Focus: Kobe Bryant

Kobe, stella fra le stelle…

Egoista, fenomenale, distruttivo, vincente, ossessivo, determinato" nessun giocatore di pallacanestro ha mai diviso il pubblico come Kobe Bryant, ciascuno di questi aggettivi – e il suo contrario – è stato prima o poi accostato a Bryant durante la sua carriera NBA, arrivata ormai alla decima stagione, dieci stagioni tutte spese in California con i Los Angeles Lakers, squadra di cui è divenuto l'icona e a cui si è indissolubilmente legato per tutta la sua carriera.

Dal 2000 i Lakers hanno conquistato da tre anelli consecutivi ed una finale NBA persa contro i Detroit Pistons; risultati ottenuti con un gruppo di giocatori costruito attorno a Bryant, O'Neal e a coach Jackson, ossia due dei migliori giocatori NBA e, risultati alla mano, il miglior allenatore della lega; gli angelini si sono ritrovati però alla fine della stagione 2003/04 a dover smembrare la squadra vincente di inzio millennio.

Ragioni economiche, filosofiche, di gestione, caratteriali, hanno portato la proprietà , la dirigenza angelina a separarsi da O'Neal e da Jackson, affidando la franchigia a Bryant, giocatore dal talento indiscutibile ma proprio per questo di non facile gestione.

La prima stagione da solista di Kobe è cominciata sotto la guida di Rudy Tomjanovich,vero “player's coach” che a metà  stagione però ha dovuto lasciare la squadra per problemi di salute e sostanzialmente ritirarsi dal basket NBA.

Il suo sostituto, Hamblen, ha mostrato la difficoltà  del passaggio dal "Triangolo", un sistema di gioco incentrato sulla continuità  e sulle letture delle situazioni che la gara impone e interpretato da due stelle assolute e da una squadra di veterani, ad una squadra più giovane, con un solo giocatore di riferimento, Kobe Bryant, e con una potenziale stella come Lamar Odom che deve cominciare ad adattarsi alla convivenza con Bryant.

Risultato: stagione perdente, decima scelta al draft, da cui arriverà  Andrew Bynum, e ritorno sulla panchina dei Lakers del fidanzato della figlia del proprietario, nel tentativo di far tornare vincenti i Lakers riequilibrando il rapporto tecnico tra Bryant ed un gruppo di giocatori giovani e di scarsa educazione cestistica come quello che costituisce i nuovi Lakers.

La stagione successiva, siamo nel 2005/06, è la stagione in cui Kobe e Phil Jackson sembrano prendersi reciprocamente le misure, stagione in cui Jackson torna ad insegnare il suo attacco che tanto l'ha reso famoso e vincente, stagione in cui Kobe vuole comunque cercare di portare la sua squadra, perché adesso è la "sua" squadra, ai playoff, seppur nella Western Conference contro avversari agguerriti e più dotati di talento della squadra californiana.

A tal proposito Kobe dichiara al peridoico Slam :”Voglio vincere un campionato. Solo perchè la gente dice che non è possibile.”

Playoff che Kobe sceglie conquistare alla sua maniera, sciorinando una serie di prestazioni offensive incredibili, per numeri, per continuità , per frequenza, arrivando a chiudere la stagione come miglior marcatore dell'Nba con oltre 35 punti di media a partita, giocando sempre al massimo tutte le partite di regular season, per vincere ogni partita, e per dimostrare al mondo di poter essere un grande giocatore, un vincente senza che sia necessaria la presenza di Shaquille O'Neal.

Tra Dicembre 2005, 62 punti in 3 quarti contro i Dallas Mavericks, e Gennaio 2006 Bryant è statisticamente incredibile: oltre 40 punti di media,quattro partite consecutive con oltre 45 punti a referto, poi l'esplosione: gli 81 punti contro i Toronto Raptors, 55 dei quali nel secondo tempo, seconda miglior prestazione individuale per punti della storia della NBA dopo i 100 punti di Wilt Chamberlain.

E' innegabile che senza Bryant i Lakers sarebbero una squadra da lotteria, è altrettanto vero che nella stagione 2005/06 Kobe ha scelto di far notare questo ai suoi compagni, agli addetti ai lavori e a tutto il pubblico che segue l'NBA.

Questo non ha fatto altro che dare munizioni ai detrattori di Bryant, giocatore egoista, incapace di coinvolgere i compagni, difficile in alcuni momenti trovare dei suoi estimatori all'interno del suo stesso spogliatoio per il suo carattere, pretenzioso, arrogante, la superstar NBA con cui è più difficile giocare, la stella che splende di luce propria ma che non riesce ad innalzare il livello di gioco dei propri compagni.

Eppure le vittorie arrivano, saranno 45 a fine stagione e con esse il settimo posto ai play off, che vuol dire Phoenix Suns, la squadra dell'MVP Steve Nash.

I Lakers arrivano a questa serie con una squadra che per tutta la stagione è sembrata spettatrice dello show balistico messo in piedi da Bryant in tutte le arene NBA, e con pochissima, praticamente nulla esperienza di play-off, di basket che conta.

Tutti si aspettano una serie vinta facilmente dai Suns, miglior squadra nella regular season NBA, e almeno 40 punti di media registrati da Bryant che troverà  avversari complici nei Suns di D'Antoni con il loro stile di gioco impostato sul ritmo e sull'alto punteggio.

Ed infatti" infatti un bel niente" la serie finisce 4 a 3 per i Suns messi in croce dai Lakers di Kobe e di Jackson che cambiano completamente il loro approccio al gioco rispetto alla regular season e giocano una serie ai limiti della perfezione, controllando il ritmo, allargando il campo e coinvolgendo i lunghi della squadra, facendo diventare Kwame Brown un fattore all'interno della serie grazie alla sua superiorità  fisica rispetto ai "lunghi" dei Suns.

Kobe diventa il metronomo della squadra, detta i tempi del gioco, distribuisce il pallone, fa da valvola di sfogo per i compagni, coinvolge i giocatori di front-line sin dal primo possesso della serie, Odom diventa l'avviatore, il facilitatore in linguaggio “triangolo”, di quasi tutte le manovre offensive dei Lakers, che si passano di più e meglio la palla, che riescono a limitare il gioco dei Suns e quasi riescono nell'impresa di eliminare una delle migliori squadre NBA al primo turno dei playoff.

Bryant in questa serie dimostra di saper giocare anche con i compagni, di non voler essere l'unico giocatore a mettere punti a referto dei Lakers, dimostra di voler solamente vincere e di essere disponibile a fare qualsiasi cosa sia necessario per farlo, che ciò voglia dire segnare 81 punti o che voglia dire difendere sull'MVP della lega e coinvolgere i compagni.

Ed eccoci al presente dove i Lakers hanno il sesto record della Western Conference e dove sembra che ognuno dei giocatori a roster abbia un ruolo preciso e sia comunque coinvolto nell'attacco a triangolo che Phil Jackson ha fatto metabolizzare a tutta la squadra, potendo contare su un nucleo ormai stabile rispetto alla passata stagione.

In questo contesto Kobe è sempre il giocatore di riferimento, il giocatore a cui affidare l'ultimo tiro, che può permettersi di uscire dagli schemi e ricavarsi dei giochi per le sue iniziative personali, al di fuori dell'attacco al triangolo, ma che al contempo sa di poter aver un aiuto dai compagni che l'anno passato non avrebbe ricevuto.

Egoista o altruista?
Credo che un giocatore del talento di Kobe Bryant non sia identificabile in modo univoco in questa maniera, penso che l'unica cosa che si può dire con certezza di Kobe è che vuole vincere e farà  tutto ciò che è umanamente possibile, ed anche qualcosa di più, per vincere.

Sicuramente il carattere del ragazzo di Philadelphia non è semplicissimo, altrettanto certamente la sua volontà , la sua decisione, lo hanno portato a competere sempre al massimo livello, 82 partite all'anno, in allenamento tutti i giorni, in tutto ciò che fa.

Con un approccio del genere al gioco e alla pratica quotidiana dell'allenamento non é semplicissimo fidarsi di giocatori dal limitato QI cestistico come Kwame Brown, Smush Parker, Brian Cook o di giocatori con poca esperienza come Bynum e Vujacic, perché questi sono i compagni con cui Kobe ha giocato, non Worthy, Kareem, Pippen, Steve Kerr o Toni Kukoc.

Sinceramente dopo una decina di assist sprecati dai tuoi compagni per cattive decisioni o per scarso talento, può anche passare la voglia di "condividere" le responsabilità  offensive ed allora ecco che Bryant si mette in proprio e forza, spesso ha ragione e segna, vince, altre volte le difese potendo concentrarsi su un uomo solo hanno la meglio.

Nella stagione 2005/06 Bryant ha esasperato questi suoi atteggiamenti diventando eccessivo nel suo cercare la soluzione individuale a discapito del sistema e del gioco di squadra; eppure nei playoff quando una sua serie monster sarebbe stato la conclusione più ovvia ha cambiato completamente approccio ed ha iniziato a giocare come nei sogni del suo allenatore e dei suoi tifosi.

Questo perché Kobe vuole vincere, fortissimamente, e ha capito che solo cambiando completamente il suo approccio al gioco avrebbe dato ai suoi la possibilità  di vincere, è bello vedere Bryant che segna 40 punti a partita forzando tiri contro tutta la difesa avversaria, ma altrettanto bello è vedere un leader che si prende le proprie responsabilità , in tutti i modi possibili, per coinvolgere i compagni e far vincere la sua squadra.

Penso che la stagione scorsa sia stata per Bryant la passerella per far vedere al mondo quanto è vasto e letale (ricordate "Black Mamba"?), il suo repertorio offensivo; la regular season è stata una sorta di lungo spot per sdoganare Bryant dal suo rapporto con O'Neal, per allontanare il ricordo di quel "piccolo" guaio giudiziario che ha affrontato in Colorado.

Kobe ha esagerato, nel bene e nel male, per tutta la scorsa stagione, quasi a voler prendersi tutte le libertà  offensive che non si è preso nelle sue precedenti stagioni ai Lakers, come se volesse girare un lungo highlights del suo repertorio offensivo, ogni partita un tiro più difficile, ogni avversario una sfida, l'asticella sempre più in alto a voler mostrare al mondo che è lui il giocatore di riferimento della lega.

Il titolo di MVP dell'All Star Game giocato ieri è forse l'ultimo passo verso questa direzione: a sentir lui, i riconoscimenti individuali, le statistiche, i punti segnati non gli interessano più, ne ha già  avuti in abbondanza. Ora vuole vincere, solo quello.

E se la maglia numero 24 volesse "semplicemente" dire: "Eccomi qui, io sono quello che viene dopo il 23"? Staremo a vedere"

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