Milwaukee Bucks: rifondazione

Joe Smith e Michael Redd, entrambi nella loro stagione più convincente…

La storia degli ultimi dieci anni dei Chicago Bulls è ben nota agli amanti del basket: i successi di MJ, i titoli di Mvp, il double tree-peat, e l'apice di quella celebre notte al Delta Center in cui Michael firmò la quarta vittoria nella serie contro gli Utah Jazz.

Era il giugno del 1998, erano gli anni dei big-3, Michael Jordan, Scottie Pippen e “The Worm”, Dennis Rodman.

Ma nei mesi successivi si ruppe il giocattolo costruito sull'asse Jordan-Jackson-Krause e tra il ritiro del primo e il mancato rinnovo di contratto del secondo i Bulls caddero nella piu buia crisi tecnica che dura, a 5anni di distanza, sino ad oggi.

Ma nello stesso triennio dei grandi successi di Chicago, a qualche miglio più a nord superato il confine tra Illinois e Wisconsin, un'altra importantissima franchigia della Central Division propose un'ideologia di squadra simile a quella dei Bulls.

Nel '98 infatti i Milwaukee Bucks intavolarono una trade per portare al Bradley Center e dare finalmente dimora fissa a Sam Cassel che precendetemente aveva cambiato 4 squadre in appena due stagioni; l'idea del presidente Herb Kohl fu quella di affiancare alle due stelle indiscusse della squadra, Ray Allen e Glenn Robinson, un play realizzatore per poter formare un trio di esterni di incredibile pericolosità  realizzativa.

La squadra in quegli anni brillò notevolmente sotto la guida di coach Karl e rimase nei quartieri alti della Eastern Conference, mancando però la finale di Conference e rimanendo, pur mostrando un gioco veloce e frizzante, un'eterna incompiuta. Nel mentre alle spalle dei big-3, crescevano silenziosi i gregari della squadra.

Ma il 2 agosto del 2002, dopo l'ennesima eliminazione subita ai playoff, la dirigenza dei Bucks decise di scambiare i diritti su Glenn Robinson, la prima scelta assoluta del '94 in cambio di Toni Kukoc: ma questa fù solo la prima mossa che portò alla totale scissione del trio di esterni più temuti nella lega.

Infatti quando i Bucks scambiarono a stagione in corso il loro uomo-immagine Ray Allen per Gary Payton, che sarebbe divenuto free agent a fine anno e Desmond Mason, tutti capirono che a Milwaukee si sentiva la necessità  di cambiare aria e dare le redini della squadra all'ex Spurs Terry Porter e alle due stelle emergenti, Tim Thomas e Michael Redd.

E sia Thomas che Redd hanno prodotto nella stagione 2002-03 le migliori cifre da quando sono entrati nella Nba, dato che ha permesso al general manager Larry Harris di sbarazzarsi perfino di Sam Cassel, scambiandolo per Joe Smith. Ma andiamo con ordine.

Premettendo che al momento i Bucks avranno tanto da offrire nel mercato dei free agent sia nell'estate del 2004 che in quella del 2005 avendo liberato lo spazio salariale delle tre stelle, sarebbe sbagliato però non guardare al presente; e qui vanno spese delle parole di merito alla dirigenza di Milwaukee capace, pur perdendo tre giocatori del calibro di Robinson, Cassel e Allen, di non affondare mai nella mediocrità  dei bassifondi della Eastern come invece hanno fatto i Bulls di Krause. Al momento il record si aggira attorno al 43% e non è male a Est se si pensa inoltre alla rivoluzione non solo tecnica, ma anche tattica visto che in panchina ora vi si siede Terry Porter, alla sua prima esperienza da head coach.

Il simbolo dei Bucks proiettati ormai nel 2004 è sicuramente Michael Redd, il vero “steal of the draft” degli ultimi anni, scartato stranamente da molte franchigie e scelto addiritura al numero 43 nel draft 2000.

Silky, come ama esser chiamato, si era messo in evidenza alle Final Four del '99 con la sua Ohio State per la sua velocità  e generosità  sui due lati del campo, le stesse caratteristiche che ora lo hanno proiettato a essere uno dei primi dieci realizzatori della Nba, cifre alla mano.

Assieme a Redd il backcourt è completato dal rookie T.J. Ford, rimpianto dalla Ncaa che lo considerava il suo miglior playmaker, che solo a sprazzi ha fatto vedere il suo reale valore. Ma è solo questione di tempo, anche se stiamo comunque parlando del nono assist-man di tutta la lega.

Il ruolo delle due ali è invece coperto dal sopracitato Tim Thomas, prodotto di Villanova che dopo due stagioni a Philadelphia con Larry Brown ha trovato nel Wisconsin la sua giusta collocazione, diventando pian piano il leader del gruppo, e prenotando ora un posto per l'All Star game.

Come power forward invece sta trovando spazio Joe Smith, che sembrava caduto in disgrazia dopo l'ultima stagione coi Wolves, mentre per ora sta offrendo a coach Porter solidità  e una doppia doppia di media.

In mezzo i Bucks, come faceva anche coach Karl non presentano un lungo dominante, ma anche Porter sta alternando dei lunghi versatili e dinamici che possano combaciare col suo stile di gioco, veloce e quadrato. Per questo oltre ai già  visti Gadzuric e Przybilla sta trovando spazio l'ex Roosters Daniel Santiago che ben sta facendo come ben fece anni prima ai Suns.

Anche la panchina però dà  il suo sostanzioso contributo, con due atleti come Desmond Mason, tra i maggiori aspiranti al titolo di sesto uomo dell'anno, e Damon Jones capaci di entrare e cambiare ritmo alla partita col loro dinamismo e atleticità  coach Porter può star tranquillo di avere due degni sostituti per dar fiato a Ford e Redd.

Ormai sul calare del tramonto, ma sempre pronto a fornire punti preziosi ed esperienza ai giovani Bucks fà  parte del roster Toni Kukoc, che lotta coi problemi fisici legati all'ormai veneranda età  e che pare in procinto di ritirarsi o quantomeno di abbandonare la Nba.

La probabile ultima stagione di Kukoc, proprio quel comprimario cresciuto sotto l'ombra di Jordan e di quei Bulls di fine anni 90, potrebbe proprio coincidere con l'anno della definitiva consacrazione dei Bucks che cercheranno quest'estate di restituire ai propri tifosi un nuovo trio di grande valore, ma che per ora si accontentano di godersi i “nuovi big-2” Michael Redd e Tim Thomas.

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