Il titolo torna in Texas

L'abbraccio finale fra Duncan e Ginobili

Ci sono volute sette partite di Finale, vale a dire182 minuti, per decidere la squadra campione NBA 2005 e alla fine l'hanno spuntata gli Spurs. Con pieno merito, perché non si arriva a raggiungere un traguardo del genere per caso. Allo stesso tempo però bisogna elogiare i Pistons, che sono arrivati a sette punti dal loro secondo titolo consecutivo ed hanno abdicato nel migliore dei modi, lottando fino alla fine alla pari con gli avversari e in un certo senso legittimando ulteriormente il titolo dell'anno scorso, che qualcuno si ostinava a definire casuale e frutto di incroci fortunati, come per esempio l'aver incontrato in Finale dei Lakers ormai in fase di avanzata autodistruzione.

Fatta questa lunga premessa, facciamo un piccolo passo indietro a gara 7 che, come ci si poteva aspettare, è stata equilibratissima tanto che, a dodici minuti dalla fine, le due squadre erano ancora in parità . Come nella sesta partita i Pistons sono partiti forte, trascinati dall'energia contagiosa del solito, encomiabile Ben Wallace che, in queste finali, è sembrato molto migliorato in attacco, pur continuando a non essere particolarmente affidabile.

Detroit ha in generale fatto la partita, con gli Spurs che però non indietreggiavano di un passo, anche se, nel terzo periodo, si sono ritrovati anche sotto di nove lunghezze. A quel punto la situazione poteva farsi preoccupante, con Duncan che in questa fase non ci prendeva mai e i Pistons che sembravano una macchina quasi perfetta. I problemi, per la squadra del Michigan, sono sorti poco dopo quando, per problemi di falli, coach Brown è stato costretto a tenere in panchina Rasheed Wallace e McDyess ed ha provato un quintetto con quattro guardie e Ben Wallace al centro.

Quest'ultima mossa di Brown è stata molto discussa, probabilmente avrebbe potuto aspettare a far sedere almeno Dice ma allo stesso tempo, se Antonio fosse rimasto in campo e poi avesse commesso dei falli e fosse uscito dalla partita, saremmo qua a parlare del grande errore di Brown.

Con il senno di poi siamo tutti bravi a giudicare, il coach dei Pistons ha preferito una scelta conservativa, quella di proteggere i suoi uomini dai falli e tentare di contenere l'inevitabile mareggiata, cercando poi di vincere la partita nell'ultimo quarto. Ed è proprio nel quarto periodo che gli Spurs hanno preso in mano la gara con una difesa incredibile e un gioco semplice ma efficace in attacco. I Pistons infatti hanno scelto di raddoppiare o addirittura triplicare Duncan in post basso e a quel punto il caraibico era perfetto nel passare la palla fuori ai tiratori appostati sulla linea dei tre punti, pronti a punire la difesa avversaria. Non è un caso che i due canestri che hanno spinto la partita dalle parti di San Antonio sono stati quelli da oltre l'arco di Bowen prima e Ginobili poi, che hanno messo in crisi il piano di Detroit.

Al termine della gara è stata giustamente messa in rilievo la capacità  di esecuzione degli Spurs nell'ultimo quarto, grazie alla lucidità  di Duncan che ha distribuito il pallone in modo increibile ai tiratori, anche se, al di là  di tutto, il gioco degli Spurs poteva rivelarsi un'arma a doppio taglio per i texani. Se, infatti, i tiri degli esterni non fossero entrati, ora saremmo tutti qui a parlare del gioco troppo statico e limitato di San Antonio che nel quarto periodo si è fermata e messa completamente nelle mani di Duncan. Questione di punti di vista.

MVP della serie è stato nominato Tim Ducan (che ha anche ricevuto i complimenti di John Wooden), riconoscimento pienamente meritato per l'uomo che dal 1997, anno in cui è entrato nella NBA, ha completamente ribaltato i destini degli speroni. Anche in questa finale il caraibico ha dimostrato di essere i fulcro del gioco di San Antonio, l'unico giocatore irrinunciabile per la franchigia nonostante l'ascesa imperiosa di Ginobili. Duncan anche in gara 7 ha dimostrato di avere la stoffa del leader, magari un po' anticonvenzionale, senza urli o proclami, ma silenzioso, efficace ed ascoltato all'interno dello spogliatoio. Ha dimostrato di saper reagire alle difficoltà , senza innervosirsi quando ha sbagliato otto tiri di fila, una rarità  per lui, per poi uscire nell'ultimo quarto segnando e facendo segnare. La sua continuità  ad altissimo livello e la sua classe meritano questo riconoscimento.

Allo stesso tempo, però, si faceva strada una candidatura internazionale per il tiolo di MVP delle finals: quella di Manu Ginobili. L' ex Virtus ha completamente conquistato gli americani (molti l'hanno definito l'MVP morale della serie) e in finale è sicuramente stato fondamentale, grazie ai suoi cambi di ritmo, alle sue penetrazioni e alla sua incredibile faccia tosta che lo spingeva a buttarsi dentro in ogni possesso, a prendere contatti durissimi per qualsiasi essere umano. In molti hanno sostenuto, anche nel post gara, la candidatura di Manu, ma probailmente i tempi non sono ancora maturi per un MVP della finale straniero e soprattutto, all'interno dell'NBA, ci sono delle gerarchie consolidate che è difficle cancellare.

Resta il fatto che il ragazzo di Bahia Balnca si sia ormai conquistato un posto nell'élite della NBA, anche se non tutti, soprattutto gli avversari, sono ancora disposti a riconoscerne la grandezza; a San Antonio, invece, la Manumania ha raggiunto picchi veramente incredibili durante la finale, e Ginobili, nel cuore di tifosi texani, ha probabilmente raggiunto, se non superato, anche Tim Ducan.

Se ci fosse un riconoscimento per il canestro più importante della serie, però, questo andrebbe di diritto a Robert Horry (sesto titolo ella carriera)che, con il suo tiro a cinque secondi dalla fine della quinta partita (e il suo incredibile quarto quarto e supplementare) ha permesso agli Spurs di vincere a Detroit ed avere di fatto due match point sulla racchetta, per di più in casa, per riportare il titolo a San Antonio.

La città  del Texas è letteralmente impazzita per la sua squadra, si prevede una marea di gente alla parata celebartiva di questa sera, dove i giocatori sfileranno, come ormai da tradizione, sul Riverwalk per salutare la folla di tifosi che, nelle partite casalinghe, hanno reso il fattore campo veramente importante, facendo un tifo incredibile ed hanno festeggiato tutta la notte per il terzo titolo della storia degli Spurs.

Dall'altra parte degli Stati Uniti, a Detroit, c'è delusione per l'occasione mancata ma allo stesso tempo la squadra è stata elogiata per l'ottima stagione, durante la quale i Pistons si sono confermati come una delle potenze della Lega.

I tifosi si erano radunati in tutta Detroit per vedere gara 7 con la speranza di festeggiare il titolo, ma alla fine hanno dovuto abbandonare silenziosamente i luoghi di ritrovo per fare ritorno a casa.

E' quasi surreale l'atmosfera del Palace di Auburn Hills, nel cui atrio c'è ancora il poster che definisce i Pistons "The Defenders", una sorta di ritornello dei playoffs, e c'è ancora lo striscione con i numeri da uno a sedici, che rappresenta le partite che servono ad una squadra per vincere il titolo. Tutti i numeri sono crocettati ad esclusione dell'ultimo, il numero uno, a dimostrazione dell'ultima vittoria che è mancata ai Pistons per confermarsi.

Ora, dopo la delusione, è il momento delle analisi sulla squadra, che ha un nucleo forte da cui ripartire, tutti hanno il contratto e Prince sta già  trattando per l'estensione. Il problema dell'estate di Dumars sarà  rappresentato dalla necessità  di rinforzare la panchina che, soprattutto in finale, non è parsa all'altezza della situazone.

A Detroit, però, gli occhi di tutti sono concentrati solo su una persona, Larry Brown che, fra qualche giorno, entrerà  alla Mayo Clinic per fare le analisi e valutare il suo stato di salute. Nel Michigan sono sicuri che in ogni caso Brown abbandonerà  la panchina dei Pistons per accettare il posto dirigenziale offertogli dai Cavs, e in questo contesto bisogna inserire anche le parole positive spese da Lebron James nei confronti del suo ex allenatore nelle fallimentari olimpiadi di agosto.

Ma al di là  di quello che deciderà  di fare Brown, i giornali della zona mettono in rilievo la grande stagione della squadra, sottolineando la necessità  di mettere da parte l'amarezza e di valutare obbiettivamente la situazione, che dice che i Pistons sono andati vicinissimi a rivincere il titolo ed hanno una squadra unita ed affiatata che si ritroverà  il prossimo anno praticamente immutata negli uomini chiave per ritornare all'assalto dell'anello.

La stagione è finita, ora ci aspetta un'estate di trattative che iniziano con la notizia positiva dello scampato pericolo del lock-out, i primi scambi e il draft. E il bello è che, anche se la Finale NBA è appena terminata, sul San Antonio Express News già  si legge che Pistons e Spurs hanno il talento per ritrovarsi in finale anche nel 2006. A Detroit sperano, però, con un risultato finale diverso.

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