Non ci siamo

Dura la vita sul pino dei Knicks, caro Larry Brown

Una volta, diciamo negli ultimi due, massimo tre, anni, si diceva che i Knicks erano in grado di fare tutto ed il contrario di tutto, battere magari una corazzata attaccandosi al talento che non è mai mancato, per poi perdere con l'Atlanta di turno.

Oggi no: dopo sedici gare, di cui undici perse, New York non ha mai sovraperformato e le cinque vittorie, visto il talento ancora maggiore rispetto al passato soprattutto sotto i tabelloni, zona in cui ha sempre sofferto dal declino di Patrick Ewing, sono arrivate quasi fisiologiche, inevitabili. Viene da pensare che, Larry Brown o no, sarebbero arrivate anche con il sottoscritto in panchina. Una bomba allo scadere qua, una giornata in cui ti va tutto bene là , una in cui gli avversari non sono in forma e via, a cinque con quel roster magari assortito non benissimo ma ricco di talento, ci arrivi.

Nell'ultimo report ci eravamo auspicati che i newyorkesi andassero vincere almeno una gara in trasferta tra Miami e Charlotte, oltre a vincere in casa con Philadelpia e Chicago. Ebbene, con un colpo di fortuna ed una gara dignitosa, i due successi casalinghi sono arrivati, ma ciò che è mancato è almeno un successo esterno.

A Charlotte, anzi i Knicks hanno giocato una delle loro peggiori partite stagionali, una vergogna di dimensioni colossali. Per quanto i Bobcats non siano così male, il 5/8 da tre del rientrante Gerald Wallace, non certo un tiratore da oltre l'arco, il meno 22 toccato, le solite 22 palle perse, l'umiliazione a rimbalzo, sono un'onta difficile da lavare.

Fortunatamente tre giorni dopo è arrivata un elettrizzante vittoria contro i 76ers, materializzatasi dopo 2 supplementari grazie ad una bomba allo scadere del rookie Nate Robinson, nuovo beniamino del Garden. Ci ha poi pensato Dwane Wade, in compagnia di Alonzo Mourning (9 stoppate elargite, record franchigia che già  gli apparteneva eguagliato), a rigettare i Knicks nella polvere con una gara che non lascia diritto di replica ed un garbage time grosso come tutto il secondo tempo.

La legge dell'ex ha funzionato invece in casa contro i Bulls, con Jamal Crawford decisivo, mentre a Detroit sconfitta come da copione. Ovviamente, quella che poi doveva essere la gara di una piccola mini-svolta, una specie di dichiarazione d'intenti all'Atlantic Division, ossia battere i Celtics al Garden per impattarli nel record, si è rivelata l'ennesima sconfitta avvilente. Uccisi dagli esterni Paul Pierce e Ricky Davis, solo Marbury ha fatto la voce grossa con 35 punti, mentre il resto è stato imbarazzante, se si eccettua il solito Frye ed un parziale risveglio di Quentin Richardson.

Inutile entrare nel merito di ogni singola partita. I problemi sono tanti e possono essere analizzati di seguito, tutti insieme. Resta un mistero quello che c'è nella testa di Brown. La rotazione continua a non avere stabilità , un giorno promuove finalmente Channing Frye in quintetto (rookie del mese di novembre ad Est), salvo sbugiardarsi quello dopo" e meno male che questa matricola ha carattere, altrimenti queste sarebbero cose da tagliare le gambe ad un toro.

Va bene poi valorizzare quelli che dovrebbero essere i papabili per una cessione, ma Malik Rose ANCORA in campo nel crunch time è un insulto al gioco del basket. La difesa, che sembrava essere migliorata, è tornata ad essere un colabrodo ed è ormai consuetudine per gli avversari scollinare oltre quota cento. In questo sono soprattutto gli esterni avversari a portare i maggiori punti, segno che i Marbury e i Crawford, per non parlare di Robinson, concedono troppi centimetri e chili.

Certo, e ci mancherebbe, qualche attenuante c'è. Eddie Curry è stato assente per infortunio. Rientrato contro Boston, il suo impiego è stato ancora a singhiozzo per problemi di falli. Inutile ripetere l'importanza di averlo in campo stabilmente, magari (e finalmente, capito Larry?) accanto a Frye, così che entrambi possano approfittare degli spazi che l'uno lascia all'altro, una volta in post alto e l'altra in post basso.

Continua a mancare l'esterno in grado di segnare da fuori e contemporaneamente difendere su quello più pericoloso altrui: Richardson in questo sta fallendo, ma esiste in giro un giocatore che incarni tutte e due queste caratteristiche?

In mezzo al marasma, per ora le certezze sono appunto il sorprendente Frye e Stephon Marbury. Nove volte miglior realizzatore dei suoi, è quello che indubbiamente ha più punti nelle mani nel roster e quando va dentro i falli subìti si sprecano (22 volte in lunetta contro i Celtics). Sarebbe davvero il momento di spostarlo in guardia, affiancandolo ad un vero playmaker? Ecco il solito dubbio che ormai accompagna "The Coney Island Finest", oggi più che mai. Continua a smazzare fior fior di assist, quindi il dubbio resta.

Con un Curry dominante, forse, non ci sarebbero più problemi, visto che, quando è in campo, tutti gli esterni, Steph per primo, danno costantemente la palla dentro, salvo poi mettersi in proprio quando è fuori o quando possono godono dei raddoppi sul centro.

Ecco forse uno di punti focali: il recupero totale dell'ex-Bull. Che non sia ancora in formissima pare ovvio e l'infortunio in questo senso l'ha rallentato, ma è anche vero che gli arbitri devono concedergli di più quando cerca posizione in post. Nessuno pretende che sia arbitrato alla Shaq, ma i movimenti sono simili, quindi un po' più di tolleranza sarebbe gradita, soprattutto al cospetto di attori da Oscar alla Brad Miller. Sennò addio ritmo ed addio Eddie.

Con lui in campo, inoltre, il pensionato Antonio Davis sarebbe forse (il forse è d'obbligo, viste le assurde rotazioni di Brown) definitivamente panchinato. I tifosi, francamente, sono stanchi di vederlo deambulare per il campo. Esaustiva in questo senso la gara di Miami, con Mourning (lui sì un "connetto" terribile) che gli ha pasteggiato sulla testa per tutta la serata, sotto entrambe le plance.

Brown ha ammesso che la situazione lunghi è complicata: "Eddie non è pronto, Jerome James (scongelato dalla lista inattiva ma pure lui fuori forma, ndr) non è pronto. Il nostro miglior centro, ad oggi, è Jackie Butler ma è il più giovane di tutti"" ed infatti è stato proprio il 20enne mai scelto al draft a giocare, e discretamente, nei momenti focali dell'ultima gara con i Celtics.

Per il resto, inutile comunque chiedere la testa di Brown: sarebbe prematuro e, soprattutto, molto stupido, ma è altresì stupido negare che molte gare sono state perse per le sue scelte cervellotiche, che la squadra non ha mai fatto meglio di quanto potesse dare, o che a quota cinque, di riffa o di raffa, ci sarebbero anche Wilkens e Chaney. Fatto salvo che forse Brown è un pochino sopravvalutato, a qualsiasi allenatore vanno date due o meglio tre stagioni per modellare la sua creatura.

Quello che i tifosi possono augurarsi per l'immediato è il non vedere più certi ruderi ex-giocatori in campo a discapito dei giovani che hanno dimostrato di poter incidere già  ora.

Purtroppo però, come ha fatto notare il NY Times, pare in atto una crisi d'indentità  all'interno della squadra. Sotto accusa, tra le altre cose, le troppe palle perse.

Motivo? I giocatori in campo cercano di mettere in pratica i giochi del coach, badando più a quello che a guardare il canestro o la posizione degli avversari, snaturando il loro modo di giocare dall'inizio della carriera ad oggi. Operazione difficile imparare a fare una cosa mai fatta in un paio di mesi, ma è certo che prima imparano a farlo e più gli riuscirà  in maniera meccanica, senza più concentrarsi troppo sull'esecuzione" ma quando questo avverrà ? Fino a lì (e resta difficile bilanciare le due anime, quella da all alone e quella del team spirit), si resterà  in partita solo con le soluzioni personali di Marbury, che tende giocoforza a mettersi in proprio quando lo svantaggio si dilata verso la doppia cifra. Di questo Brown sembra rendersene conto e, dopo i borbottii pubblici delle prime partite, pare che si sia rassegnato alla cosa, anzi la avvalli proprio in queste situazioni, schierando Robinson play con Starbury libero di cercare la soluzione personale.

Tornando all'esterno che manca, si era pensato a Tim Thomas. Per le regole NBA, non ci sta uno (ri)scambio con Davis, quindi si era pensato a cedere Penny Hardaway, ma effettivamente Brown aveva già  bocciato "Tiny Tim" a Phila. Da pochi giorni, dopo il taglio di Matt Barnes, è in prova Qintell Woods, scaricato da Portland nell'operazione di pulizia dei "Jailblazers". Ovviamente il talento c'è e può giocare da guardia e da ala piccola, ma chi garantisce per la testa? Chiedere all'owner, là  in Oregon"

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