Nel New England non ce n’è

Kobe non ha ancora trovato il bandolo della matassa in questa serie…

Prima dell'inizio della serie i Lakers speravano che la storia delle due sfide natalizie contro i Celtics fosse superata, grazie all'arrivo di Gasol ed ai progressi gialloviola. Finora i sogni si sono dimostrati, appunto sogni, alle prime luci dell'alba sono svaniti, il campo sembra dare un responso differente e la superiorità  dei Celtics sembra netta.

Netta la maggiore solidità  della difesa, netta la maggiore sicurezza dell'attacco.
Per tre quarti di partita Kevin Garnett ha maramaldeggiato contro avversari che non avevano un decimo della sua intensità  e della sua grinta, in più un Paul Pierce che i Lakers non sembrano essere il grado di limitare ha tagliato la difesa gialloviola come un coltello caldo un tenero pane di burro.

Per contro Kobe Bryant non è riuscito a trascinare i compagni, nonostante due partite non disprezzabili, ed ad ogni sua iniziativa sorgevano attorno a lui minimo quattro manone nere pronte a limitarlo. Gasol è sembrato più attento e concentrato, in attacco per tre quarti è stato il più assiduo ricevitore delle assistenze di Kobe, ma in difesa ha sofferto come in gara 1. Odom è stato sempre innocuo in attacco ed i tiratori avevano le polveri bagnate. La triangolo, che sembrava in teoria il miglior metodo per affrontare la difesa a pacchetto di Thibodeau, non funzionava, in difesa per contro non si trovavano contromisure efficaci. Un pianto.

Oltretutto quando i Lakers tentavano di raddoppiare Garnett o Pierce, la palla finiva magicamente in area ad un implacabile cecchino pronto a punirli, un cecchino dall'improbabile nome di Leon Powe.
In panca Phil Jackson aveva una faccia che sembrava dire: "Per favore, non perdiamo per mano di Powe! Li metta chiunque i tiri decisivi, il magazziniere, lo speaker, un Danny Ainge che per una sera rivesta scarpette e canotta, ma non Leon Powe!"

Poi, a fine terzo quarto, quando il tabellino diceva 83 a 61, e non era neanche il massimo vantaggio, i Celtics hanno pensato bene di andarsi a fare una tazza di quel thè che a Boston un paio di secoli fa si gettava nelle acque dell'Atlantico, magari accompagnando il tutto con dei pasticcini, e sono mollemente rimasti seduti in poltrona a sorseggiare.

Per contro i Lakers hanno tentato l'impossibile, sovvertendo il loro modo di giocare, abbandonando la triangolo per un pick & roll fra Kobe e Gasol e palla nel più breve tempo possibile ad un tiratore libero da tre punti. Il risultato sono stati 41 punti in un quarto, diconsi quarantuno, con una rimonta incredibile. Quando però si è arrivati al meno due, mancavano solo 38 secondi al termine e la mano di Pierce non ha tremato, prima quando ha messo i due liberi decisivi, poi quando ha stoppato Vujacic che tentava la tripla del meno uno.

"Mamma, butta la pasta e richiama i cani!" avrà  detto una vecchia conoscenza del basket italiano "La partita è finita!"

Immediatamente Pierce e Garnett si sono complimentati con i compagni della panchina, soprattutto ovviamente Powe, che hanno giocato notevolmente meglio dei loro rivali Lakers e sono stati una delle chiavi della vittoria celtica.

Jackson aveva una faccia scura e tetra e sembrava volersi mangiare gli arbitri, rei di aver concesso 38 liberi ai Celtics contro i 10 dei Lakers. Tutto ciò è stato frutto di un arbitraggio casalingo o del diverso stile di gioco delle due squadre? La verità  sta come sempre probabilmente nel mezzo, ma sempre probabilmente più nella seconda ipotesi. La difesa svagata dei Lakers ha spesso concesso ai Celtics di trovare un uomo libero su cui un gialloviola doveva tentare un disperato recupero, mentre il fortino dei Celtics ha obbligato i Lakers a girare al al largo dall'area pitturata, anche se in effetti la differenza sembra eccessiva.

In ogni modo la difficoltà  nell'interpretare questo dato si nota anche oltre oceano; ad esempio, fra gli opinionisti ESPN, mentre Alande punta il dito contro gli arbitri, Hollinger li giustifica ed incolpa la mollezza dei Lakers per la differenza nei liberi tirati, non prima di aver tentato una rivedibile battuta dicendo che in questi play off la casa è più importante che in una agenzia immobiliare.

C'è da dire che a guardare la partita non si è avuta la sensazione che i Celtics abbiano vinto grazie agli arbitri, ma grazie ad una evidente superiorità . Paradossalmente questa è la speranza maggiore per i Lakers: dominati nel gioco in due partite, hanno perso con scarti ridotti, avendo sempre la possibilità  nel finale di impensierire gli avversari. Potrebbe bastare un leggero miglioramento per iniziare a portare a casa qualche vittoria. Inoltre mentre i Celtics hanno perso sei delle otto partite giocate lontano dal Boston Garden, perdendo molta della loro aggressività , i Lakers hanno sempre vinto finora allo Staples Center, mostrando una grinta ed una sicurezza che non si sono viste nel New England.

La statistica però va aiutata con un deciso innalzamento del livello del gioco, altrimenti rischia di essere un vano desiderio. Ad ora il Big Three dei Celtics, anche se è diventato un Big Duo (Pierce e Garnett) con ottimi comprimari (Allen, Rondo ed a turno qualcuno dei lunghi), ha dato l'impressione di essere migliore del Big Three dei Lakers, con un Kobe che ha combattuto ma non ha reso al suo massimo, Odom che ha reso in difesa e Gasol in attacco.

Non parliamo dei comprimari, fra cui solo Fisher ha reso con continuità , mentre fra gli altri Vujacic, Farmar e Radmanovic hanno avuto tanti bassi a fronte di pochi alti, gli altri hanno deluso.
Servirà  che il sole della California riscaldi le mani dei gialloviola e l'acqua del pacifico raffreddi le loro menti, se vogliamo che questa serie diventi lunga e combattuta.

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