I cavalieri di re James

James indica il futuro: la sua società  saprà  seguirlo?

Non si può non convenire sul fatto che esistano compiti più ingrati di quelli di Jim Paxson, GM dei Cleveland Cavs. Rispetto a molti colleghi, Pax Sr il problema principale l'ha già  risolto, anzi l'ha risolto per lui la dea bendata, che gli ha spedito in sorte, sotto forma di pallina col logo dei Cavs, un ragazzino di 18 anni che è già  considerato uno dei pochi giocatori franchigia di questa lega.

Che James fosse qualcosa di speciale non è stata una sorpresa per Paxson, ma probabilmente lo è stato il vederlo già  così decisivo anche a questi livelli.

Piazzare Lebron James come prima pietra non è affatto male, ma il fatto che il ragazzo sia molto più avanti di quanto previsto rischia di essere un'arma a doppio taglio per la dirigenza dei cavalieri, che non devono pensare tanto al suo sviluppo come giocatore, quanto all'offrirgli una squadra competitiva, e alla svelta.

Molto alla svelta: non si può far attendere il prescelto.

Fuori tutti
La famiglia Paxson non ama temporeggiare, questo è indiscutibile. Al pari del fratello John, GM dei Chicago Bulls, anche Jim non ha esitato a premere il grilletto su tutte le potenziali trade che gli sono passate sottomano negli ultimi mesi, ed il risultato è stata una discreta purga nel roster rispetto a quello che ha iniziato la stagione.

D'altro canto era chiaro che qualche testa sarebbe rotolata prima del traguardo, causa spaventosa crisi demografica al suo interno.

I principali indiziati, Ricky Davis e Darius Miles, hanno già  fatto le valigie, destinazione Boston e Portland rispettivamente, ed egual sorte hanno avuto Chris Mihm e Yogi Stewart: tutta gente in qualche modo inadatta al progetto in costruzione nell'Ohio.

Il problema di Davis non era il talento, specialmente offensivo, ma la testa, assolutamente inadatta ad un gioco di squadra. Citiamo un anonimo scout di una franchigia della Eastern Conference: "Il più grosso problema di LBJ è che sta giocando con alcuni pazzi completamente fuori controllo".

Questa, invece, è uscita diretta dalla bocca di Ricky: "Io pensavo che Lebron fosse un'aggiunta alla squadra fatta per mettermi nella condizione di segnare di più. Pensavo dovessimo diventare un one-two punch, un tandem".

Basta mescolare e si può capire perché il genio e la sregolatezza di RickyD adesso svernino a Boston.

Per quel che riguarda Miles, ci affidiamo ancora ad un anonimo Scout, che di Darius ha detto: "Penso che di tutti i liceali arrivati nella NBA negli ultimi anni, nessuno abbia imparato così poco e così lentamente come lui. Avrebbe dovuto andare al college".

In effetti l'ex fenomeno di East St.Louis, ad oltre tre anni dal suo ingresso tra i professionisti, è rimasto praticamente quel che era al liceo. Non è riuscito a sviluppare un tiro da fuori affidabile, in difesa getta in campo l'atletismo, ma anche una conoscenza del gioco assai limitata, e oltretutto nemmeno lui è il prototipo dell'atleta coscienzioso.

In prestagione si è distinto lui pure per la seguente, agghiacciante dichiarazione: "Ho intenzione di andare in palestra, perché quest'anno andremo parecchio in televisione, e voglio far bella figura". Quasi peggio di Davis, roba da farti cadere il microfono di mano.

Può darsi che del ventiduenne Miles si possa fare ancora un buon giocatore, ma se ne preoccuperanno a Portland, qua c'è da convincere il predestinato che si fa sul serio, e non c'è tempo da perdere.

Primi bilanci
Che le mele marce andassero portate al bidone dell'immondizia era opinione condivisa: resta da vedere se dalla loro cessione si sia tratto il massimo o si potesse far meglio.

Dunque, sullo scambio con Boston la giuria ha emesso parere sostanzialmente positivo: i Cavs hanno ottenuto ciò che cercavano. In cambio di Davis, Stewart e Mihm, sono arrivati in città  Eric Williams, Tony Battie e Kedrick Brown.

Eric Williams porta alla causa esperienza, difesa, durezza mentale e fisica e un carisma che non si insegna. Probabile che oggi (12,1 punti in 31 minuti) non sia più l'attaccante che cominciò la stagione a 20 di media a Denver nel 1997, salvo sentire il ginocchio fare crack dopo sole 4 partite, ma non è quello che gli chiedono a Cleveland.

È il Williams di Boston, che in difesa prende l'esterno più pericoloso e va a rimbalzo come se ne andasse dei suoi figli, che vogliono vedere accanto a LBJ.

Battie è un buon gregario, può occupare sia lo spot di 4 che quello di 5, va a rimbalzo (6,3 in 23 minuti) e non dovrebbe far miracoli ma nemmeno danni, anche se si rumoreggia abbia un ginocchio in disordine, e infatti sta perdendo minutaggio.

Meno talento ma più cervello, più difesa e più esperienza, il core-business della trade è tutto qua.

La giuria è ancora riunita invece per quanto concerne lo scambio Miles-Mcinnis (e Boumtje-Boumtje, a dire il vero), con Portland. Paxson aveva già  chiarito che nei suoi piani c'era un playmaker, per togliere almeno in parte il peso della regia dalle mani di James.

Ormai è chiaro che Lebron è un'altruista di natura, in grado di creare a prescindere dal fatto che porti palla dalla rimessa o no, quindi c'era una logica nel voler cercare un regista sul mercato. Lasciamo da parte il fatto che a libro paga, a 15 milioni per 5 anni, c'era e c'è tuttora Kevin Ollie, la cui firma viene quindi almeno in parte sconfessata, ma cosa c'entra Mcinnis col progetto Cavs?

L'ex Blazer ha talento e istinti offensivi in abbondanza, ma risponde più al prototipo della testa calda che a quello del giocatore pochi fronzoli e tutta sostanza che serve ai Cavs.

Inoltre, cedendo per un attimo al fascino della dietrologia, dobbiamo sottolineare che la rinuncia a Miles comporta che in un biennio i Cavs abbiano scambiato in pratica Andre Miller per Mcinnis, e si può far peggio ma anche meglio.

Ok, stop alla dietrologia, anche perché Miles era una scommessa che in molti avrebbero raccolto, e Miller, che come sempre sale e scende di livello ad anni alterni, poteva rimanere solo in cambio di diversi milioni a stagione. Mcinnis, invece, ha il contratto in scadenza nel 2005, ma i Cavs possono uscirne quest'estate versando un buyout di soli 300.000 dollari.

Infine, spazio al gossip. Nei giorni precedenti lo scambio Mcinnis - Miles, il vecchio Charles Oakley, evidentemente uomo di mondo ma pur sempre originario di Cleveland, sembrava in procinto di accasarsi ai Cavs fino a fine stagione.

Nozze che probabilmente non s'hanno da fare, perché i rapporti Oak - Mcinnis sono tesissimi da quando i due scoprirono di avere qualcosa di troppo in comune a Charlotte, North Carolina. Cherchez la femme, ovviamente.

Se Cleveland riesce a riunirli vuol dire che il vecchio Oak sta scommettendo anche sul colore della prima auto che sbuca dall'angolo e non indovina spesso, ma in compenso pioveranno aneddoti.

Il quintetto
I playoffs ad Est non sono una chimera per nessuno, e i Cavs non tirano assolutamente a perdere, ma l'obiettivo primario resta individuare il nucleo base cui affidarsi nei prossimi anni. I cavalieri di re James.

Intanto la cessione di Davis ha già  centrato un risultato importante: Lebron è salito addirittura di livello, viaggiando a 25,4 punti, 4,9 rimbalzi e 5,4 assist nelle prime dieci partite dopo la partenza del compagno.

In tema di giocatori che salgono di livello, la ribalta spetta anche a Carlos Boozer, eletto Player of the Week il 26 gennaio dopo tre partite a 20,7 punti, 15,3 rimbalzi e 4,0 assist, con il picco del 32+20 piazzato ai Sonics. Erano quasi due anni (Andre Miller, il 17 febbraio 2002), che un giocatore dei Cavs non vinceva il premio di giocatore della settimana.

Boozer (23+16 una settimana fa contro i Magic), sta confermando tutti i progressi palesati lo scorso anno: ormai è chiaro che si tratta di un rimbalzista sopra la media, ma non solo.

Le cifre parlano chiaro: 14,1 punti, 11,0 rimbalzi e 2,1 assist, 25 volte miglior rimbalzista di squadra su 38 partite disputate, 2 volte a quota 20 carambole, 18 doppie-doppie complessive. L'ex centro di Duke parteciperà  all'All Star Saturday con la squadra dei sophomores, opposto ai rookies del suo compagno James, ma numeri alla mano non avrebbe sfigurato nella partita vera, almeno ad Est.

Nel supporting cast di Lebron, Carlos è certamente la pietra più pregiata, ma anche il suo compagno d'area non scherza.

Zydrunas Ilgauskas sta producendo una delle migliori stagioni della sua carriera, ha saltato una sola partita, non va oltre i 29 minuti, ma segna 14 punti (l'anno scorso tirava con il 44,1%, oggi è oltre il 47%), e anche 7,7 rimbalzi non sono pochi considerando che deve rubarli anche a Boozer.

Giocare ad est non nuoce nemmeno a lui, ma "Z" rimane uno dei migliori centri puri della Lega, a dispetto dei piedi martoriati dal bisturi.

Accanto a Silas
In questo momento coach Silas parte con Mcinnis, James (40,1 minuti a partita, 5° assoluto), Eric Williams, Boozer e Ilgauskas. Alle loro spalle c'è profondità  di uomini, anche se mancano qualità  ed esperienza.

Tra i piccoli spicca Dejuan Wagner, l'Allen Iverson del New Jersey, che è da poco rientrato dopo l'infortunio al ginocchio che lo aveva bloccato l'anno scorso, nel bel mezzo di una promettente stagione da rookie (13,4 di media).

Wagner è un realizzatore, a prescindere dal ruolo (non ha la tecnica per fare il play e manca dei centimetri per fare la guardia), ma è anche un accentratore che il meglio su un campo da basket lo fa con la palla in mano e la squadra al suo servizio, e abbiamo visto che Ricky Davis è finito male per lo stesso motivo.

Wagner ha già  seminato estimatori nei circoli NBA (uno di lusso è Riley, che alla lunga quello che vuole lo ottiene, vedi Odom), ma a Silas serve ancora, perché è l'unico esterno a parte James con punti nelle mani, e alla fine i giovani talenti non si possono vendere tutti solo perché son troppi.

Peraltro anche il suo ginocchio sembra aver bisogno di un tagliando, come quello di Battie, e infatti anche lui ultimamente gioca meno.

I minuti che James e Mcinnis lasciano liberi nel ruolo di play restano da dividere tra Kevin Ollie e J.R. Bremer. Ollie (ripetiamo, 15 milioni per 5 anni), fa quello che sa fare, difende duro e porta palla senza stravaganze né lampi, ma in fondo non deve aver convinto tutti, se dal mercato è arrivato proprio Mcinnis.

Secondo e ultimo spazio dedicato alla dietrologia: non è il classico playmaker ragionatore, e forse nemmeno l'uomo ideale per dividere il backcourt con James, ma in estate c'era un free-agent di 1,65 che sbavava per firmare coi Cavs e oggi fa faville sulle montagne rocciose.

Si chiama Earl Boykins, dite che a fianco del prescelto avrebbe fatto peggio di Ollie?

Tra gli esterni fatica anche un altro acquisto estivo: Ira Newble, ragazzo ex Atlanta Hawks che in estate aveva diversa gente a bussare alla sua porta, in cerca di difesa a basso costo.

Lui pure non deve aver entusiasmato, se i compiti per cui è stato firmato riposano adesso sulle (più larghe) spalle di Eric Williams, per cui Ira è sceso nelle grazie di Silas, e il 37,6% con cui tira dal campo non deve aver reso difficile la decisione del coach.

Tony Battie cambia Boozer e Ilgauskas, e come backup è quasi un lusso, se due anni fa faceva il centro titolare per i Celtics nella finale a est, e accanto a lui dalla panca sale il mitico Desagana Diop, che ha fatto qualche passo avanti, ma è il primo ventunenne (forse") della storia su cui si possono abbandonare le speranze. Semplicemente, del giocatore di basket Diop ha il fisico, e nient'altro.

Scenari possibili
Dal punto di vista salariale la situazione dei Cavs è ottima. James resterà  a cifre risibili fino all'estate del 2008: l'unico contratto pesante è quello di Ilgauskas, ma scadrà  tra 18 mesi, e il lituano continua ad avere estimatori, quindi non è detto non lo si possa scaricare, anche se l'ottima stagione prodotta da "Z" dovrebbe indurre Paxson a pensarci due volte.

In realtà  l'unico problema immediato è Boozer, che firmò due anni fa un biennale da seconda scelta, in scadenza quest'estate. Di milioni ce ne vorranno diversi per legarlo ai Cavs, ma il problema sorgerà  se il ragazzo chiederà  il massimo salariale, cifra che probabilmente non merita, ma che sarà  difficile negargli, visto il suo status di giovane rampante che in alternativa può andarsene per niente.

Paxson dovrà  stare attento, perché a forza di rinnovi il cap si riempie rapidamente, e la flessibilità  è qualcosa cui non puoi rinunciare anche se hai Lebron James.

Dando per scontata la rinuncia a Mcinnis, ci vuole un play accanto a LBJ, possibilmente un uomo squadra, in grado di punire i raddoppi sul fenomeno, di portar palla e di difendere duro.

Praticamente quello che Snow è per Iverson, col piccolo problema che quando si parla di giocatori con queste caratteristiche viene sempre in mente il nome di Snow, quindi la ricerca non sarà  facile.

Altre decisioni importanti riguarderanno coach Silas, anche se probabilmente non a breve.

L'ex Celtic è solo un buon pastore d'anime che può condurre per mano il prescelto nei suoi primi passi nella Lega, salvo poi lasciare a vantaggio di un allenatore adatto a compiere l'ultimo passo o è lui l'uomo che può portare lontano i Cavs?

Ripetiamo: Paxson ha il compito facilitato dal fatto di avere la star già  pronta in casa, ma deve comunque azzeccare diverse scelte e deve farlo alla svelta.

Scegliere Boozer è stato un colpaccio, ma la chiamata di James è stata facile, e le firme estive di Newble e Ollie somigliano tanto ad aver buttato i milioni nel camino: non è che la reputazione del GM sia altissima e Gordon Gund, il proprietario, potrebbe anche ritenere Pax non all'altezza della costruzione di una squadra che l'anno prossimo deve puntare ai playoffs.

Qualche sera fa, i Cavs sono andati sotto a Milwaukee perché LBJ ha sbagliato tre liberi nel finale. Come lui se ne son visti pochi, ma resta un essere umano di 19 anni, non può far tutto da solo, ha bisogno di qualità  accanto e ne ha bisogno alla svelta.

La dea bendata ha fatto il suo per tirare Cleveland fuori dalle barzellette, il resto lo deve mettere la dirigenza.

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