Essere o non essere?

Quali sono i margini di miglioramento di questo giocatore?

Nel corso delle ultime stagioni e probabilmente nella storia recente del gioco Kobe Bryant è stato il giocatore più discusso dell'intero panorama cestistico; fenomenale, immarcabile in campo eppure spigoloso, complesso, indomabile in senso tecnico e soprattutto umano.

Baciato da madre natura con un talento cristallino e doti fisiche notevolissime, il leader dei Lakers è un personaggio che come è noto ha diviso in due tronconi netti le opinioni degli amanti della palla a spicchi (adoratori fidelizzati e detrattori feroci), impossibile mediare queste due fazioni, tuttavia i celeberrimi 81 punti messi a referto da Kobe offrono un goloso spunto, per riflettere sui gialloviola e sulla reale attitudine di questo fuoriclasse.

Le basi per la sontuosa stagione che il numero 8 sta disputando nascono dalle ceneri dello scorso campionato, il primo atto della rifondazione gialloviola dopo l'era Shaq ha profondamente deluso l'ambiente, e dopo una finale persa (quella con i Pistons nel 2004) per mancanza di “attributi” e le scorie delle grane giudiziarie di Bryant nel 2003, tutti si aspettavano un deciso cambio di direzione e nuova linfa per aprire un ciclo.

Privo del compagno più ingombrante (nel vero senso della parola) della sua carriera, il numero 8 dei Lakers ha finalmente ricevuto l'investitura di "salvatore della patria" che tanto agognava, il nuovo coach Rudy T. (almeno sulla carta) rappresentava un nome con una credibilità  importante per scendere a compromessi con lui, il tempo ha dimostrato l'incompatibilità  tra i due e l'isolamento "perfetto" del giocatore incapace di legare con i nuovi compagni.

Il partito dei detrattori ha cosi raggiunto l'apice del suo "splendore" nel 2004-2005; non solo i Lakers perdevano un numero imbarazzante di gare ma Kobe finalmente libero di esprimere tutto il suo innegabile valore ha clamorosamente steccato, un po' per i tanti infortuni e un po' per la scarsa condizione fisica esibita, probabilmente frutto di un discutibile lavoro estivo, persino i fan più accaniti che si aspettavano di veder infranto ogni record individuale hanno dovuto sventolare la bandiera bianca.

Dopo lo sfacelo del 2004-2005 e il ritorno in panchina di Phil Jackson finalmente la svolta; pungolato sul vivo e deluso dal suo gioco Bryant ha svolto un formidabile lavoro in off-season per tornare agli antichi splendori, la dirigenza non si è mostrata altrettanto ambiziosa ed ha inopinatamente deciso di operare minimi cambiamenti ad un roster con estremo bisogno di rinforzi.

Gli 81 punti realizzati il 22 gennaio contro Toronto sono solo la punta dell'iceberg per un giocatore consapevole di essere nel miglior momento in carriera; gli oltre 60 punti messi a referto con i Mavericks sono forse ancora più straordinari ed ovviamente non va dimenticata la clamorosa striscia consecutiva di gare in cui ha segnato con imbarazzante facilità  oltre 40 punti.

Numeri che fanno girare la testa, statistiche stellari, mass-media e pubblico in totale delirio, l'apoteosi per un sublime individualista. Il rovescio della medaglia però è decisamente poco esaltante, i Lakers giocano forse il peggior basket della lega, e con il ritorno feroce di Sacramento e Minnesota i playoff sembrano lontani, terribilmente complicati.

Coach Zen nonostante il suo innegabile carisma ha commesso più di un errore ed ha dimostrato una certa difficoltà  ad addestrare giocatori con poco talento, Jackson in un certo senso incontra le stesse difficoltà  di Jordan costretto ad adattarsi ad un team come i Wizards ed in estremo imbarazzo a gestire compagni lacunosi difensivamente, e poco avvezzi ai soliti spietati giochetti psicologici che erano uno dei must per eccellenza dei Bulls vincitori di 6 titoli Nba

I record di Kobe hanno contribuito sensibilmente a spegnere i riflettori sui compagni e sulla pessima atmosfera in spogliatoio dei Lakers, di certo è difficile convivere con una stella che pretende continuativamente di gestire il 90% dei possessi (stima per difetto) e pretende poi un rendimento di livello, pena piccole ma imbarazzanti ritorsioni in campo e qualche volta fuori.

Il "povero" Kwame Brown (il manifesto vivente dei limiti dei losangelini) pur migliorato dai tempi dei Wizards non ha fin qui giustificato la partenza di Butler che in un team come quello gialloviola avrebbe senza dubbio fatto comodo, se nel prossimo futuro si spera nell'ingaggio di Bosh, il presente non è certamente foriero di soddisfazioni, numero 8 a parte naturalmente.

Il quadro più preoccupante di questa squadra è probabilmente la reazione agli 81 punti, mentre Bryant impazzava con il suo show i suoi compagni non hanno reagito come lecito attendersi ma hanno preferito farsi da parte, e recitare il copione dei perfetti scudieri con una interpretazione davvero pessima, coadiuvati da un certo disgusto diffuso dei poveri Raptors decisamente poco entusiasti della situazione.

Solo a qualche boato del pubblico i più "espansivi" hanno esultato o gridato incitamenti, spesso e volentieri si sono limitati stancamente a trascinarsi da un lato all'altro del campo con discutibile entusiasmo, mentre lo show impazzava e il mondo restava a bocca aperta.

Per chi ricorda una prestazione simile è impossibile non citare i 71 punti segnati da David Robinson nel 1994, in quella occasione l'ammiraglio fu letteralmente sospinto da pubblico e compagni entusiasti, in una gara che gli consentì di scavalcare Shaq nella classifica marcatori e di legittimare una stagione che lo vide protagonista eccellente.

Evidente la differente attitudine dei giocatori in campo in quel caso, cosi come è curioso constatare che se nel 94 il tutto fu accolto con relativo interesse, Kobe e i suoi 81 hanno scatenato una tempesta mediatica di cui il giocatore probabilmente trarrà  giovamento (ma attenzione all'effetto boomerang) per i prossimi anni.

Il problema da risolvere per Los Angeles è semplice; costruire un nucleo rispettato da un ego come quello di Bryant e ingaggiare un lungo capace di togliere pressione al backcourt, nell'immediato è doveroso cercare un compromesso per non gettare al vento la stagione. L'ottantello della discordia rappresenta un punto di non ritorno per il gruppo per come è maturato?

Il vero interrogativo per i prossimi anni è come e se questo fenomeno riuscirà  a mediare con staff tecnico e colleghi, perché se è vero che pochi in Nba possono dare caccia al suo record di punti (Lebron, Iverson, forse McGrady) è altrettanto vero che solo il figlio di Jelly Bean è cosi difficile da gestire ed accontentare nel variegato panorama cestistico d'oltreoceano.

Presumibile, o forse semplicemente auspicabile un cambio di rotta di questo controverso giocatore in caso di mancato approdo alla postseason (due anni di fila lontano dal basket che conta non sono pochi), in fondo contribuire a costruire una chimica vincente è sicuramente più gratificante (e più difficile) che umiliare Calderon a partita ampiamente decisa.

Riuscirà  Kobe a non snaturare il proprio gioco e la propria personalità  nel tentativo di responsabilizzare i compagni nel prossimo futuro? Ed è davvero possibile una mediazione con un altra vera stella? I destini dei gialloviola dipendono essenzialmente da questo complesso quesito… per ora non resta che sedersi e godersi lo spettacolo, a volte clamoroso, a volte poco edificante cestisticamente parlando.

Sacramento con Artest ha ritrovato linfa vitale, Minnesota ha deciso di operare una rivoluzione, il barone sta facendo crescere Golden State, le insidie della seconda parte di stagione per i Lakers non mancano di certo ed i playoffs ad ovest si confermano molto complessi da raggiungere.

Oltre agli eventuali “sacrifici” per il bene della franchigia da parte di Bryant, un altro aspetto fondamentale per il futuro di L.A. è un deciso miglioramento delle qualità  manageriali di Mitch Kupchak che ad oggi fanno solo rimpiangere il mitico Jerry West.

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