La Princeton Offense

Le caratteristiche di Stojakovic sono esaltate dalla Princeton Offense…

Nell'estate del 1991, Corrado Orrico, nel corso della conferenza stampa di presentazione come nuovo allenatore dell'Inter, generò discussioni e qualche profetica perplessità , annunciando che la sua squadra in campo avrebbe applicato il WM, uno schema di gioco in disuso da almeno 30 anni.

Uno degli aspetti più affascinanti della pallacanestro sta nel fatto che, nella Nba, il massimo livello mondiale, e di riflesso nel resto del mondo, vengono utilizzati sistemi di gioco, catapultati da un'altra epoca. Sopravvissuti alle decadi, e ai giocatori. Senza tempo.

Non perché il gioco non si sia evoluto. Ma perché i loro creatori erano dei geni, in grado di trasportare su carta (e sul campo) il loro sogno: 5 giocatori che si muovono in armonia nella metà  campo offensiva.

"Sideline Triangle Offense", "Flex Offense" e "Princeton Offense". Questi tre attacchi hanno in comune i natali, posti, grosso modo, per i concetti di base, negli anni 50, e l'appartenenza alla famiglia delle cosiddette "Motion Offense", attacchi senza giochi fissi, determinati dalle "letture" che gli attaccanti devono fare delle difese che affrontano.

Del triangolo laterale, filo conduttore delle vittorie di Phil Jackson e Tex Winter ai Bulls e ai Lakers, si sa tutto. La Flex Offense fu definita da Carrol Williams, università  di Santa Clara all'inizio dei '70, ma si basa su principi di due decadi prima. Fu portata nella Nba da Hubie Brown che continua ad utilizzarla, benché riveduta e corretta, a Memphis.

La Princeton Offense è stata inventata da Pete Carril, attuale vice di Rick Adelman ai Kings, il coach più vincente della storia della Ivy League, con 13 successi di conference e 11 partecipazioni al torneo Ncaa, l'unico ad aver raggiunto più di 500 vittorie in carriera (525), pur allenando in un'università  che non prevede borse di studio per atleti.

Nel 1996, Pete Carril ottenne la sua ultima vittoria da coach di Princeton, eliminando sorprendentemente UCLA al primo turno del torneo Ncaa. L'azione decisiva, chiamata dal coach a 3.8 dalla fine, fu un back door, il movimento più classico e riconoscibile del suo sistema d'attacco.

La Princeton Offense fu creata per sfruttare gli atleti a disposizione del suo creatore: bianchi, non grandi atleti, con ottimi fondamentali e con quoziente intellettivo generale, degno di una delle università  più selettive d'America.
Per meglio comprendere gli schemi li tareremo su quello che, al giorno d'oggi, vediamo fare dai Sacramento Kings, anche se probabilmente persino Carril, non poteva immaginarsi nulla di simile, nel momento in cui li mise a punto.

Il primo punto fondamentale della Princeton è la conquista della posizione cosiddetta del gomito, al prolungamento della linea di tiro di libero. Il centro deve essere in grado di correre in transizione e conquistare quello "spot" perché, secondo punto fondamentale, sono preferibilmente i centri, nella Princeton, a gestire il gioco.

Se questo non avviene, la squadra si deve disporre in un allineamento in cui il pivot prende il post basso e le ali devono avere la miglior posizione per palleggiare sino al gomito.

Una volta posizionati, il giocatore in punta, Bibby ad esempio, passa la palla su un lato all'ala, Stojakovic, taglia verso il canestro, ed esce dalla parte opposta. L'altro esterno, Christie, deve rimpiazzare lo spazio lasciato libero da Bibby e l'intera squadra deve ruotare di conseguenza.
Ogni giocatore nella sua posizione deve sempre poter passare palla, giocare uno contro uno, oppure tirare. Un attacco eseguito al meglio fa in modo che la spaziatura fra i giocatori permetta tutte queste cose.

Altro esempio tipico: il gioco a due fra il pivot e l'ala. Quest'ultima passa la palla al centro, sia esso in posizione di post alto o basso. Si avvicina al pivot e poi esce per tirare sul passaggio di ritorno. E' un cosiddetto movimento di "pick n fade" che Stojakovic e Divac eseguono perfettamente.

Da questo quadro si desume come le qualità  richieste da questo sistema siano ottima tecnica di base, abilità  nel passaggio e visione periferica. Quest'ultima è particolarmente importante per i già  citati tagli back door.
Essi rappresentano la vera essenza di questo attacco. L'antidoto a marcature molto fisiche basate sull'anticipo e la negazione delle linee di passaggio.

Consideriamo la situazione precedente: il centro è in post basso. L'ala con la palla, palleggia verso il gomito. Se il difensore della guardia, che si trova in punta, sta anticipando forte negando il passaggio, la guardia, in teoria Christie deve approfittarne a partire verso il canestro. Il contatto visivo fra chi esegue e chi riceve il passaggio deve essere immediato. L'esecuzione fulminea.

Lo stesso gioco può essere eseguito dai due lunghi: il centro, Divac, si trova in post basso fronte a canestro. Christie sul lato debole si allontana e si mette nell'angolo dietro la linea da tre. L'ala grande taglia verso il gomito, anticipato dal difensore. Di nuovo c'è la possibilità  del back door.

E' interessante notare come la grande parte di questi movimenti vengono eseguiti fra 3-5 metri dal canestro. In netta contro tendenza con quella che è stata l'evoluzione del gioco degli ultimi anni. O meglio con l'evoluzione dettata dal mutamento delle caratteristiche dei giocatori.

Il cosiddetto "in between game" è il concetto maggiormente tenuto in considerazione. Al contrario, sempre più spesso, sui campi della NBA si vedono squadre che sembrano spezzate in 2: post basso e tiro da tre.

L'ultima caratteristica richiesta è il movimento senza la palla. Prova ne sia la particolare interpretazione del gioco alto basso previsto dalla Princeton.
Consideriamo il pivot con la palla in mano al gomito su di un lato del campo. Sul lato debole l'ala grande taglia verso il canestro, sfruttando a metà  della linea percorsa il blocco della guardia. Il pivot a quel punto ha due opzioni: il passaggio sotto per il lungo, la riapertura per la guardia che, una volta bloccato si apre sulla linea da tre.

Sarebbe divertente chiedere a Pete Carril se, nel momento in cui creava il suo sistema, immaginava che a giocarlo fossero atleti come quelli che allena ora. Sempre che Yoda, soprannome del coach, abbia voglia, col suo caratteraccio di rispondere.

Proverbiale infatti la sua scarsa disponibilità  sull'argomento. Tanto che non esiste un vero e proprio manuale di codifica del sistema. Diverso discorso vale per Tex Winter che da subito ha messo su carta schemi ed esercizi per insegnare il triangolo.

Chi ha voluto capire e insegnare la Princeton ha prima dovuto decrittarla ed impararla in maniera del tutto empirica, in base all'esperienza.
Attualmente sono due nella Nba, oltre ai Kings, le squadre della Nba che la applicano: New Jersey e Washington. Gli esempi più conosciuti nel college sono North carolina State, Northwestern, Air Force, oltrechè ovviamente Princeton University.

Nel suo ultimo libro, Phil Jackson parla di come il sistema di gioco sia un filo conduttore che lega gli allenatori ai loro giocatori che a loro volta lo insegneranno. In questo modo il gioco si tramanda e le radici rimangono comuni. Questo è un valore comune molto più importante, che va oltra l'adozione stessa di un sistema dell'altro. E' un'implicita dichiarazione d'amore per il gioco.

2 pensieri riguardo “La Princeton Offense”

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