Focus su Jason Kidd

La faccia di Kidd la mattina dopo gara 6 di Finale è tutto un programma…

La storia si ripete: in ogni generazione di grandi giocatori ci sono quelli che vincono e quelli che ci arrivano solo vicino. Negli anni '80 il dominio della coppia Magic-Bird lasciò le briciole a Julius Erving e frustrò i tentativi di Dominique Wilkins e Alex English.

Nei '90 il regno di Jordan, con relativo interregno di Hakeem, tiranizzò le speranze di Ewing, Stockton-Malone, Miller. Da quando MJ ha lasciato Chicago, Shaq e Duncan si sono divisi gli onori, ai vertici, creando una nuova schiera di "perdenti di successo". Webber, Garnett, in primis.

Jason Kidd, con la seconda finale persa in due anni, si è brillantemente iscritto in questo club non troppo ambito.

Sgombriamo subito il campo dai dubbi: New Jersey ha perso negli ultimi due anni per il semplice fatto che non era la squadra più forte. In più: quando è arrivato Jason Kidd l'unico striscione che pendeva dal tetto delle Meadowlands era "Bruce Springsteen & The E Street Band - 1999 - 15 straight sold out".

Se nel frattempo sono arrivati due titoli di conference, significa che la fantascienza ha allargato i suoi confini. Certo: Rod Thorn ha fatto ottime scelte. Sicuro: Scott e staff tecnico hanno fatto un ottimo lavoro. Ma tutto è ruotato attorno al play più immaginifico della NBA.

Analizziamo i pregi di Kidd: migliora i compagni, quando addirittura non li mette sulla cartina geografica NBA. Chiedere a Lucius Harris e Aaron Williams per conferme. Il suo stile di gioco istintivo e veloce è stato ideale per creare l'entusiasmo nel palazzetto più sperduto della lega. Che poi l'entusiasmo sia rimasto un fatto per pochi intimi, è argomento che compete a chi ritiene fondamentale una franchigia nel Jersey. I risultati sono completamente dalla sua parte.

Ma ci sono anche i difetti: un tiro dalla media distanza che, seppur migliorato, non è certo all'altezza del resto del gioco. E l'atteggiamento complessivo. Non simile a quello del tuo leader.

"Per il secondo anno consecutivo perdiamo la finale NBA. Questo significa che forse devo cercare una squadra che mi dia più chance di vincere." Parole del play di New Jersey, alla fine di gara6.

Fastidiose se sei un tifoso che ha appena visto seppellire un sogno, sotto un parziale di 31-14. Agghiaccianti se sei il general manager che deve fare programmi ed ha bisogno di conquistare la benevolenza della sua stella. General manager che peraltro ha già  fatto di tutto: l'armadietto e la maglia dei Nets per il figlio TJ in spogliatoio, la candidatura per la moglie Joumana, ad essere la bordocampista ufficiale per il Monday Night Football. Non sembra essere abbastanza.

Il primo ad esserne convinto è Peter Vecsey, principale giornalista del New York Post, che ha fatto notare come Kidd parlasse della possibilità  di rimanere ai Nets grattandosi nervosamente il collo.

Questo suo atteggiamento, ridimensiona gli elogi che gli spetterebbero per la spettacolosa stagione disputata. Primo nei punti, primo negli assist. L'influenza di Kidd si è chiaramente vista nelle fredde serate invernali in cui il desiderio di un margarita nel Texas sembrava più forte. Kidd spento: poco Martin, poco Jefferson, pochissimo dal supporting cast. Kidd ispirato: ecco di nuovo il circo volante che domina la Eastern Conference.

Si potrebbero avanzare alcune critiche sul suo essere leader e sul concetto stesso di leadership. Kidd difficilmente sfugge alle responsabilità . Il tiro dall'angolo, con Okur proteso alla stoppata, per la vittoria in gara1 nella finale di conference, ne è la prova. Ma spesso questa leadership è nevrotica, elettrica. Prendiamo il finale di gara2 contro gli Spurs: molte iniziative, forzate, spesso contro logica che, prima di portare alla vittoria, hanno portato i Nets sull'orlo della sconfitta.

Da qui nasce la considerazione, provocatoria se volete: Kidd è un giocatore che, da primo violino ti porta ad un titolo ? E' una questione di lana caprina, forse. Parere di chi scrive: Kidd può essere un fantastico secondo violino. Può accendere qualsiasi altra stella e portarla ad un titolo. Ma non può essere un primo violino al massimo livello. Lo dice la sua storia NBA: era così a Dallas, dove mandava avanti Mashburn e Jackson, salvo poi perdere entusiasmo. E' stato così a Phoenix, dove hanno cercato di affiancargli Mc Dyess, prima, Gugliotta e Hardaway poi.

E' la NBA di oggi che, così dilatata, costringe alcuni giocatori a vestire i panni del primo violino. Laddove indole e propensione direbbero esattamente il contrario. Kidd ne è un esempio al massimo livello. Ma la compagnia è piuttosto numerosa.

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