Los Angeles Lakers ’03 ’04

Il postino si è subito ambientato nel nuovo distretto: 16.5 punti e 11 rimbalzi di media dopo 2 gare

Dallas Mavs 93 @Lakers 109
Lakers 103 @Phoenix Suns 99

E' arrivato il momento di ributtarsi nella mischia.
E' finalmente giunto il momento del semaforo verde della stagione NBA 2003/04 e per i fans dei Lakers l'annata si annuncia priva di qualsivoglia motivo di noia.

Da dove cominciare quindi?

Dopo l'amara ma assolutamente ineccepibile sconfitta contro i futuri campioni di San Antonio, nelle semifinali di conference della primavera scorsa, di acqua sotto i ponti giallo viola ne è corsa parecchia e mai come in questa infuocata estate le parole hanno predominato sul fatto squisitamente tecnico.

Prima i Lakers si sono ritrovati nel giro di poche battute di mercato come una squadra già  con il titolo acquisto, a fronte di due grandi acquisti, due arrivi che in anni passati avrebbero potuto vedersi solamente in qualche simulazione elettronica. I nomi Karl Malone e Gary Payton sono superflui da ricordare.

Si è passati poi attraverso il draft e mai come in questo 2003 la tendenza davvero nefasta che ha intorpidito le menti della dirigenza angelina nelle precedenti edizioni, ha lasciato il passo ad una inaspettata saggezza, che ha portato alla corte di Phil Jackson due ragazzi di testa (sicura) e avvenire (tutto da dimostrare) quali Luke Walton e Brian Cook.

Tanto per non rendere la pressione sullo spogliatoio dei Lakers troppo greve, a movimentare l'estate è arrivato l'affaire Bryant.

Da questo momento in avanti, l'umore in casa Los Angeles è stato paragonabile a un vero e proprio ottovolante.

Man mano che la comunque brutta vicenda di Kobe veniva allo scoperto, la squadra è apparsa spaccata nel volersi affiancare senza alcun dubbio a favore del proprio compagno oppure nel ricordare che in fondo, allo straricco, straperbene e quant'altro figlio di Jelly Bean, non l'aveva davvero ordinato nessun medico con pistola calibro 44 di portarsi a nanna una giovane cameriera di un Hotel nel Colorado e che forse la parte della vittima tout court non gli stava a pennello.

Insomma un: “pensa a giocare quando sei qui con noi!” che guarda caso è stato portato all'attenzione della stampa proprio dal più insospettabile (?!?) fra i compagni del numero 8, il fratellone Shaq.

Da qui le polemiche, peraltro pane quotidiano in questa parte dello stato californiano e le garbate risposte a mezzo stampa dell'interessato, che hanno ricordato a tutti coloro che vedevano i Lakers già  campioni in carica prossima ventura, una grande verità .

Purtroppo e per fortuna, prima dei campioni è sempre l'amalgama, la chimica o più semplicemente la capacità  di giocare di squadra, la prima caratteristica delle formazioni vincenti e senza questa, nemmeno il migliore dei dream team può dominare in una lega fatta di equilibri psicologici sottili come la NBA.

Naturalmente questi concetti sono sempre stati il pane quotidiano del nostro beneamato coach zen, che almeno ufficialmente, fino ad oggi se n'è bellamente infischiato delle polemiche interne fra i suoi capitani ed ha corso diritto per la propria strada, senza concedere alcunché alle possibili elucubrazioni della stampa angelina.

Prima di tutto ha infarcito (con l'astuta collaborazione del G.M. Kupchak) il roster di vecchi marpioni quali Horace Grant o Bryon Russell ha sfrondato dell'inpiù, leggi Samaki" e il per il resto ha dato spazio a parecchi provini per giovani speranze.

Il risultato fino all'inizio della regular season ha detto 3 vinte e 5 perse, ma visto che dello sport pre-agonistico nessuno ha ancora misurato il peso atomico per quanto è piccolo, ecco che con l'inizio delle partite “vere” la storia è cambiata un po'.

Con l'inizio della stagione, Jackson ha subito abbandonato le ampie rotazioni a favore di un gioco basato su non più (per ora) di otto elementi.

La prima gara è sembrata troppo facile per essere vera.
Alla prima occasione di basket vero e contro una squadra che rivoluzioni a parte, giocherà  quest'anno una grande pallacanestro offensiva, i Lakers hanno passeggiato affidandosi come da copione ai due nuovi arrivati, [b[Payton e Malone.

Come se tutto l'inchiostro speso a creare e confutare teorie sulla possibilità  del loro reale inserimento non si fosse mai asciugato, l'ala grande in maglia 11 (quella di Barcellona) e il play chiacchierone, hanno strapazzato la difesa ancora tutta da rodare dei Mavs con 15 punti, 10 rimbalzi e 9 assist del postino (una vita che sognavo di mettere questa frase in un articolo N.d.R.) e 21 punti, 6 rimbalzi e 9 assist da parte di The Glove.

Accanto a loro non era schierato Kobe Bryant, ancora indietro di preparazione a causa soprattutto del suo ginocchio, ma dopo aver suggellato una quanto mai provvisoria pace, è stato soprattutto O'Neal a mettere la sua firma accanto ai colleghi neo arrivato siglando 16 punti e mettendo pericolosamente a nudo la mancanza di un centro nella formazione texana, tanto che nelle ultime ore si parla di un forte richiamo alle armi di Mr. Cuban verso Arvydas Sabonis.

Dopo aver inaugurato lo Staples contro Dallas, i Lakers sono volati a Phoenix per affrontare i Suns. Come da pronostico, tutte le difficoltà  non incontrate contro Walker e soci, sono arrivate in terra d'Arizona.

Un primo quarto affrontato con la quarta marcia inserita (32 a 19 di parziale), è sembrato spianare la strada dei Lakers, ma alla fine sono stati i tiri liberi del rientrante Bryant a decidere la contesa, per un risultato finale che ha detto 103 a 99 per i giallo viola.

Mattatore della gara Shaquille O'Neal, autore di 24 punti, 12 rimbalzi e 4 stoppate, prestazione normale contro un'altra squadra con seri problemi di centro, ma anche prestazione da leader in un gruppo che ha visto 101 dei 103 punti della serata segnati da soli 6 uomini con una rotazione limitata ai minimi storici dell'era Jackson.

Il meglio della settimana:
L'inserimento di pedine pesantissime come i due All star sta procedendo nel migliore del modi. Payton ha già  preso in mano, se non il gioco dei Lakers, almeno i ritmi della manovra e Malone nonostante le dichiarazioni di umiltà  estive non sembra aver perso la bussola nella rotta al titolo di miglior marcatore all time della lega.

A tutti i fans della pallacanestro deve far piacere il rientro al basket vero di Kobe Bryant, che pur essendo una persona odiabile molto facilmente, è un giocatore che è davvero un peccato veder relegato in un aula di tribunale di Eagle County.

Coach Jackson lo ha definito un po' intimorito nella prima parte della gara di Phoenix, ma nel frattempo cominciare una stagione segnando liberi decisivi può essere incoraggiante.

Il peggio della settimana:
Dire che la cosa peggiore della settimana è stata la maglia con la quale Dallas di è presentata all'esordio è sparare sulla croce rossa.
Il lucido color canna di fucile sfoggiato nella sfida del 28 ottobre dai Mavs non ha distratto i Lakers, che invece rischiano grosso nel volersi comunque perdere in una serie infinita di ripicche, trappole mentali, sfide interne allo spogliatoio.

La presenza in gruppo di gente come Grant può senza dubbio contribuire a rasserenare le acque, ma per vincere rispettando un pronostico già  pesante di suo e quindi superare squadre come San Antonio, Minnesota, Portland, Dallas e Sacramento, in ordine di gradimento personale, bisognerà  trovare una disciplina e una umiltà  notevoli. Auguri.

Ora la corsa riparte.
Archiviata la pratica Warriors, si aspetta T.J.Ford e i suoi Bucks; poi subito una bella fila di altre tre partite on the road: San Antonio, New Orleans e Memphis.

Ovvero i campioni del mondo, i più sottovalutati della lega e la squadra di un grande coach e di un amico nonché ex.

La giostra è proprio partita, alla prossima"

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