Redd, l’assassino silenzioso

Michael Redd, classico underdog NBA

I Milwaukee Bucks sono una squadra in piena corsa per i play-off, ma non avevano nessun rappresentante all'All Star Game di Houston, se non il giovane centro Andrew Bogut, prima scelta dell'ultimo Draft NBA.

La cosa più logica da pensare, per un conoscitore approssimativo del basket americano, che proprio il lungo australiano sia la stella della squadra: d'altronde, le prime scelte non sono forse fatte per questo, per essere le Star?

In realtà , chiunque segua l'NBA da qualche hanno sa che non è così, per due motivi in particolare: il primo, è che non tutte le prime scelte nell'NBA di oggi, quella dei liceali e dei pochi centri, sono necessariamente delle stelle (basta ricordare Kwame Brown, Olowokandi, ma anche Joe Smith, oggi pure lui un Bucks) se non nel potenziale; il secondo, pure assai importante, è che a Milwaukee gioca tale Micheal Redd.

Chi sia Redd dovrebbe essere ormai superfluo spiegarlo: si tratta infatti di un giocatore che viaggia a quasi 20 di media in carriera, con una sinistra tendenza ad avvicinarsi ai 25 nelle ultime stagioni, tendenza che si sta concretizzando quest'anno dove viaggia a 24,9 punti a partita. Come se non bastasse, a questa verve realizzativi il ragazzo aggiunge 3 assist e 4,4 rimbalzi per allacciata di scarpe, tirando con un 42% dal campo che lo colloca al 14 posto nella NBA: qui niente di incredibile, diranno molti, che però non considerano la distanza da cui il ragazzo tira spesso e volentieri.

Il fatto è che Micheal Redd è il classico esempio di underdog, di giocatore sottovalutato, almeno dal grande pubblico: questo infatti è solito esaltare maggiormente gli atleti spettacolari, i grandi personaggi, e non sempre garantisce la meritata considerazione per chi, senza troppi clamori, porta il suo ogni sera. Redd è esattamente così.

In realtà , la storia del numero 22 dovrebbe essere la classica storia da raccontare ai ragazzi: fin dal college, il buon Micheal è sempre stato considerato un numero 2, visto che la stella di quella Ohio State era unanimemente considerato il piccolo playmaker Scoonie Penn.

A questo proposito però, per non ragionare come i soliti saputelli col vizio del senno di poi, va detto che ai tempi tali considerazioni non erano del tutto fuori luogo: mentre infatti Penn (che oggi cerca di imporsi al di qua dell'Oceano) impazzava in un basket meno fisico e più "allegro" come quello del college, perfetto per esaltare il suo gioco, Redd dimostrava tutti i suoi limiti di allora, riassumibili in uno scarso atletismo ed un tiro da fuori tutt'altro che continuo.

In questo senso, la chiamata dei Bucks al secondo giro, precisamente al numero 43, nel Draft del 2000 non rappresentò certo una sorpresa: Redd era infatti il classico esempio di seconda scelta, vale a dire di giocatore con alcuni indiscutibili punti di forza (primo fra tutti un poderosissimo fisico da big guard, che gli consentiva di mascherare la scarsa esplosività ) ed alcune viti da girare per diventare un giocatore di livello.

Ora, tutto si può dire, ma non che quelle viti Redd non le abbia girate: è incredibile pensare come un giocatore dal tiro ballerino ancora nel 2000, sia stato in grado di stabilire il record di triple in un quarto di gioco nella storia dell'NBA già  nel 2002, con uno strepitoso 8.

Non a caso, la stella dei Bucks è ad oggi considerato uno dei più micidiali cecchini del basket americano, cui aggiunge un fisico sempre molto potente ma più asciutto di quello del college.

La salita alla ribalta è stata però graduale, come si conviene a chi semina i frutti di un duro lavoro: dopo un primo anno passato a guardare i vari Ray Allen, Sam Cassel e Glenn Rosinson giocare (i cosiddetti Big Three, ma anche Tim Thomas, allora speranza non ancora sfiorita), Redd ha iniziato a guadagnare minuti a partire dal secondo anno, con Gorge Karl che gli ha concesso un po' di fiducia, subito ripagato. L'anno seguente il 22 è diventato uno dei migliori sesti uomini della Lega, contribuendo a rendere il reparto dietro di Milwaukee il più letale della Lega intera, vista la qualità  del personale in campo sui 48 minuti.

Non a caso, trascorsi i primi due anni che significano fine del contratto per le seconde scelte, Cuban lo chiamò ai suoi Mavs per aggiungervi un altro realizzatore di livello. Redd però decise di restare nel Wisconsin dove, invece di sedersi come fanno certi suoi colleghi una volta ottenuti soldi (quanti Corie Blount dovremo vedere ancora..?), ha proseguito il suo rossiniano crescendo, arrivando ad essere, nel corso della scorsa estate, uno dei free-agent più ambiti sul mercato: ciò grazie anche alla fiducia che la dirigenza dei Bucks gli accordò, fondando su di lui la ricostruzione della franchigia dopo le partenze di tutti i membri dei Big Three.

Forse anche per questo Redd ha deciso di rimanere a Milwaukee, rifiutando le sirene di altre squadre, prima fra tutte quella Cleveland che lo voleva come spalla di Lebron James per punire ogni aiuto su "the chosen one".

Va detto che, per riaverlo con loro, i Bucks gli hanno dovuto offrire il massimo salariale: a seguito di tale decisione, diverse sono state le voci di dubbio che si sono levate nei circoli NBA.
Si diceva che i Bucks si fossero legati ad un ottimo giocatore, ma non ad una vera stella, uno che incide sì, ma non in maniera decisiva, un grande attaccante, ma un po' troppo monodimensionale: non a caso, i nomi di Allan Houston ed Eddie Jones sono spesso stati tirati in ballo come pietre di paragone.

Redd, in questa prima parte di stagione, sta smentendo tutti: chi lo vedeva come niente più di un buon giocatore, non può che inchinarsi di fronte alle sue cifre; chi lo dipingeva come non sufficientemente decisivo, ha dovuto ritrattare di fronte ai numerosi big shot messi a segno dal ragazzo (che, non a caso, ha fama di vincente, pur non avendo mai vinto nulla); chi lo consideravo troppo perimetrale, ora può solo constatare i quasi 400 liberi tentati che lo pongono attualmente al 14esimo posto nella Lega.

Redd, 27 anni e la parte più luminosa della carriera ancora da spendere, è oramai il leader indiscusso della squadra allenata da Terry Stotts, nonché il beniamino dei suoi tifosi (insieme al super-spettacolare T.J.Ford, ovviamente): il ragazzo ha infatti sempre dimostrato grande attaccamento alla maglia, così come una riconosciuta leadership nei confronti dei compagni. Il rispetto, come detto, Redd se lo è guadagnato anche grazie ad alcuni importantissimi canestri nei finali di partita, come, per rimanere solo al campionato in corso, la tripla sulla sirena contro i Sixers a inizio stagione che valse un supplementare vittorioso, o come l'altra tripla messa a segno lo scorso 8 febbraio contro i Magic che diede ai suoi l'allungo decisivo proprio nel finale.

E che il ragazzo abbia grande fiducia in sé anche nei momenti caldi delle partite lo testimoniano pure le sue dichiarazioni a fine di quella gara, dove aveva spadellato tutta la sera, finendo con 10 su 30 dal campo: "Che entri o meno, io non perdo la mia fiducia", aveva detto, con una spiegazione non certo originalissima ma calzante.

Peraltro, l'ex Ohio State ha sempre mostrato un atteggiamento giusto anche in questo senso: non perdere la fiducia nel proprio tiro vuol dire continuare a giocare nel modo giusto, come se questo entrasse, e non forzare le situazioni fino a fare canestro o in alternativa danni alla propria squadra.
Redd interpreta benissimo questo concetto.

Non a caso, oltre che col mega contrattone, la sua fama tra gli addetti ai lavori è stata riconosciuta con un altro importante premio: la convocazione all'All-Star Game dello scorso anno, dove ha tutt'altro che sfigurato piazzando 15 punti con 5 su 12 dal campo e 3 triple, specialità  della casa.

Cosa gli manca quindi per essere considerato un All-Star fisso? Niente.
Semplicemente, di far parte di una squadra vincente (queste discussioni hanno poco senso, ma tra lui ed Hamilton la differenza quest'anno, nella scelta su chi convocare, l'ha fatta la forza dei Pistons, poco ma sicuro) e che gli dia visibilità  (anche perché il mercato di Milwaukee non è certo quello di New York").

I suoi tifosi dicono che non sia un "dunker" abbastanza esplosivo, il che, nella Lega dei Carter e dei Jason Richardson, tanto per citare due degli atleti più esplosivi nel suo ruolo, si paga a caro prezzo. Altri aggiungono che, in un mondo basato sul business come è indiscutibilmente la NBA, essere un ragazzo poco appariscente, che sa stare al suo posto pensando soprattutto a produrre risultati, come Micheal senza dubbio è, sia penalizzante sul piano della popolarità  e della pubblicità : insomma, il vecchio adagio "bene o male, basta che se ne parli" sembrerebbe calzare a pennello per spiegare lo strano anonimato di cui soffre questo super giocatore.

Può darsi che sia così, ma la cosa migliore è che Redd non ne sembra affatto preoccupato, consapevole del suo valore e del fatto che, soprattutto tra le guardie, si può essere oggettivamente degli All-Star anche senza essere convocati alla partita delle stelle, data la concorrenza (il caso di Arenas quest'anno certo insegna qualcosa").

Ma cos'ha in meno Micheal Redd rispetto alla super-elite della Lega? Poco, ma ancora qualcosa. Innanzitutto il corpo massiccio, che usa come nessun altro nell'NBA come cuneo contro gli avversari più leggeri (quasi tutti), anche dal post basso, non sarà  mai quello di un atleta esplosivo e verticale, il che lo limita in certe situazioni di penetrazione; in difesa poi è indubbiamente migliorato, ma resta ancora sospetto, specie contro i giocatori rapidi; come passatore è discreto e molto intelligente, ma non è un giocatore dal primo passo bruciante che generi aiuti e quindi scarichi creando gioco per i compagni, quanto piuttosto uno in grado di segnare in faccia all'uomo.

Con riferimento a quest'ultimo punto, la sua accoppiata con T.J. Ford è, almeno offensivamente, perfetta e di grande giovamento ad entrambi.

Come si vede si tratta di limiti oggettivi, difficilmente superabili in teoria: Redd appare in effetti come l'esempio migliore di giocatore che sfrutta al massimo i suoi punti di forza, mantenendo però qualche difetto congenito. Che la sua crescita sia dunque destinata a fermarsi agli attuali, comunque esaltanti, livelli? Così sembrerebbe, ma Micheal è solito smentire i pronostici contro di lui, da sempre.

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