Jazz, una squadra nel limbo

Andrei Kirilenko è l'uomo più rappresentativo di questi giovani Jazz…

Fare il bilancio della stagione, per la maggior parte delle squadre dellaNBA, è molto semplice: ci sono le delusioni, come i Sixers, i Timberwolves, i Sonics, gli Hawks, i Knicks, i Warriors etc"si tratta di squadre che hanno deluso le attese o che, ancora peggio, non ne hanno mai create.

Ci sono franchigie invece che, vada come vada, passeranno comunque un'estate felice: sono i Clippers, che sono tornati ai playoffs dando l'idea di essere una squadra vera, i Kings, che con l'arrivo di Artest sono di nuovo una delle forze dell'Ovest, i Bulls, che stanno giocando con autorità  una serie di playoffs con Miami raggiunta con fatica e merito, gli Hornets, che hanno a lungo accarezzato il sogno post-season valorizzando i giovani e trovando in Paul il prossimo uomo franchigia, etc. Poi ci sono squadre il cui bilancio dipenderà  dall'andamento dei playoffs, come Detroit, San Antonio, Miami, Dallas, New Jersey, Indiana etc"

Infine, ci sono team come gli Utah Jazz, per cui la fine anno sportiva lascia in bocca un sapore dolceamaro, difficile da decifrare. Ed in effetti, se voi foste (e magari siete) tifosi dei Jazz, sareste soddisfatti o delusi da una stagione che li ha visti noni ad Ovest con un emblematico record di 41 vittorie ed altrettante sconfitte?

La risposta a questa domanda è quanto meno opinabile, visto che non mancano elementi che facciano propendere per ambedue le soluzioni.

Da un lato, i Jazz hanno finito al 50% nel durissimo Ovest di oggidì pur dovendo convivere, ancora una volta, con enormi problemi di infortuni e pur essendosi affidati ad un nucleo ancora piuttosto giovane; d'altro canto, Utah è rimasta ancora fuori dai playoffs, ed è già  il secondo anno consecutivo che i Jazz guardano la post-season dalla televisione: il fatto, già  di per sé negativo, potrebbe risultare assai indigesto ad una dirigenza che due estati fa, all'alba di due stagioni poi rivelatesi povere di soddisfazioni, aveva deciso di aprire il portafoglio, offrendo contratti importanti a tre giocatori giovani, ma già  affermati, come Andrei Kirilenko, Mehmet Okur e Carlos Boozer. A posteriori, come valutare dunque tali scelte?

Su Kirilenko, strano a dirsi, c'è poco da opinare: pur essendo l'uomo franchigia di una squadra in parte sotto le attese, al russo non può essere rimproverato nulla tranne qualche infortunio di troppo. Kirilenko ha infatti viaggiato sui 15,3 punti, 8 rimbalzi, 4,3 assist e 3,2 stoppate, dimostrandosi ancora una volta dominante su due lati del campo pur non essendo un realizzatore fenomenale: in verità , senza gli infortuni a Kirilenko (che ha saltato 13 partite e in molte altre ha giocato pur menomato) Utah avrebbe conteso fino all'ultimo un posto nella post-season a Lakers e Kings.

Per quanto riguarda Okur, la sua esplosione è stata la vera nota lieta della stagione dei Jazz: il turco, dopo un primo anno difficile alle corte di Sloan, ha chiuso la stagione con ben 18 punti di media, conditi da 9,1 rimbalzi e 2,4 assist, e risultando spesso decisivo con il suo mortifero piazzato, anche da 3 punti (34% su ben 234 tentativi), compresi i finali di partita.

Ora, se per Okur e Kirilenko c'è da essere contenti, su Boozer i fan di Utah manifestano meno entusiasmo: l'ex Duke, come già  lo scorso anno, ha portato a casa numeri importanti (16,3 punti e 8,6 rimbalzi, con un entusiasmante 55% dal campo), ma ha giocato pochissime partite per guai fisici, appena 33. Ora, i motivi per sorridere ci sarebbero: Boozer ha saltato le prime 59 partite, poi è tornato e si è dimostrato ristabilito, il che dovrebbe assicurare una certa fiducia per il futuro in chi ha investito su di lui.

Il problema è che, secondo molte voci, i suoi problemi fisici non erano così gravi da giustificare un'assenza così lunga, tanto che c'era chi sosteneva che, in caso di trade verso lidi graditi (Lakers"), Carlos sarebbe tornato a disposizione in fretta e furia"ora, queste voci non hanno trovato nessuna conferma, ragion per cui non c'è motivo di credervi: il problema di Boozer è che le due stagioni scorse, passate per lo più a guardare i compagni, sono giunte immediatamente successive all'importante contratto firmato dal giocatore 2 anni fa. Di conseguenza, c'è chi fa credere che l'ex Duke, una volta firmato il contratto della carriera, abbia pensato per lo più a godersi la vita.

Ovviamente, se ciò fosse vero, risulterebbe disarmante per tifosi e dirigenza: in virtù di tali dicerie, la prossima stagione sarà  per Boozer probabilmente quella della verità  agli occhi di tifosi e mass media, indipendentemente dal fatto, ad oggi tutt'altro che scontato, che l'ex-Duke si trovi ancora nello Utah. Le voci su di una sua possibile partenza infatti non si placano, ma, anche qualora i Jazz decidessero di privarsi dell'ex campione NCAA, con un contratto come quello che si porta a spasso (ed una simile reputazione addosso), un eventuale scambio che lo coinvolgesse non sarebbe affare semplice da combinare.

Tra gli altri giocatori della squadra, anche Gordan Giricek ha avuto grossi problemi di salute, giocando solo 37 partite: la sua assenza si è spesso fatta sentire, specie quando si è trattato di scardinare difese chiuse cercando tiri dalla distanza. Il croato dovrebbe però essere a posto per l'anno a venire, garantendo ai Jazz un'ulteriore spinta offensiva. Tra gli altri, alcuni hanno deluso (Brown, 7,5 punti ma col 39% dal campo), altri hanno fatto bene (Harpring, rientrato da guai fisici, che ha portato 12,5 punti e 5,2 rimbalzi tirando col 47,5%), altri hanno fatto il compitino e poco più (Collins, Palacio).

Alla fine, chi senza dubbio ha fatto bene è ancora una volta coach Sloan, che ha portato fino a 41 vittorie una squadra spesso costretta a fare rivoluzioni nelle rotazioni ed a dare eccessive responsabilità  a giocatori oggettivamente di secondo piano nella NBA: spesso Utah ha dato l'idea di una squadra ben allenata, ma con problemi di interpretazione dell'attacco (26esima squadra su 30 della lega per punti segnati) dovuti principalmente alla scarsa qualità  degli interpreti, o almeno di alcuni di essi.

Insomma, con tutti a posto, l'anno prossimo i Jazz dovrebbero essere in corsa per la post-season a pieno titolo.

Però" però la squadra non sembra poter andare comunque oltre ad un primo, massimo secondo, turno di playoffs e, considerati gli investimenti fatti e la posizione buona ma non eccezionale che Utah dovrebbe avere nel prossimo Draft, le possibilità  di miglioramento non sembrano amplissime.

In realtà , il vero uomo franchigia dei nuovi Jazz, insieme Kirilenko of course, doveva venire fuori dallo scorso Draft, dove Utah ha scelto, con il pick numero 3, il playmaker Deron Williams.
E proprio sul rookie da Illinois l'opinione di fan e addetti ai lavori si divide ulteriormente: chi si aspettava un potenziale All-Star si dice deluso, di fronte ai 10,8 punti e 4,5 assist del ragazzo.
Sia chiaro, Williams non ha giocato affatto male, anzi, ed ha anche fatto vedere sprazzi di valore assoluto, ma la fama di "nuovo Jason Kidd" che gli era stata assegnata negli anni della NCAA aveva creato aspettative forse eccessive su di lui.

In sua difesa, molti dicono che Williams abbia fatto vedere solo accenni del suo vero potenziale a causa di un sistema di gioco, quello predicato da Jerry Sloan sul controllo del ritmo, che non lo valorizza appieno: l'opinione non sembra peregrina visto che Deron era abituato ad un gioco di tipo "run and gun" all'università , dove eccelleva nel condurre il contropiede, nel pescare i compagni liberi e nel concludere in prima persona grazie al fisico robusto, alla Jason Kidd appunto. Che l'adattamento al nuovo stile di gioco non sia stato facile lo ammette anche lui, ma il talento è lì da vedere e, in fin dei conti, c'è da stare fiduciosi: le possibilità  che Williams diventi un'All-Star NBA, infatti, non sono così remote come i suoi detrattori fanno credere e, con un suo salto di qualità  in regia, anche i Jazz potrebbero aspirare a qualcosa di più di una partecipazione con poche velleità  ai playoffs.

Il vero problema di Williams, in realtà , è di essere stato scelto nella posizione antecedente a Chris Paul, prossimo rookie dell'anno ed autore di una stagione stellare negli Hornets, per di più giocando nel suo stesso ruolo: se non fosse per tale ragione, non si spiegherebbero certe critiche verso un giocatore che, a 22 anni, ha comunque dimostrato il talento per essere un titolare nell'NBA da qui ai prossimi 10 anni.

Alla fine quindi, che si può predire per il futuro dei Jazz?
Innanzitutto sarà  fondamentale vedere che succederà  quest'estate: con Kirilenko, Okur e Williams come fondamenta da cui ripartire per l'anno prossimo, Sloan dovrà  interrogarsi sul destino da assegnare a Boozer (cercare uno scambio o dare fiducia ad un lungo comunque produttivo, quando sano?), sul modo per rafforzare una panchina poco competitiva e su come valorizzare Williams maggiormente, magari facendo correre un po' di più una squadra che, su metà  campo, ha fatto molta fatica a segnare.

Da queste questioni dipenderà , in larga parte, la prossima stagione dei Jazz. Sperando di non ritrovarsi, tra 12 mesi, ancora nel bel mezzo di medesimi dubbi ed incertezze.

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