l'ha. Dopo aver fatto comprare ai tre, nell'ordine, una casa con giardino, un trattore e una Lexus, la domanda.

E' giusto vincere barando ? Risposta : no. Come se non bastasse è venuto a sapere che il suo miglior giocatore dell'anno prima si era venduto una partita. E' troppo. Dimissioni. Il coach esce dalla sala stampa.

Ma lasciamolo un attimo qui, come direbbe Lucarelli in Blu Notte, lasciamolo lì che esce dimissionario, vinto dalla tensione tra l'orgoglio di aver fatto la scelta giusta e la nostalgia del gioco.

Noi intanto diamo l'ultimo giudizio a questo film. Sottovalutato, sono costretto a ripetermi. L'insegnamento è sacrosanto, le scene di basket sono bellissime, molto realistiche, girate con giocatori veri, alcune battute sono irresistibili.

Due su tutte. La prima riguarda Shaq. Ha raggiunto un risultato così basso, si dice, che i docenti lo danno via a chi sa scrivere il proprio nome. Risponde l'altro, preoccupato, che il suo nome l'aveva sbagliato.

Nelle parole introduttive al discorso finale del coach il sarcasmo di chi oggi nel 2008 vede questo film del 1994. "Ci sono 900 milioni di cinesi ai quali non frega un bel niente di quello che verrà  detto", esordisce il nevrotico. Le ultime parole famose. La maglietta di Yao è la più venduta al mondo perché quelli che hanno organizzato le Olimpiadi sono tanti, altro che 900 milioni. Abbiamo superato il miliardo. E il tassametro corre, anche perché sono diretti sempre più verso gli USA.

Cantava Puff Daddy alla fine di Juicy"'94, and on and on"back in the day" le pile di VHS con le partite di basket registrate, gli allenamenti con la treccia, Penny e Shaq, la coppia più bella del mondo nel fulgore della giovinezza. Tutti, anche qui in Italia, avevano le splendide magliette di quei Magic. '94, and on and on"

Punto debole del film : la regia, tranne le sequenze di basket banale come una battuta di Rocco Siffredi che sponsorizza patatine. Oltre a questo è un film che chi ama il basket deve assolutamente vedere. Shaq recita male, mi dispiace dirlo, ma è spassoso come sempre, gli amici del programma (i booster di Michigan per esempio) meritavano una migliore trattazione, Bob Cousy la mette sempre con stile vintage ma non convince nella parte dell'integerrimo dirigente.

Su tutti spicca Nick Nolte, che difatti ha seguito davvero da vicino Bobby Knight nei suoi allenamenti. Obiettivo raggiunto, tanto che è così nevrotico che ti viene voglia di mettere il film in pausa perché tale è la sua furia che ti stanchi di seguirlo.

Già , seguiamolo il coach. Dove lo avevamo lasciato ?

Ah, sta uscendo dalla sala stampa, ha appena finito il suo discorso con il quale lascia la panchina. Nella vita ci sono ancora degli ideali. Vincere barando non è vincere. E' solo rubare. Con un guizzo d'orgoglio allora ecco il suo no, tra lo stupore generale.

Esce in strada, pensa, "avrò fatto la scelta giusta ?"

Dall'altra parte c'è un campetto, ci sono dei ragazzini che giocano. L'istinto è troppo grande, laddove la naturalezza incontra la sincerità , sempre il principio è puro.

Come l'innocenza di un bambino a cui spiega la meccanica di tiro. La palla verso la retina. Swish.

Un bacio.

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