Classics NBA Jersey

Ve li ricordate questa maglia e questo stile? I bei vecchi tempi andati sono tornati nella NBA!

E' di questi ultimi giorni, la pubblicazione, ormai un classico annuale, della classifica curata dalla rivista Forbes, sul valore delle squadre della NBA.
Anche quest'anno, al primo posto ci sono i Los Angeles Lakers, una franchigia che ad oggi, secondo gli analisti della prestigiosa testata a stelle e strisce, varebbe una cifra dell'ordine di 447 milioni di dollari.

La stessa classifica è chiusa, al ventinovesimo posto, dai “poveri” Milwaukee Bucks, il cui valore ad oggi ammonterebbe a soli 174 milioni di dollari. Si tratta indubbiamente di cifre che fanno riflettere.

La NBA, ogni anno di più, si sta trasformando in un fenomeno globale. Un fenomeno che non trova riscontro in nessun altra organizzazione o lega sportiva nel resto del mondo.

Certo, si potrà  sicuramente obbiettare che in alcune zone del mondo, America Latina, Europa in particolare, il seguito che i rispettivi campionati di calcio possono scatenare in tutti i livelli della società , sia ineguagliabile.
Lo stesso sport universitario americano è, se vogliamo, più radicalmente seguito dal pubblico, rispetto al grande show dei professionisti.

Il salto di qualità  che la NBA porta rispetto a queste altre passioni sportive, è quello del quale si occupa proprio Forbes. I bilanci.

Perché una squadra come il Boca Juniors in Argentina o il San Paolo in Brasile, tanto per non fare esempi troppo vicini all'Italia, due veri fenomeni di costume, due religioni laiche, due stili di vita che calamitano i destini emotivi di milioni di persone hanno bianci praticamente fallimentari, mentre anche la meno importante delle franchigie NBA produce reddito per chi la gestisce?

Perché squadre come Milan, Juve, Inter, Arsenal, Real Madrid o Barcellona, debbono periodicamente salvare il proprio bilancio da perdite ingenti, mentre una squadra come i New York Knicks, storica piazza NBA, ma recentemente anche storica perdente, ha solo l'imbarazzo su come spendere il proprio denaro?

Sarebbe certamente semplicistico ridurre ad una questione di management l'andamento di realtà  sportive come quelle appena succitate, ma uno dei fattori che hanno fatto la differenza fra un grande show che produce reddito e spettacolo sportivo ed un carrozzone perennemente in lotta con le proprie crisi, è la gestione del merchandising.

Merchandising una parola che fino a solo una decade fa, nel nostro paese era misconosciuta, noi cresciuti con i baracchini abusivi sulla via dello stadio, con solamente le figurine della Panini a farci ricordare come lo sport possa essere anche business senza per questo intaccare l'etica del gesto atletico.

No, nella NBA questa parola è nata contemporaneamente alla lega.
Anzi, la lega NBA è nata esattamente per inseguire il merchandising, per creare uno spettacolo sportivo che potesse, al di là  dell'illibato mondo universitario, creare ricchezza.

Nei primi anni, è storia che molti conoscono, le cose non andavano proprio per il verso giusto, ma tanto per stringere il discorso, lo spartiacque della vita del Basket pro è arrivato con gli anni '80.

Una combinazione astrale, la vendita delle immagini fuori dal territorio USA, l'avvento di un grande commissioner, la sfortuna economica delle leghe concorrenti, hanno fatto sì che in quegli anni la NBA si risollevasse dalla crisi degli anni '70 e ne facesse decollare i bilanci grazie anche e soprattutto alla vendita in scale mondiale di gadget legati al nome e al prestigio dei campioni impegnati sul campo.

In pochissimi anni le maglie giallo viola numero 32, bianco verdi numero 33 e la maglia numero 6 dei 76ers, si sono fatte letteralmente spazio negli armadi dei ragazzi più o meno giovani del resto del globo.

Al seguito delle maglie sono poi arrivate le scarpe, le tute, che dalle rigorosamente blu con striscia bianca tipiche delle palestre anni '70 italiane, hanno cominciato a colorarsi dei colori e dei nomi più strani.

Chi di noi (noi vecchi s'intende) non ha avuto un professore di ginnastica vecchio stampo che ha guardato male quel bomber con la scritta Celtics (letto e pronunciato rigorosamente con le due C)?
Chi nel periodo di attività  di sua maestà  Air Jordan non ha utilizzato un suo paio di scarpe?

Insomma, nel giro di pochi anni, comprare per usi assolutamente extra sportivi una maglia o un indumento a caso legato ai marchi della NBA è diventato prima un simbolo di fanatismo sportivo, poi una comunissima abitudine, tanto che oggi è pressoché impossibile trovare un bambino dagli 8 anni in su che non possieda almeno un piccolo indumento che richiama quel mondo, magari pur senza conoscerlo, mentre è facile trovare un tifoso di una qualsiasi squadra italiana di calcio che non possiede neppure una maglia che gli ricordi i “propri” simboli e colori.

Non sembra neppure così importante che i colori siano quelli dei vincitori o dei leader del momento.

Certamente nel periodo dello Show time, i Lakers hanno reso il mondo la propria terra di conquista per vendere il California – Style. Altrettanto vero è il fatto che coloro che non amavano Magic e soci, trovavano naturale comprare e riconoscersi nei colori di Boston.

E così durante l'era dei Bulls, la maglia numero 23 ha rappresentato un fenomeno commerciale difficilmente eguagliabile.

Il trucco ed il bello di questo sistema è però quello di contenere delle anomalie particolari. Basandosi su un concetto labile quale quello dell'estetica, il successo di alcuni marchi è assolutamente slegato dalle fortune della squadra vera e propria.

Ci sono sempre state squadre, come Orlando, Philadelphia, Seattle o Denver, che hanno riscosso un notevole grado di apprezzamento commerciale, anche nei periodi più bui della propria vita agonistica, mentre ai “poveri” Houston Rockets non sono bastati due titoli di campioni e un robusto lifting estetico per far presa sul mare di tifosi compranti fuori dall'Unione.

Nonostante questo, la NBA non ha mai smesso di ricercare nuove platee verso le quali proporsi. Cambi di logo (quasi mai di nome e anche questo è importantissimo), cambi di colore, naturali evoluzioni nella tecnologia costruttiva dell'attrezzatura, hanno fatto lievitare il numero di maglie per ogni franchigia.

Alcuni esperimenti sono riusciti, come le ultime versioni delle divise dei Nuggets, o dei Cavs by Lebron James, altri non hanno fatto presa sul pubblico tanto da durare poche stagioni, come per l'appunto le effigi apparse nel corso degli anni '90 sui petti dei Seattle Sonics, dei L.A. Clippers, dei Detroit Pistons o degli Houston Rockets, in altri casi ancora la scelta conservatrice è stata radicale, come nel caso delle squadre a loro modo storiche, come Boston, Los Angeles Lakers, New York Knicks, Chicago Bulls o Portland.

Nell'ultimo periodo però ha cominciato ad apparire sui parquet di mezza america un nuovo trend. Prendendo per una volta a prestito un idea di altra fattura e mutuando le scelte della NFL e della Major League, la NBA ha dato il via alla corsa al retrò.

Maglie storiche, marchi riesumati dalla naftalina o riedizioni di vecchie casacche hanno cominciato ad essere indossate in serate speciali dalle squadre in campo.

Il motivo? La celebrazione di una ricorrenza riguardante la franchigia, il ritorno a colori che hanno fatto la storia o il ripensamento di una scelta non fortunata di stile con l'aggiunta di quel pizzico di amarcord che non fa mai male.

Di scuse per far soldi la NBA ne potrebbe trovare a bizzeffe, ma in questo caso l'operazione sembra davvero ben riuscita. Riportare alla luce delle effigi storiche ha il sapore della celebrazioni senza cattivo gusto, accomuna le nuove tecnologie con la creatività  di coloro che hanno costruito il mito della NBA, insomma si unisce senza fare danni il cotone grezzo e la lycra.

Ovviamente se si vuole sapere tutto del perché e per come di queste maglie, NBA.com è il posto giusto dove andare, con una pagina inclusa nella sezioni History dedicata a questa sorta di celebrazione agonistica, ma basta aprire un motore di ricerca e digitare “classic NBA jersey” per trovare una serie di siti dai quali ordinare a prezzi non proprio modici, un pezzo di memoria.
Alcuni esempi?

Indiana Pacers La maglia in questione rievoca il trentesimo anniversario della vittoria dei Pacers del titolo ABA. Si tratta certamente di una maglia bellissima, con strisce laterali gialle e azzurre su fondo bianco, la versione moderna della prima maglia con la quale la squadra dell'attuale presidente Bird si è presentata nella nuova lega con l'aggiunta del nome Pacers in caratteri decisamente attuali.

Atlanta Hawks La squadra della Georgia, così come i Lakers, non ha sempre portato i colori rosso e nero. Nel corso dei suoi anni di attività  si è infatti passati dal classico rosso, al verde e bianco (colori proprio della riproduzione storica) alla celeberrima versione anni '80. Certamente quest'ultima è quella che maggiormente resta nel cuori di tanti appassionati di basket made in Italy.

Golden State Warriors Il quarantesimo anniversario nella Baia degli Warriors è stato richiamato quest'anno da una maglia con l'effige del Golden Gate ben evidenziata e dai classici colori giallo e blu. Sicuramente non saranno molti i tifosi che ricordano le gesta dei Philadelphia Warriors, ma per tutti c' è comunque una maglia che di momenti gloriosi ne ha avuti parecchi.

Denver Nuggets Pur avendo cambiato maglia proprio quest'anno, i rappresentanti nella NBA dello stato del Colorado sono stati una delle prime franchigie a cavalcare il fenomeno “classics” rimettendo sulle spalle la maglia arcobaleno degli anni '80. La squadra di Denver ha rappresentato per molti versi un piccolo fenomeno di costume se è vero che i suoi tanti tifosi hanno sempre accomunato quei colori sgargianti ad un gioco altrettanto piacevole, anche se non sempre vincente.

Seattle Supersonics La maglia proposta quest'anno da Ray Allen e compagnia ricorda i 35 anni della franchigia. Si tratta dell'esatta replica della maglia color oro indossata dalla squadra il 13 gennaio 1969. Nel frattempo per i tifosi dello stato di Washington, il destino ha portato almeno altre quattro versioni della divisa, indossate da campioni del livello di Shawn Kemp, Gary Payton o Jack Sikma.

Utah Jazz Le maglie dei Jazz sono rimaste praticamente intonse per quasi trent'anni, con un passaggio di città  e oltre 11.000 passaggi dalle mani del signor Stockton. Poi, in piena era Jordan, la dirigenza ha deciso di fare il salto di qualità  preparando per le finali NBA un maglia ed un logo tutti nuovi, con colori nuovi e l'effige delle montagne dello Utah. Con la maglia storica presentata quest'anno, il ritorno al passato è d'obbligo la scelta è quindi tornata sulla classica divisa bianca indossata dal Pistol Pete Maravich.

Philandelphia 76ers L'ultima squadra di questa carrellata è quella oggi guidata da Allen Iverson. La maglia che la dirigenza ha deciso di riportare a galla è ovviamente quella del titolo NBA 1982/83. Al di là  della scelta estetica è certamente emozionante rivedere i mitici colori rossi del quintetto guidato da Doctor J sulle spalle del signor Iverson. Il pronostico è già  scritto, le vendite saranno enormi!

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