Seattle Supersonic

Dopo Payton e in attesa di Allen ci pensa Murray ad esaltare il pubblico di Seattle

” Il bello di questo sport è che vedendo una partita di basket si possono guardare almeno tre film contemporaneamente pagando un unico biglietto"”

La frase qui sopra riportata è stata pronunciata qualche All Star Game or sono, da un comico presente sulle tribune, ben pasciuto in compagnia della sua Coca e del suo sacchettone di pop corn.

La frase in sé, è pienamente ammissibile, non brilla per coraggio e originalità , ma racconta in poche parole uno degli elementi principali del fascino e del successo della pallacanestro; il basket è sport di storie.
Non si tratta di un gioco basato solo sulla tecnica e sui numeri.

Certo, forse per qualcuno le è, ma la stragrande maggioranza dei ragazzi che si collegano oggi con SKY TV (quando è possibile) e qualche anno addietro con Mediaset e poi con Tele+, lo fanno per sentire raccontare delle storie, per vivere con i protagonisti delle emozioni, per assistere ad uno spettacolo che va oltre il gesto tecnico ma che è comunque tanto importante tanto quanto lo è il punteggio sul tabellone dello Staples, del Madison o della Gund Arena.

E come per magia, ogni anno gli dei del basket, tanto attivi quanto puntigliosi, regalano soprattutto nei primi giorni di stagione regolare NBA qualche nuova storia, qualche sorpresa e molte delusioni da propinare come la più longeva delle soap opera, al pubblico stelle e strisce, oltre che a quello mondiale.

Nella NBA 2004, una delle storie che sembrano appassionare di più è quella dei Seattle Supersonics.

La squadra di Seattle ha attraversato in questi ultimi due anni, un vero turbine di situazioni. Dopo essere stata il feudo incontrastato di Gary Payton per un numero impressionante di stagioni, solo l'anno scorso, la franchigia della città  verde ha deciso di liberarsi della sua stella (o forse è stato il contrario) e per la città  più piovosa d'America è cominciato un periodo che avrebbe necessariamente comportato sacrifici ed evoluzioni.

Il condizionale usato nella precedente frase è davvero d'obbligo, perché, nonostante le previsioni dessero i Sonics in fondo alla Pacific Division, l'inizio della franchigia è stato se non esaltante, più che positivo.
La squadra è partita forte, con due vittorie, peraltro non impossibili in terra nipponica contro i Clippers, ha continuato con il rientro negli States a ritmo forsennato e ad oggi si è assestata sul rispettabile, soprattutto ad ovest, record di 9 vinte e 8 perse.

E il merito?

Il merito va ricercato in una serie di eventi, una serie di combinazioni o se vogliamo una serie di storie che fino a questo momento hanno mostrato la loro piega più positiva.

La prima sta proprio seduta in panchina.
Sì, perché visto che siamo a Seattle, città  nota per essere la scena di uno dei telefilm più noti d'America “Frasier”, ma anche la terra di nascita del self made man per eccellenza, all'anagrafe Bill Gates; ecco che si scopre che il segreto di pulcinella dei Sonics-squadra, parte da un coach fatto tutto in casa: Nate McMillan.

Questo nome, nella città  dello stato di Washington vale almeno quanto quello di un Brunamonti in terra bolognese; un enfant du pays, un ragazzo del gruppo, uno che prima ha giocato tutta la vita in questa squadra, senza mai esserne la stella, poi ne è diventato allenatore, basandosi su esperienza, capacità  di tutela delle bizze del proprio capitano e doti umane che a sentire i giornalisti locali sarebbero degne del premio nobel.
Quindi è da qui che si parte, dalla guida.

Ma dove porta questo sentiero? Ovvero, chi è che il buon Nate manda in campo a vincere le partite ogni 48 ore?

Il roster dei Sonics è variegato quanto un circo boemo, ma se andiamo a misurare la quantità  di talento presente, potremmo anche non restare delusi.
Il premio per il miglior giocatore di questo primo scorcio di stagione, se lo contendono senza mezzi termini due figure interessanti.

Il primo è Rashad Lewis, il capitano della squadra, uno di quelli che alla partenza di Payton avrebbe dovuto prendere lo scettro del potere.
Arrivato direttamente nella lega dal liceo 5 stagioni fa, questo atleta di grande qualità , ha sempre brillato più per la capacità  di essere eroe per un giorno che per la costanza delle prestazioni.

Anzi, la sua altalena di testa e di numeri è da sempre uno degli argomenti di maggiore spendita d'inchiostro per i corrispondenti sportivi, nonché uno dei motivi per i quali spesso nel passato si è visto il suo nome legato al termine trade.

Anche quest'anno la sua continuità  approssimativa lo ha portato ad essere protagonista di gare da 50 punti come di rovesci memorabili, ma per sua fortuna la squadra ha trovato un rimedio.

Il rimedio è arrivato in città  proprio nello scambio che ha portato “The Glove” nel Wisconsin e si chiama Ronald Murray.
Questo giocatore che sembrava la solita merce di scambio di una trade dai protagonisti molto più importanti, sta letteralmente esplodendo sul parquet della Key Arena dopo due anni da comparsa.

Le sue medie dicono 21.1 punti per gara con 4 rimbalzi (quasi) e quattro assist (abbondanti), cioè l'undicesimo marcatore della lega, dopo essere stato il quinto, una media da All Star, senza discussioni.

Cosa dire di lui? Il solo commento che vale è quello del sopraccitato Nate: “E' molto più serio in campo e molto più simpatico fuori di quanto ci si possa immaginare"”.

Certo queste sono al momento le punte di diamante.
Ma le storie della città  verde non sono finite.

Prendiamo il reparto lunghi dei Sonics. C'è di che scrivere un romanzo.
La front line cita in ordine sparso nomi quali quello di Jerome “Sexy” James, già  Harlem Globetrotters, un atleta addirittura sbertucciato da non pochi critici nel passato ma che sta dando solidità  al suo basket.

Cita Vitaly Potapenko, un giocatore che in sette anni di NBA non ha ancora trovato un solo testimone pronto a raccontare di un suo scatto, ma che nel frattempo nella NBA ci campa da molte più stagioni di altri.

Cita Vladimir Radmanovic, un altro prodotto dell'infinito vivaio serbo, un'ala forte classe 1980 dotata di intelligenza tattica buonissima, tecnica sufficiente da giocare per la Serbia, ma soprattutto della capacità  di mettere 14 punti per gara, di mettere un tiro da 3 su tre (scusate il gioco di parole), e di catturare quasi 7 palloni per gara.

Cita infine, Calvin Booth, un centro da Penn State, arrivato due anni fa a Seattle, ma che in questo periodo ha subito una serie di infortuni da record, tanto che solo oggi comincia a far vedere di poter dare un contributo da lungo di sostanza.

Tutto qua?
Certo che no.

Perché in una storia che si rispetti, l'elemento brillante non deve mancare e a curare questo aspetto, ci pensa nello spogliatoio l'estro e l'anticonformismo di Brent Barry, un veterano di otto stagioni passato dalla schiacciata made in Clippers dei primi anni, alla capacità  di leadership, alla sapienza di passaggio e all'incedere pigro che lo contraddistingue in questa sua seconda parte di carriera.

I Sonics sono tutto questo e molto altro.
Sono una squadra ancora largamente incompleta.
Sì, perché le fortune di questo primo scatto d'anno, hanno contribuito a far dimenticare il fatto che la squadra sta giocando incompleta di due elementi fra i più attesi durante l'estate.

Il primo è Nick Collison, 2.06 metri per 115 Kg da Kansas, prima scelta della squadra e dodicesima assoluta, salutato dai critici al suo ingresso nei pro, come uno dei pochi lunghi veri ad arrivare quest'anno nell'empireo.

Il secondo ha qualche annata in più sulle spalle, ma conta anche qualcosina in più.Il suo nome è Ray Allen e a parere di alcuni (modestamente anche il mio) è in assoluto uno dei giocatori più completi, talentuosi e stilisticamente più perfetti, che la NBA possa offrire in assoluto.

Il brutto infortunio che lo ha tolto quasi subito al suo pubblico, che già  lo aveva cominciato ad amare lo scorso anno, lo ha messo al centro di una ridda di voci, alimentate come sempre dalla falsa idea che questo atleta non sia un lottatore (la marcatura ad Iverson in una memorabile partita di finale di conference è una prova?), ma Mcmillan ha più volte dichiarato di attenderlo con ansia e se la sua voglia sarà  quella che lo ha portato a prendere in mano la squadra dopo pochissime gare già  nel 2003, allora la chimica di questa piccola fucina di storie potrebbe arricchirsi di quella di una stella vera e luminosissima pronta a tornare a brillare.

Per chiudere c'è solo da ricordare come a tirare la carretta nel frattempo, ci siano anche le prove sempre più “mature” dell'altro rookie Luke Ridnour e del grintoso Reggie Evans. Basteranno per continuare su questa china?
La storia prosegue e i capitoli che verranno saranno certo da seguire.

Domani dire Glove a Seattle potrebbe voler dire di nuovo soltanto guanto"

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