Chris Bosh… c’è!

I chili mancano e si vede, ma in quanto a tecnica nella da eccepire per il Bosh-raptor

C'è davvero da ammetterlo.
La pallacanestro made in USA ha un appeal particolare nel nostro paese prima ancora che nel resto del pianeta per un fatto che va oltre il fatto tecnico.
E non si parla di sola NBA.

Pensiamo alla NCAA: pensiamo alla capacità  che ha l'associazione atletica dei college nazionali (traduzione un po' forzata) di creare spettacolo, di formare attraverso lo sport dei percorsi di studio e di carriera per ragazzi che altrimenti non potrebbero pensare ad altro che ad un modesto impiego se non peggio.

Molto meno nobilmente, pensiamo alla capacità  delle università  americane di creare marketing. Difficile immaginare che l'associazione degli ISU italiani possa arrivare a vendere anche sole poche magliette con il suo simbolo in qualunque paese lontano mille miglia dal suolo patrio.

Fra i College che per tradizione e numero di vendite pare essere in testa da sempre alle preferenze del pubblico europeo, esiste anche un istituto che in Italia definiremmo Politecnico. Una università  dedicata alle scienze, che da sempre coniuga un programma didattico di prim'ordine, ad una tradizione sportiva notevolissima.

Il simbolo è quello di un'ape, il college è quello di Georgia Tech.
Sì, l'ateneo sito vicino (per gli standard d'oltre oceano) ad Atlanta è da sempre fucina di giovani ingegneri, ma anche di promesse e non solo, dello sport.

L'ultima di queste milita oggi nella NBA, è stato scelto con il quarto posto nel draft 2003 e come molti suoi colleghi si può dire un uomo fortunato. Il suo nome è Chris Bosh.

Perché Chris Bosh è un uomo fortunato?
Sarebbe facile dire perché viene pagato per giocare a pallacanestro in un ambiente dei molti vantaggi, che gli consentirà  un futuro luminoso e che gli consentirà  di mantenere un tenore di vita piuttosto agiato per almeno tre generazioni.

Ma non è esattamente per questo.
Se vogliamo sottilizzare, tutti i giocatori (o quasi) della NBA hanno questa stessa fortuna, nonostante il neo sindacalista fallace si senta un forzato dello Show biz.

Non è proprio per questo. Il fatto è che il draft 2003 ha portato nella lega due fenomeni accertati di nome Lebron e Carmelo.
Sì, era da tempi piuttosto andati che nella lega un draft non portava contemporaneamente nei pro non due campioni, di carrettate di talento nella NBA ne sono sempre state versate, ma in questo caso si deve parlare di due fenomeni da mass media, due trascinatori.

Pensiamoci: Lebron James si è autodefinito "salvatore della lega" al suo ingresso a diciotto anni in uno spogliatoio professionistico.

Il suo collega è stato più discreto passando con la seconda scelta ai Denver Nuggets dopo essersi accaparrato l'MVP delle final four NCAA, ma già  prima di avere definito il contratto che lo legava alla squadra del Colorado era già  stata fondata la 'Melo Inc. , impresa aperta con il solo scopo di gestire al meglio le risorse extra baskettare del giovane signor Anthony.

Questo cataclisma ha senza dubbio nuociuto al povero Darko Milicic, che si è trovato proiettato per un gioco al rialzo nell'empireo delle primissime scelte senza probabilmente meritarselo, ma ha anche fornito un enorme ombrello di sicurezza al resto della compagnia che vedremo impegnata nell'All Star Saturday.

Quasi tutte le scelte arrivate al "piano di sopra" si sono trovate al riparo da pressioni assassine, quelle erano riservate così come gli occhi di bue, alle due prime donne.

E così il lavoro è stato un pochino più soft, l'integrazione, pur negli standard spietati NBA, più facile. E' chiaro che come sempre sono il lavoro ed il talento a pagare, ma guardiamo i fatti.

Kaman a Los Angeles, Wade in Florida, Ridnour a Seattle, sono solo alcuni esempi di ragazzi che hanno stentato, come normale, ma che piano piano stanno venendo fuori, stanno conquistando minuti, stanno approfittando dell'inchiostro che viene speso per i due mostri, per crearsi una fama di veri giocatori.

Chris Bosh non fa eccezione a questo piccolo new deal, anzi, ne rappresenta probabilmente uno degli esempi più riusciti. Questa ala centro di origine Texana, che vanta cifre da 2.08 centimetri per "soli" 95 chilogrammi abbondanti di peso, è davvero lontano dall'essere un giocatore definito e completo. Si tratta di un atleta però di sicuro interesse.

I suoi movimenti sono di grande scioltezza, lo stile a rimbalzo è veramente quello giusto e dopo soli due mesi, peraltro interrotti dallo scambio che ha portato Rose in Canada, in compagnia di Antonio Davis, anche la cattiveria nell'inseguire i palloni ha già  fatto un discreto passo in avanti.
Cosa può dare quindi Bosh ai Raptors?

Innanzitutto il suo innesto è il segnale di un progetto futuribile, cosa che in Canada nella NBA del 2000 si era visto davvero poco. Accanto al redivivo Vince Carter, la dirigenza di Toronto ha cominciato a montare un apparato un po' più saldo e concreto della banda che ogni sera calcava i parquet lo scorso anno.

Alla guida del gioco adesso c'è Jalen Rose, 9 anni di NBA da All Star a corrente alternata e una voglia pazzesca di prendersi rivincite, si sentirsi leader.

A pensare in campo sta ritornando Alvin Wlliams, a segnare ci può pensare anche Donyell Marshall, anche lui alla vigilia della decade sui parquet professionistici. Per i rimbalzi invece, il posto è destinato a Bosh.

E già  i segnali sono interessanti. In questa prima parte di stagione i quintetti base conquistati dalla Yellow Jaquet sono stati 13 su 25 e in almeno 7 occasioni è stato lui il miglior rimbalzista a referto.

Certo, la sua media di 7.40 palloni catturati per sera, peraltro accompagnati da abbondanti 11 punti, si è molto costruita contro squadre non precisamente forti sotto le plance, Orlando, Seattle, Miami, Phoenix, ma se è vero che sono queste le franchigie contro le quali la squadra contava di più sul suo apporto, ecco che la chiamata non sembra essere stata tradita.

Si diceva dei limiti.
Ce ne sono ancora molti, dalla capacità  di passaggio, che si deve pretendere da un centro moderno, alla facilità  ad incorrere in falli stupidi, ma è certo che si tratti già  di un intimidatore interessante, cosa provata anche dalla non proprio scarsa media di 1.56 stoppate per serate.

Per il resto, Chris non si può denigrare dal punto di vista umano.
Secondo quanto scrivono i giornali di Toronto, sembra essersi integrato con facilità , lui americano del sud, amante del biliardo e delle fajitas, tiene un diario per il sito della squadra e riesce anche a trovare bello vivere fuori dai confini dell'unione.

Certo Toronto è bellissima, ma questo solo pochi mesi fa sembra una bestemmia e se con il suo apporto Toronto dovesse emergere nel calderone della Eastern Conference, Central division, ecco che la missione si potrebbe dire compiuta.
Buon Natale Chris, dalla Georgia all'Ontario per continuare a crescere.

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