La storia dei 24 secondi

Una recente immagine di Daniel Biasone, l'uomo che ha salvato il basket moderno!

Se si consultasse una lista con i nomi dei più famosi sportivi italo-americani, scorrerebbero sotto le dita personaggi famosissimi: Joe DiMaggio, Dick Vitale, Jennifer Capriati, Rocky Marciano" nomi che tutti hanno sentito e dai quali è facile fare un veloce link ad un'immaginaria sala dei trofei piena di coppe e onorificenze, cosa che innegabilmente fa sentire orgogliosi tutti noi.

Ci sono però alcuni personaggi meno noti ai più che a prima vista non attirano né l'occhio né la mente, addirittura certi non dicono proprio nulla senza un'accurata lente d'ingrandimento.

È però grazie ad una persona ben nascosta tra quelle appena citate che in questa primavera 2008 abbiamo NBA TV e ogni notte possiamo ammirare su Sky le grandi battaglie dei playoff, conoscendo i grandi campioni che risvegliano i nostri assonnati occhi con fragorose schiacciate o bollenti triple.
Lui è insomma uno dei motivi grazie ai quali l'NBA esiste ancora: signore e signori, Mr. Daniel Biasone.

Un gioco noioso e rissoso. Si, stiamo parlando del basket
Danny Biasone, immigrato italiano nato a Miglianico (CH) nel 1922, spedì nel 1946 un assegno di 5.000$ agli uffici della National Basketball League comprando i Syracuse Nationals, squadra dello stato di New York che era indipendente fino all'epoca, e li inserì nell'NBL.

Quando nel 1949 quest'ultima lega si fuse con la ABA per fondare l'attuale NBA gli antenati degli attuali 76ers erano dunque una delle 7 squadre fondatrici.

Nei primi anni di vita la lega non riusciva ad offrire uno spettacolo degno di tal nome, era un gioco totalmente diverso da quello attuale con una regola in particolare che contribuiva a far perdere la pazienza agli spettatori (paganti, è sempre bene ricordarlo): la palla poteva essere tenuta in mano senza limiti di tempo, scorrazzando a piacimento per il campo e potendo così facilmente "congelare" il punteggio.

L'unica cosa che poteva fare la squadra in difesa era concedere dei tiri liberi agli avversari, dunque bastava che la squadra al comando mantenesse il pallone e la partita scorreva veloce e noiosa verso la fine.
Questo portò a situazioni estreme come il 22 Novembre 1950, quando i Fort Wayne Pistons batterono i Minneapolis Lakers per 19 a 18, punteggio che D'Antoni o Nelson danno per scontato nei primi minuti delle proprie squadre.

Sembra incredibile ma andò così, con il coach dei Pistons che sul 17 a 18 decise di tenere in mano il pallone lasciando scorrere il cronometro fino alla fine per provare a segnare il canestro vincente allo scadere. Andò così, ma esultando gli antenati dei vari Sheed & Co. si accorsero che sulle tribune la gente stava leggendo il giornale, oppure imprecando alle casse del palazzo chiedendo indietro i soldi, oppure urlando ingiurie contro tutto e tutti.

Purtroppo l'episodio non era infrequente, un altro caso clamoroso avvenne sempre nel 1950 tra i Rochester Royals e gli Indianapolis Olympians: si arrivò addirittura al quinto supplementare, ma questo solo perché in ogni prolungamento ci fu un tiro a testa per squadra.

Tutto quanto appena citato non faceva bene ad una lega nuova, che aveva assoluto bisogno di attrarre fan e televisioni per dimostrare che anche con il basket si potevano guadagnare bei soldini. Solo dopo 5 anni di NBA, nel 1954, la sopravvivenza della lega era a rischio a causa dei gravissimi problemi economici che affliggevano diverse squadre. I primi coraggiosi tifosi, infatti, dopo aver visto certi "spettacoli" deprimenti come quelli sopra citati abbandonarono in fretta le arene, lasciando le casse vuote.

Serviva una svolta, anche perchè non era servito a nulla allargare l'area del tiro da 3 punti o cercare di ridurre le congestioni sotto canestro, e qui entra in gioco Mr Biasone.

Biasone e l'idea del buon basket
Il presidente dei Syracuse Nationals capì quindi che la Lega aveva bisogno di una mano, dovendo mettere un limite di tempo ad ogni possesso entro il quale la palla andava quantomeno lanciata verso il canestro.
L'idea di Biasone fu di far durare ogni azione 24 secondi.
Ma perché proprio 24 e non 20 o 30?

Secondo lui, e secondo tutti, il basket deve essere un gioco veloce ed eccitante, non la schifezza di inizio anni '50. Fece dei calcoli dopo aver guardato diversi scrimmage della sua squadra e arrivò alla conclusione che ogni team avrebbe dovuto tirare almeno 60 volte a partita per rendere spettacolare il gioco.

Da lì il passo fu semplice: convertì i 48 minuti in 2880 secondi e li divise per 120, in altre parole la somma dei tiri totali. Indovinate il risultato? Esatto, 24.

Lo shot clock fu subito ben visto dall'NBA e quella che viene definita come la più grande innovazione dall'invenzione del basket diventò una regola già  nell'autunno 1954.

All'inizio del campionato c'era una persona con un cronometro che stava tra le panchine e doveva urlare "Tempo!" ogni volta che scadevano i 24 secondi: scomodo, ma era già  qualcosa.

Entro la fine dell'anno però tutte le squadre dotarono la propria arena di un cronometro visibile da giocatori e arbitri sopra il canestro, iniziando ad abituarsi alla nuova regola e vedendo di conseguenza i punteggi salire come le strade di una montagna: lentamente ma inesorabilmente.

Se tra il 1953 e il 1954 prendendo tutte le gare di playoff solo in 3 partite una squadra segnò più di 100 punti, già  nel 1955 lo stesso centello fu messo a segno in oltre metà  delle partite di playoff. In ultimo, ma che poi sarebbe per primo, il successo di pubblico fu clamoroso con un aumento del 50% rispetto all'ultimo anno senza shot clock (il 1953-1954).

L'idea funzionava.
Anche ai giocatori fece piacere l'idea di Biasone. La star dei suoi Syracuse Nationals, Dolph Schayes, ricorda così l'innovazione: "Tutti pensavamo che si sarebbe dovuto velocizzare il gioco con azioni più rapide, tipo un passaggio e tiro, in circa 8-10 secondi. Ma vedendo come va ora il gioco ci accorgiamo dell'innato genio nei 24 secondi di Danny. Hai tempo per far circolare bene la palla e trovare un buon tiro".

Ma quale fu a squadra che riuscì meglio ad adattarsi alla nuova regola insomma, chi vinse il titolo nel 1955?
Guarda caso i Syracuse Nationals, quelli del presidente dei 24 secondi.

Ah, i soliti italiani"

Un commento su “La storia dei 24 secondi”

  1. Ho visto in Sky gara 7 finale Nba tra Seattle e Whashisngton del 1978 non vedevo il cronometro dei 30’’ ho un dubbio ma all’epoca c’era la regola o meno ?

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