MagnifiKobe!

Il canestro del record di Kobe, il giocatore più giovane della storia a quota 10000…

Lemme tell you a story about Kobe…

Antefatto.

5 Marzo 2003, Staples Center, LA
La partita è Lakers – Pacers, e un record NBA è nell'aria: Kobe Bryant è a quota 9986 punti nell'NBA, gliene mancano 14 per essere il più giovane giocatore di sempre a raggiungere quota 10.000 , battendo Bob McAdoo di 320 giorni; tutto il palazzetto si aspetta che raggiunga agevolmente il traguardo a cavallo fra il primo e il secondo quarto, visto che la media-punti del ragazzo nell'ultimo mese è 40.6 in 41 minuti (!!!).

La gara inizia, ma Kobe sembra non interessarsi del record, per tutto il primo tempo non fa altro che passare la palla a Fox, a Horry, a George, a chiunque (e i compagni quasi sempre sbagliano); nei primi 24 minuti di gioco ha messo solo 8 punti con una manciata di tiri: perchè?

La risposta va cercata nei giorni precedenti la gara: Phil Jackson , con la periodica frecciatina GiovanniAgnellesca al suo pupillo, racconta ai giornalisti un improbabile aneddoto secondo cui uno dei medici che lo hanno in cura avrebbe dato al suo problema di calcoli renali il nomignolo “Kobe”, perchè “non passa mai”.

Ora è tutto più chiaro, la gara in “playmaking mode” del numero 8 gialloviola non è altro che il suo modo di rispondere per le rime alla solita, sagace provocazione dello Zen Master, che vive per queste schermaglie, questi botta-e-risposta con le sue stelle.

Nonostante la scaramuccia col coach, però, il record non può attendere, e a 3'47'' dalla fine del terzo periodo arriva il momento di fare la storia: Kobe riceve il pallone all'altezza della lunetta del tiro libero, osserva il piazzamento dei compagni e, dopo aver lasciato sul posto l'avversario diretto con una partenza bruciante, deposita a canestro il tredicesimo e il quattordicesimo punto con un morbidissimo tiro in corsa dai tre metri.

Si passa dall'altra parte del campo, i Pacers vanno in lunetta per tirare dei liberi; è a questo punto che il tabellone annuncia al pubblico il lieto evento, e lo Staples Center impazzisce letteralmente. L'applausometro va in tilt, il coro “MVP-MVP” rischia di far crollare il soffitto: Kobe resta spiazzato da cotanta esultanza e guarda Shaq , che risponde con uno di quei suoi sorrisoni che sarebbero in grado di illuminare le grotte di Frasassi; il ghiaccio è rotto, anche il nostro può lasciarsi andare ad una grassa risata, per poi dichiarare a fine gara: “Non mi aspettavo che il pubblico esplodesse a quel modo, è stato quasi imbarazzante”.

Capitolo 1
TO (KO)BE OR NOT TO (KO)BE…

Nell'NBA ci sono tanti grandissimi giocatori, tanti personggi positivi e negativi, milioni e milioni di storie da raccontare. Però Kobe Bryant è un caso a parte, è diverso da tutti gli altri; tutti i suoi colleghi lo rispettano e lo temono, tutti i tecnici ne parlano bene, moltissimi tifosi lo amano ma altrettanti lo odiano, e i giornalisti parlano e scrivono più su di lui che su chiunque altro, sia bene che male. Perchè? Cos'è che lo rende diverso da tutti gli altri?

La prima risposta che viene in mente è che la vita e la carriera di Kobe sono diverse dal clichè del classico giocatore NBA, sono troppo perfette per essere vere: la sua non è la classica storia del giocatore che viene fuori tra mille avversità , dopo una infanzia turbolenta, sempre a rischio della vita e dell'incolumità  fisica, cui si sopravvive solo grazie al basket: lui ha avuto una infanza felice, da vero privilegiato, in una famiglia unita e calorosa, sotto la guida di un padre ricco e famoso, un ec giocatore NBA.

La sua carriera non ha avuto clamorosi alti e bassi, non è incappato in amare sconfitte che gli hanno permesso di assaporare ancor più le vittorie: è sempre stato un predestinato , fin da quando è stato in gradi di tenere in mano un pallone da basket è apparso chiaro a tutti che il suo destino era quello di essere un campione, nella squadra più forte.

E così è stato: all'HS ha vinto tutto il vincibile, arrivato nell'NBA su 29 squadre possibili è finito ai Lakers , una delle squadre più prestigiose della storia e la sua preferita da bambino; si è trovato come compagno di squadra nientemeno che Shaquille O'Neal, probabilmente il giocatore più dominante di sempre; ha vinto tutto e ha vinto bene, segnando i tiri decisivi, difendendo, prendendo rimbalzi, aiutando i compagni, giocando alla grande nonostante gli infortuni; insomma, il pacchetto completo, tutto quello che ci si aspettava che facesse lui l'ha fatto.

Il personaggio-Kobe, inoltre, non fa quasi mai notizia: nessun tatuaggio sconvieniente, nessun guaio con la legge, una vita privata gelosamente tenuta per se', tutta casa e famiglia.

Forse quello che lo rende antipatico a molti è proprio questa sua inequivocabile, irritante condizione di vincente , nel basket come nella vita: ha sempre detto chiaramente quello che voleva e come lo voleva, e se lo è preso senza apparente sforzo.

Ma c'è un altro fattore che forse da più fastidio ancora, che proprio non va già  a tutti gli anti-Kobe del mondo: la sua palese, palpabile somiglianza con Michael Jordan , il migliore di sempre. Da quando è entrato nell'NBA (anzi, già  da prima) è stato subito etichettato come “il nuovo MJ”, e ad ogni singola partita, in ogni singolo articolo su di lui non manca mai il fatidico confronto con le gesta del suo idolo.

In verità  sono decine i giocatori cui è stato riservato lo stesso paragone, eppure loro non danno così fastidio; perchè? Perchè Kobe è davvero simile a Mike in tutto e per tutto, le somiglianze nel gioco, nelle vittorie, nell'atteggiamento in campo e fuori, persino nel modo di parlare, sono troppo evidenti per essere ignorate: ma MJ per tutti gli appassionati di basket è un dio, Kobe invece è solo un uomo, anzi un ragazzo; voler essere come gli dei, arrivare ad essere quasi indistinguibile dalla figura del dio del basket, è un peccato mortale; ce lo hanno insegnato gli antichi greci, che a questo peccato davano il nome di “ùbris” . E' per questo che Kobe è tanto odiato, questo è il suo peccato originale.

A questo punto vi aspetterete anche dallo scrivente l'ennesimo, futile, ininfluente contributo alla annosa questione “Kobe è/sarà /può diventare come/meglio di MJ?”.

E invece no, non faremo nulla del genere: perchè Kobe non ha mai detto di voler essere il nuovo Mike, come Mike, addirittura meglio di Mike. Di Michael Jordan ce n'è e ce ne sarà  sempre soltanto uno , e Kobe lo sa: “Io e MJ? Beh lui è uno dei miei idoli da sempre, ma io non sono lui; in realtà  siamo molto diversi, le uniche cose che abbiamo in comune sono che siamo tutti e due 6'6'', giochiamo nello stesso ruolo, nello stesso sistema offensivo e siamo entrambi molto competitivi .

Bryant non vuole essere il nuovo Jordan, vuole essere il primo e unico Kobe, vuole essere ricordato come uno dei più grandi di sempre, come uno che si è posto degli obiettivi e li ha raggiunti.

Se ce la farà  ce lo potrà  dire solo il tempo, quello che però già  sappiamo è perchè può farcela, qual è la caratteristica che già  lo unisce ai più grandi di sempre, a MJ, a Magic, a Bird: Kobe cerca sempre, ossessivamente, di migliorarsi; il suo cervello è come un computer, avido di informazioni su tutto quello che può aiutarlo a far maturare il suo gioco.

Le sue sorelle raccontano che da piccolo guardava le videocassette provenienti dagli Usa con suo padre, ascoltava in religioso silenzio ogni osservazione tecnica e tattica, e poi le riguardava in continuazione, fino a consumarle, per imparare ogni minimo dettaglio del gioco dei grandi campioni. Robert Horry confessa di non aver mai visto nessuno imparare così rapidamente e avidamente le mosse altrui: “Quando vede fare da qualcuno un movimento che gli piace, lo prova e lo riprova per ore e ore, e dopo pochi giorni è in grado di riprodurlo con la stessa efficacia del'originale, se non meglio”.

Lo stesso Kobe si illumina quando gli si chiede a chi si ispira nel suo gioco:
“Adoro guardare il basket, imparare i segreti dei grandi campioni che hanno costruito questo gioco. E' il mio lavoro, io punto a migliorarmi sempre, ogni giorno che passa”.

Kobe ha sempre cercato di carpire il meglio dai migliori, e racconta che da Olajuwon ha cercato di imparare i movimenti delle spalle e dei piedi in post basso, da Magic i gancetti e le conclusioni vicino a canestro, da Oscar Robertson il gioco sulla linea di fondo e il modo di usare il sedere per sbilanciare gli avversari, dai giocatori e allenatori italiani la tecnica di base, da Earl Monroe le finte di corpo e il suo modo di allontanare l'avversario col corpo mentre è in post basso, da Baylor il primo passo, da Elvin Hayes il turnaround jumper, da West la tecnica di tiro, dai giocatori dei playground di Philadelphia e in particolare da God Shammgod (!) il crossover e i trucchetti da strada, dagli 1 vs 1 con il padre la capacità  di segnare anche dopo il contatto.

“Cosa c'è di strano? Ogni buon pugile deve studiare la tecnica e i segreti dei grandi campioni che lo hanno preceduto, no? Io faccio lo stesso, cerco di prendere il meglio da ognuno. Poi è ovvio che quello a cui guardo di più, a cui cerco di carpire più segreti, è Michael Jordan, perchè lui è il più grande di tutti”.

Se cerchiamo una costante nella carriera di Kobe, la troviamo proprio in questo suo spirito competitivo , questa sua voglia di migliorare sempre, costantemente.

Se parlate di Bryant a Sonny Vaccaro, responsabile dal settore-basket di Adidas, lui vi interromperà  con un “Lemme tell you a story about Kobe”, e poi racconetrà  del loro primo incontro: Kobe aveva solo 17 anni, aveva appena concluso da trionfatore l'ABCD Camp, e la prima cosa che gli disse fu “ho bisogno di un personal trainer “. Molti giocatori ricorrono ad un personal trainer, ma generalmente lo fanno dai 25 anni in un su, quando sono già  nella piena maturità .

Kobe ha lo stesso preparatore da quando aveva 17 anni: si chiama Joe Carbone , e lo aiuta nella tremenda, costante routine di allenamento cui Bryant si sottopone da quando è entrato nella lega; ogni volta che ha un giorno libero, kobe non si fa mai mancare dalle 5 alle 8 ore di allenamento personalizzato, diviso a metà  fra preparazione atletica e allenamento sui fondamentali.

Quando è arrivato nella lega era un saltatore eccezionale, con fondamentali d'altri tempi e grande capacità  di segnare nel traffico e sgusciare via anche alle marcature più fisiche; però era anche molto magro, con poca forza nelle braccia, non sapeva che cosa volesse dire difendere e il suo jumper era alquanto ondivago.

Col passare degli anni ha mantenuto intatta la sua agilità  felina, ma ora è anche molto potente fisicamente, in grado di battere di potenza qualunque guardia e in agilità  qualunque ala piccola, e di fare la voce grossa a rimbalzo; il suo tiro da fuori è affidabile e continuo, al primo passo bruciante e alla sua diabolica abilità  a segnare nel traffico aggiunge la capacità  più unica che rara di segnare con tiri in corsa (i “runner” dal pitturato li converte con percentuali mostruose) oppure con il classico ma sempre efficace palleggio, arresto e tiro , fondamentali quasi scomparsi dal bagaglio dei giocatori moderni.

Praticamente tutti i giocatori, tecnici e dirigenti della lega non hanno che parole di apprezzamento per come gioca Kobe, ma quelle più gradite sono quelle che vengono dai suoi sostenitori più illustri, Michael Jordan, Magic Johnson e Shaq O'Neal, e dal suo coach.

Per Shaqzilla ormai le dichiarazioni entusiastiche su Kobe non sono una novità : “E' il più forte e il più completo giocatore del mondo, punto. Quello che mi sorprende è che sia diventato in così breve tempo il giocatore che è, pur non avendo fatto il college. Finchè gioca a questo modo gli lascerò prendere tutti i tiri che vuole, avere un giocatore così accanto mi leva molta pressione e mi pemette di recuperare la forma: io miglioro di giorno in giorno, nel frattempo alla squadra ci pensa il mio fratellino “.

Quando poi i complimenti arrivano da coach Zen hanno un sapore tutto particolare, visto il sentimento di stima reciproca ma anche le continue, incessanti punzecchiature fra i due.

Jackson sottolinea che “Kobe non finisce mai di stupirmi: quando è arrivato nella lega era un giocatore istintivo ed umorale, ora è freddo, calcolatore, ha imparato che la virtù fondamentale nel basket è il saper eseguire con freddezza, non il giocare d'istinto: l'essenza del basket è osservare a lungo l'avversario, testarne i punti deboli, e solo allora colpirlo con durezza.

Ha imparato con velocità  sorprendente a gestire la gara, a spingere sull'acceleratore quando le cose gli vanno bene, per poi tirarsi indietro e far giocare i compagni quando incontra delle difficoltà , far passare qualche minuto e lasciare che la partita fluisca verso di lui.

Lui e Mike sono due giocatori radicalmente diversi, checchè se ne dica e nonostante le apparenze superficiali: Kobe è un creatore di gioco, da lui voglio che inizi le azioni con la palla in mano e crei opportunità  per i compagni.

Michael invece è la perfetta off guard , lui è inimitabile nel concretizzare, nel chiudere i conti con gli avversari; poi tecnicamente sono molto simili, è vero, ma solo perchè sono entambi dei grandissimi lavoratori e hanno limato i loro difetti di gioventù arrivando quasi alla perfezione; c'è una sola qualità  naturale di Mike che Kobe non possiede: ha mani enormi e molto forti, due vere tenaglie, che gli permettono di controllare il pallone con una mano sola (il c.d 'palming', ndr), e questo gli è di grande aiuto perchè può dare un'occhiata al posizionamento della difesa avversaria tenendo il pallone al di fuori della portata del suo marcatore. Kobe però ha rimediato facendo un immenso lavoro specifico durante la off-season, ora anche lui può controllare agevolmente il pallone in palming, ha colmato anche questa lacuna.”

Capitolo 2 (flashback)
MAKING OF A CHAMPION

La storia di Kobe Bryant inizia il 23 Agosto 1978: nasce il terzogenito di Joe e Pam, il primo maschio dopo Shaya e Sharia; lo chiamano “Kobe”, in onore della bistecca che da' il nome alla “Kobe Japanese Steak House” di King of Prussia [sic!], Pennsylvania; motivo di vanto per i padroni del locale, direte voi?

Niente affatto, se è vero che durante la cavalcata verso il titolo dei Philly Sixers nel 2001, stroncata proprio dai Lakers del nostro eroe, cambiarono il nome in “The Answer” Japanese eccetera. I casi della vita!

Joe “JellyBean” Bryant, padre del piccolo Kobe, è un 2.05 con mentalità  e attitudine da guardia: ama ripetere che, se fosse rimasto nella West Coast qualche anno in più, avrebbe potuto far vedere cose degne di Magic con anni di anticipo sull'originale; affermazioni da prendere con beneficio d'inventario, sta di fatto che invece va ai Sixers: nel tipo di gioco della pragmatica Easterm Conference non si ammettono voli pindarici, non esiste che un buon atleta sopra i due metri faccia la guardia, e Joe si ricicla come specialista difensivo e primo cambio dei lunghi titolari. Curiosamente la stagione '77/78, culminata con la nascita del primo erede maschio, è proprio la migliore della sua carriera.

Nel 1984 la famiglia Bryant si sposta a Rieti dove papa' Joe, dopo la sua ultima stagione NBA ad Houston, inizia una proficua carriera come go-to-guy in svariate squadre europee, ma soprattutto italiane.

E' una scelta di vita oltre che professionale, i giovani Bryant crescono nel tranquillo e ovattato ambiente della provincia italiana anzichè in una caotica e pericolosa metropoli; mentre molti suoi coetanei devono lottare per sopravvivere in quartieri dove droga, pistole e brutti incontri la fanno da padroni, spesso senza l'appoggio dei genitori (quando li conoscono), e il basket rappresenta l'unica chance per dare una svolta alla propria vita, un biglietto di sola andata per uscire dall'inferno, Kobe cresce in un ambiente tranquillo e isolato, una famiglia quasi perfetta, degna degli stereotipi delle sit-com: per anni Pam e Joe visionano in anticipo ogni film destinato ai figli, li guardano assieme a loro ed eventualmente li costringono a nascondersi dietro al divano quando passa qualche scena troppo spinta; lo stesso Kobe dirà  che la sua famiglia gli ricorda molto quella del “Padrino”, il suo flm preferito: “Ovviamente non certo per la violenza, ma per il modo in cui tutti noi ci fidavamo, eravamo uniti e ci davamo forza gli uni con gli altri”.

Il giovane Kobe è naturalmente attratto dalla palla a spicchi, anche se i primi approci sono difficili: “Dopo la scuola andavo al campetto con il mio pallone da basket, ma appena iniziavo a lavorare sui miei movimenti arrivavano subito dieci, undici ragazzi coi loro palloni da calcio, e non mi restava che andarmene o fare il portiere”.

Nonostante questi piccoli incidenti di percorso, il giovane Kobe vive di pane e basket: il padre è l'idolo delle folle in tutte le squadre in cui milita, e ancora oggi Kobe ricorda (e, ridacchiando, sa canticchiare in italiano) i cori che i tifosi gli dedicavano: “Sai chi è quel giocatore che gioca meglio di Magic e Jabbar? E' Joseph, Joseph Bryant, Joseph Bryant!”.

Il figlio del campione venuto dalla mitica NBA è idolatrato lui stesso, ed è ovviamente il benvenuto a bordo campo per le partite e gli allenamenti: non è insolito vederlo fare tiri su tiri a canestro in un angolo della palestra, fra gli “olè” di incoraggiamento degli astanti, per non parlare delle sfide in 1 vs 1 con i compagni di squadra del babbo, che osserva da poco distante e non fa mai mancare commenti del tipo “grande e grosso come sei ti stai facendo battere da un ragazzino di dieci anni?”.

Anche a casa l'unico suo interesse è il basket, il basket NBA: i nonni dagli Usa gli registrano le partite migliori e le spediscono a casa Bryant, dove Joe le guarda assieme al figlio, commentando e spiegandogli ogni dettaglio tattico e tecnico, mostrandogli i trucchi dei grandi campioni, dicendogli in anticipo a chi finirà  il pallone.

Kobe osserva rapito, guarda e riguarda in continuazione le videocassetteche rappresentano il suo unico contatto verso quel mondo che tanto lo attrae. Poi esce di casa e prova per ore a riprodurre quei movimenti, da solo o con papa'; quando va a dormire, sopra il suo letto troneggia un poster di Magic, suo idolo incontrastato, che papa' Joe guarda con ammirazione ed un po' d'invidia: “Certo fa dei numeri incredibili, e tutti lo venerano e lo chiamano 'Magic'. Ma io quelle cose le ho fatte per anni prima di lui, solo che io non ero ai Lakers e le chiamavano 'buffonate' “.

Nel Novembre 1991 Magic annuncia al mondo la sua sieropositività  e il conseguente ritiro dal basket: per Kobe è una piccola tragedia, scoppia in un pianto ininterrotto e non mangia per una settimana. Anni dopo gli verrà  assegnato proprio l'armadietto di Magic nello spogliatoio Lakers, e KB racconterà  di essere rimasto lì davanti fermo, imbambolato e quasi paralizzato per diversi minuti.

I Bryant sono a Mulhouse, in Francia, ma ci restano ancora per poche settimane: il club della cittadina francese è in ristrettezze economiche, e poco prima della fine dell'anno Joe decide che è il momento di riportare la famiglia in patria, a Philadelphia. Kobe finalmente ha la possibilità  di affrontare avversari al suo livello e non sfigura, anche se lo stile di gioco nei playground della città  dell'amore fraterno rappresenta un mondo del tutto nuovo per il giovane Bryant: un piccolo airone allampanato, magrissimo, quasi scheletrico, tutto tecnica, agilità  e movimenti rapidi e puliti.

A 14 anni il papa' lo porta allo Spectrum a vedere Michael Jordan, lanciatissimo alla conquista del primo titolo NBA della sua indimenticabile collezione, e il giovane Kobe ne rimane estasiato: ora c'è un altro idolo da venerare, da cui assorbire quanto più possibile; accanto a Magic ora c'è MJ.

A 16 anni per la prima volta batte il papa' nell'ennesima sfida in 1 vs 1: “Già  da un po' di tempo, da quando avevo circa 14-15 anni, aveva iniziato a barare, a giocare sporco: mi spintonava, mi dava colpi nelle costole e un sacco di gomitate in faccia. Ad un certo punto della partita finivo per sanguinare, arrivava mia madre e la partita finiva lì.”

Nel 1995 è MVP dell'Adidas ABCD summer camp, una delle più grandi vetrine del paese per quanto riguarda gli high-schoolers. Il 6 Maggio 1996 la palestra della Lower Merion High School di Ardmore, sobborgo di Phila, è gremita di studenti, professori, giornalisti non solo locali ma anche di ESPN e del Washington Post, e ci sono pure i Boyz II Men: Kobe Bryant al suo ultimo anno ha appena guidato la scuola al titolo statale (nonostante essersi rotto il naso in allenamento poco prima della finale), è ovviamente il miglior marcatore eccetera eccetera di ogni tempo del liceo ma è anche il top scorer ogni epoca fra i liceali della Pennsylvania, superando di circa 500 punti nientemeno che Wilt Chamberlain.

Nel suo discorso di addio annuncia l'intenzione di passare direttamente ai professionisti, facendo storcere il naso a moltissimi addetti ai lavori. Valga per tutti il commento di Jon Jennings, capo osservatore dei Boston Celtics: “E' un grave errore. Garnett è il miglior high-schooler che io abbia mai visto, ciononostante non gli avrei mai consigliato di passare direttamente ai professionisti. E Kobe non è certo Garnett!”.

Kobe viene pronosticato come papabile per essere scelto in lotteria (ma non nelle primissime posizioni), con qualche rischio che scenda fino alla fine del primo giro. E' a questo punto che nella nostra storia entra in scena Jerry West, GM dei Lakers, che sente odore di colpaccio e organizza un workout per Kobe alla YMCA di Inglewood; il primo avversario che gli mette di fronte è Michael Cooper, veterano gialloviola, maestro difensivo che in carriera era solito marcare nientemeno che un certo Larry Bird: il grande vecchio gioca duro e sporco, ma il ragazzino gli va via in agilità  che è un piacere, più Cooper picchia duro e più Kobe segna con facilità  (grazie ai famosi 1vs1 contro il babbo); no contest.

Il secondo è Dontae' Jones, un eccellente atleta di 21 anni (quasi 4 più di Kobe), stella delle ultime Final Four NCAA con Mississippi Valley State, MVP stagionale della SEC, a cui viene unanimemente pronosticato un grande futuro al piano di sopra.

Uno degli assistenti presenti alla disfida dice di non aver mai assistito ad un massacro del genere durante un workout. “Kobe distrusse Dontae' Jones, gliene fece di tutti i colori; lo maltrattò talmente che ad un certo punto Dontae' semplicemente uscì dal campo e si sedette in un angolo, perchè Kobe lo stava massacrando. Non ho mai visto nessuno interrompere un provino prima del tempo ed andare a sedersi, quasi implorando pietà “.

Leggenda vuole che, parecchi minuti prima che il provino finisse ufficialmente, “Logo Man” si sia alzato e se ne sia andato con un eloquente “Ho visto abbastanza”; pochi minuti dopo aveva già  finito di parlare con Bob Bass, GM degli Hornets che sceglieranno Kobe con la 13ma chiamata: Vlade Divac prende la via di Charlotte e Kobe corona il sogno di vestire la maglia del suo idolo, Magic. A precisa domanda il GM dei Lakers dirà  “Che c'entra il fatto che sia solo un liceale? Già  ora è maturo quanto qualunque altro giocatore che abbiamo in squadra”.

Più o meno contemporaneamente un paio di scaltre manovre di West permettono ai Lakers di fare a Shaq la classica offerta che non si può rifiutare: nasce il Combo, la pietra angolare su cui poggierà  la nuova Dinastia in gialloviola.

Capitolo 3
KOBE 10K

Il primo anno di Kobe è a fasi alterne: il 3 Novembre 1996 entra in campo per la prima volta, è il secondo giocatore più giovane della storia della lega, mentre il 27 Gennaio 1997 è il più giovane di sempre a partire titolare. Gioca solo 15 minuti a partita ma segna in doppia cifra in 25 gare con un season-high di 24, e viene votato nel secondo quintetto assoluto dei rookies; all'All Star Game segna 31 punti nella gara dei rookies (record) e vince la gara delle schiacciate.

La stagione sua e dei Lakers si chiude miseramente contro Utah, ma il giorno dopo è in palestra a lavorare, dove incontra Magic, diventato vicepresidente: “Ho saputo solo più tardi dai suoi genitori la stima che provava per me; per tutta la stagione mi chiamava in continuazione chiedendomi se ci potevamo vedere in palestra per allenarci; poi, dopo quella brutta gara contro Utah, era lì in palestra a provare e riprovare i tiri che aveva sbagliato. Proprio quello che veniva spontaneo fare a me dopo le peggiori gare della mia carriera!”

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Nella sua seconda stagione aumentano i minuti, da 16 a 25, ma parte titolare solo una volta in 79 gare: segna comunque 15 punti di media con un picco di 33 allo United Center contro Sua Maestà  Michael Jordan. Del Harris ha le sue idee, secondo lui “Kobe è forte, ma all'High School giocava solo per se stesso; il college gli avrebbe insegnato a giocare per la squadra ma l'ha saltato, quindi deve impararlo ora.

E se non lo impara ho intenzione di ridurgli i minuti finchè non lo capirà “. Viene votato come titolare all'ASG scolpendo nei libri di storia altri due record: è il più giovane di sempre ad essere titolare nella partita delle stelle, e il primo a farlo senza essere titolare nella sua squadra. La stampa gonfia al massimo la rivalità  fra lui ed MJ, “His Airness” contro “His Heirness”: vincerà  ovviamente MJ con 23 punti ed il titolo di MVP, ma Kobe guida l'Ovest con 18 in 22 minuti e riesce anche a fare arrabbiare Karl Malone, mandandolo via con un cenno della mano proprio mentre il Postino sta per piazargli un blocco. Malone va in panchina infuriato e si lamenterà  con coach Karl per il fatto che i ragazzini non si devono permettere di dire a lui cosa fare.

Ai playoffs Del Harris diminuisce i minuti per Kobe (da 26 a 20) e il suo rendimento ne risente. I Lakers battono Blazers e Sonics ma vengono travolti 4-0 dai soliti Jazz.

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Nel 1998/99 Harris finalmente lo lancia, quasi per caso, in quintetto e Kobe esplode: la prima gara stagionale è contro gli Houston Rockets, le due prime scelte di Harris in ala piccola sarebbero Fox e Horry, ma uno è infortunato e l'altro ha da badare al figlioletto appena nato; Kobe va in campo e distrugge nientemeno che Scottie Pippen, il secondo miglior giocatore della lega nell'era Jordan, mettendo a segno la prima doppia doppia della sua carriera (25+10) ma soprattutto tenendo Da Pip a 4/18 dal campo e stoppandolo ben tre volte. Da allora non partirà  che in quintetto.

La sua media-punti stagionale è ad un battito di ciglia dai 20, più 5 rebs e quasi 4 assists in 38 minuti. E' la stagione del lockout, e verrà  ricordata come una delle più turbolente della storia gialloviola: il roster viene stravolto più volte (se ne vanno Campbell e Jones, arrivano Rice e persino Rodman, che però durerà  lo spazio di un mattino), e a Febbraio viene licenziato anche coach Harris, sostituito da Kurt Rambis.

Il 20 Aprile i Lakers affrontano i Warriors in trasferta, O'Neal viene espulso nel secondo quarto e i gialloviola vanno sotto anche di 28. Iniziano l'ultimo periodo da -20, Kobe ne mette 16 nell'ultima frazione, tra cui una tripla da 8 metri a 3.7 secondi dalla fine della gara e un tap-in sulla sirena che manda la gara all'overtime (vinto agevolmente dai gialloviola), correggendo un errore di Rice dalla lunetta; una di quelle occasioni in cui la palla galleggia in aria per un tempo infinito, sembra che tutti e dieci i giocatori in campo, più arbitri, riserve e spettatori in prima fila, debbano solo allungare la mano per prenderla, ma alla fine finisce sempre, invariabilmente, in mano al figlio di JellyBean. Significativo il commento di Rambis: “Porca vacca!”.

La stagione si chiude di fronte ai futuri campioni, gli Spurs di Tim Duncan, ma ai playoffs le medie di Bryant aumentano ulteriormente.

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La stagione 1999/2000 è quella della svolta: a giugno '99 Phil Jackson viene nominato capo allenatore dei Lakers; porta in dote 6 titoli, l'aver gestito nientemeno che i migliori anni di Michael Jordan e il famigerato “attacco Triangolo”; Kobe, a detta di chi gli sta vicino, ne è entusiasta.

I gialloviola inoltre devono lasciare il vecchio (e onusto di gloria) Forum per trasferirsi nell'avveniristico Staples Center.
Altri due fattori incideranno profondamente nella stagione e nella carriera di Kobe: in primo luogo è costretto a saltare 15 gare per un infortunio ad una mano; per la prima volta il suo fisico bionico gli crea dei problemi, è un fatto che lo farà  meditare molto, gli farà  prendere coscienza di non essere invincibile e che deve imparare a gestirsi; l'ultimo avvenimento-chiave è anche il più importante: conosce Vanessa Laine, studentessa ad Huntington Beach di due anni più giovane di lui.

E' il classico colpo di fulmine, i due si sposeranno in cerimonia privata due anni dopo, ma intanto l'atteggiamento di Kobe fuori dal campo cambia radicalmente. Prima era solitario, perfezionista, irritevole, concentrato solo sul basket e sulla sua carriera.

All'improvviso diventa socievole, disponibile, sempre sorridente; “[innamorarsi] ti cambia la vita. quando hai qualcuno al tuo fianco, che ti da' forza nei momenti positivi come in quelli negativi, tutto assume una luce diversa, puoi anche non segnare manco un punto eppure va tutto bene lo stesso. Anche i miei compagni se ne sono accorti: sono più felice, più allegro, più paziente; non penso più solo al basket, Vanessa mi ha aiutato a mettere le cose nella giusta prospettiva“.

La regular season è una marcia trionfale, i Lakers partono 25-5 e chiudono con il secondo miglior record della storia della franchigia. Il 20 Febbraio arrivano allo Staples i Sixers di Allen Iverson, il miglior marcatore della lega con 30.9 ppg, che l'anno prima in casa dei Lakers ne aveva messi 41; nel primo tempo ne segna 16, poi Jackson lo affida alle cure di Bryant che lo cancella dalla gara: 0/11 e 0 punti nel secondo tempo per Allen I, che viene stoppato ben 4 volte negli ultimi 8 minuti dal figlio di Jelly Bean, e i Lakers vincono in rimonta. E' la consacrazione di Kobe come uno dei migliori difensori della lega.

L'entusiasmo dei tifosi è alle stelle, l'attesa è spasmosdica, ci si aspetta che i gialloviola portino a casa il titolo in carrozza, ma i playoffs si rivelano più sofferti del previsto.

In Finale di Conference ci sono i Blazers, che vanno sotto 3-1 ma si riprendono grazie alla superiorità  a rimbalzo, ad un Rasheed Wallace da MVP, ad un Pippen stellare e ad un Sabonis che soffre Shaq in difesa ma gli fa girare la testa in attacco. Gara 7 è allo Staples ed è un monologo-Blazers. Con poco più di 10 minuti da giocare i Lakers sono sotto di 15, la gara sembra finita ma Kobe sale in cattedra: ogni pallone è suo, fa girare la squadra in attacco, serve Shaq con costanza e i Lakers riprendono fiducia; nella propria metà  campo cancella Pippen dal campo, e senza la mente della squadra a guidarlo Wallace va in panico e inizia a sbagliare.

A poco più di 1' dalla fine Kobe, che aveva tirato malissimo i liberi in tutta la serata, mette i due più importanti dando il primo vantaggio ai gialloviola, 81-79. Sarà  anche il vantaggio decisivo, perchè la gara va in ghiaccio a 40'' dalla sirena, quando Kobe spezza in due la difesa, attrae su di se' gli aiuti e serve un delizioso lob pass per Shaquille, che mette la ciliegina sulla torta di una partita che verrà  ricordata come “The Miracle”. Kobe chiude con 25 punti, 7 assist e ben 11 rimbalzi.

Kobe è arrivato la' dove bramava di arrivare da una vita, la Finale NBA; ad attendere lui, Shaq e milioni di tifosi ci sono gli Indiana Pacers di Larry Bird, l'avversario di mille battaglie, e Reggie Miller, losangelino d.o.c.
Gara 1 è una formalità : Shaq ne mette 43, Miller fa 1/18 e i padroni di casa vincono facile.

Gara 2 è iniziata da 9 minuti quando Kobe subisce una distorsione alla caviglia: è fuori dalla gara, ma i Lakers vincono comunque grazie ai 40+19 di Shaq. In Gara 3 Kobe è in borghese, e i Pacers si impongono grazie a Miller ed un super-Rose. Gara 4 è da molti ricordata come la sua miglior gara di sempre: la caviglia è conciata male e i Pacers giocano sul serio; nel terzo quarto Kobe commette il quarto fallo, ma Jackson lo lascia in campo e lui risponde con 10 punti da quel momento al termine del periodo. La gara è tiratissima, la Conseco Fieldhouse è una santabarbara, alla sirena le squadre sono pari.

Con 2'33'' da giocare nell'OT i Lakers sono sopra di 5 ma Shaq esce dalla partita per raggiunto limite di falli. Sembra finita, Kobe invece mette tutti i canestri cruciali, segnando 6 degli ultimi 8 punti degli ospiti, tra cui l'indimenticabile canestro della vittoria: Shaw sbaglia un baseline jumper dalla sinistra, Kobe ancora una volta si eleva al di sopra degli altri, prende il rimbalzo con la destra e lo trasforma in un appoggio al tabellone che sigilla la vittoria a 5.6 secondi dal termine.

E' l'episodio decisivo, quello che tutti i suoi compagni ricorderanno come il più impressionante nella carriera del ragazzo, che si schermisce: “ho solo segnato un paio di tiri e fatto 28 punti, posso fare di meglio”, mentre un assistente di Jackson racconta: “E' stata una cosa incredibile, un sacco di giornalisti e colleghi di altre squadre mi chiamarono per commentare la partita, ma rimanevano imbambolati, non sapevamo che dire. L'unica cosa che ci veniva da dire era 'Oh m—a, è successo! Sapevamo che stava arrivando, ed ora è qui.' “.

Gara 5 andrà  ai Pacers grazie ad un sussulto d'orgoglio ma sarà  un fuoco di paglia, i Lakers vincono gara 6 in rimonta grazie ad una ottima prestazione corale e sono campioni.

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Kobe e Shaq hanno finalmente un anello al dito, per Jackson è il settimo ma il primo senza MJ, per i Lakers il primo dopo 12 lunghi anni. Durante l'estate se ne vanno Glen Rice e la tremenda boccaccia di sua moglie, arrivano Horace Grant, J.R. Rider e un nuovo Kobe: durante l'estate si è allenato ancor più duramente dei suoi standards già  elevatissimi, imponendosi di segnare almeno 2.000 tiri al giorno: ora è molto più fiducioso nel suo jump shot, il suo obiettivo è il titolo di campione ma anche la soddisfazione personale di essere l'MVP.

I tifosi si attendono un'altra stagione trionfale, e invece accade quanto a lungo temuto: le due stelle della squadra entrano in conflitto, un conflitto apparentemente insanabile; non passa giorno senza che un giornale non riporti una piccata dichiarazione di uno o dell'altro. Zen Master cerca di fare da paciere, ma non nasconde di stare dalla parte di Shaq: questa è la squadra di “The Big Diesel”, Kobe deve ridimensionarsi perchè gioca bene se non benissimo, ma è troppo egoista; il nostro però non ne ha la minima intenzione, sente di essere il migliore e di poter guidare i Lakers anche da solo (“Se l'anno scorso non ci fosse stato Shaq, se avessi potuto fare tutto da solo, ai playoffs non avremmo perso nemmeno una partita!”), e la squadra si spacca letteralmente in due.

Il figlio di Joe gioca solo per se stesso, Shaq per parte sua quando ritiene di ricevere pochi palloni rispetto a quelli del compagno smette letteralmente di difendere: il 6 Dicembre, in una gara emblematica, Kobe ne mette 51 in trasferta contro Golden State, e 12 degli ultimi 15 dei suoi, ma Jamison dice 51 pure lui (seconda volta nella storia che due avversari mettono 50 o + punti a testa dopo Chamberlain e Baylor nel '62), Grant sbaglia l'ultimo tiro su assist di Kobe e i Lakers perdono. I gialloviola alla pausa per l'All Star Game (in cui Kobe è il giocatore più votato e il leading scorer dell'Ovest) hanno 31W e 16L, una in più di quante subite nell'intera regular season dell'anno passato.

Il punto più basso nelle relazioni fra i due si tocca a Marzo, quando Shaq presenta alla dirigenza il più classico degli “o lui o me”, Jackson inizia a fare un pensierino alla cessione di Kobe (si dice su suggerimento di Winters, che non sopporta l'idiosincrasia del ragazzo al “triangolo”), che per parte sua si chiude in se stesso e continua per la sua strada. Sembra una situazione irrecuperabile, ma a questo punto entra in gioco nientemeno che Michael Jordan: Air, che si diletta a fare il GM dei Wizards, intrattiene lunghe, periodiche conversazioni telefoniche con quello che è diventato il suo pupillo, il suo giocatore preferito, e ad Aprile (ps: il 18-04-2001 Kobe sposa Vanessa) avviene il miracolo: Kobe in pubblico sembra più disteso e sereno, in privato si confronta con i compagni e promette di cambiare atteggiamento, ed in genere lui mantiene quello che promette: sembra un giocatore rinato, divide la palla con i compagni come mai in carriera, pur senza smettere di segnare a raffica quando la partita “va da lui”.

Il merito della trasformazione è dunque in gran parte di MJ, ma da dove hanno avuto origine quelle telefonate-fiume? Ci sono due correnti di pensiero: una afferma che sarebbe stato lo stesso Kobe, preso dallo sconforto, a chiamare MJ (e alcuni aggiungono che lo fece per chiedergli di portarlo a Washington); l'altra che sarebbe stato coach Zen a chiedere a Mike, come favore personale, di parlare al ragazzo.

La verità  forse non la sapremo mai, sta di fatto che è' la svolta decisiva, i Lakers vincono le ultime 8 gare consecutive senza apparente sforzo, le due stelle iniziano a giocare l'uno per l'altro e si trasformano in un letale “One-Two Punch”.

Iniziano i playoffs e ci sono subito i Blazers: il pronostico più diffuso vede i Lakers favoriti, ma di pochissimo; non tutti credono a questo nuovo corso nelle relazioni fra le due star di Hollywood, ci si aspettano guai da un momento all'altro. Invece la serie è un massacro: 4-0 con scarto medio di quasi 15 punti, cifre imponenti sia per Shaq che per Kobe (25 + 5 ma soprattutto quasi 8 assist!).

Tocca ai Kings, di nuovo ci si aspetta una serie equilibrata, e invece arriva un altro, ancor più clamoroso “sweep”, anche se SacTo cade con onore. Kobe è padrone della serie (35 + 9 rebs 4 assists), soprattutto in trasferta; il suo capolavoro è gara 4, 48 + 16 rimbalzi in 48 minuti.

L'ultimo ostacolo verso la Finale sono i San Antonio Spurs, e questa volta non sembrano esserci dubbi di sorta: sarà  una sfida all'ultimo sangue perchè gli speroni, record alla mano, sono la miglior squadra NBA, sono più profondi dei campioni in carica e sono gli unici ad avere le contromisure per il combo: Duncan e Robinson per controllare Shaq, Bruce Bowen (miglior difensore sugli esterni) e Daniels per difendere su Kobe… macchè! in gara 1 KB ne mette 45 (di cui 12 nel quarto periodo con 5/5 dal campo) con 10 rimbalzi, Popovich è stupefatto: “Bowen sta facendo tutto quello chè umanamente possibile per fermare il più forte giocatore perimetrale che ci sia”.

Shaq lo definisce “il miglior giocatore del mondo”, i compagni mettono in risalto il fatto che sta facendo girare la squadra come un orologio svizzero, Jackson confessa di essere impressionato dalla freddezza e dalla capacità  di Kobe di fare la cosa giusta al momento giusto; perfino MJ si sbilancia, e afferma: “Da ora in poi non gli insegnerò più niente, non gli dirò più nessun segreto. Non ne ha bisogno, ormai.”

Kobe nella serie segna 33 + 7 + 7, Shaq fa il bello e il cattivo tempo in casa ma lascia al compagno il comando delle operazioni in trasferta, e i Lakers travolgono i texani con un altro 4-0. 11 vittorie in fila nei playoffs, 19 se si conta anche la fine della regular season. Il titolo sembra già  assegnato.

In finale i lacustri affrontano i Sixers, che vengono dati per spacciati ma hanno dalla loro l'immenso cuore di Allen Iverson, MVP stagionale, e una difesa impenetrabile, il cui fulcro è Mutombo.

Gara 1 è uno shock per il mondo del basket: Phila arriva allo Staples col fuoco nelle vene, i gialloviola giocano in modo svogliato e presuntuoso, gli ospiti vincono all'OT grazie a 48 punti di Iverson, mentre Kobe soffre oltremisura la marcatura asfissiante del carneade Bell che non gli lascia nemmeno ricevere il pallone.

In Gara 2 ci si aspetta una reazione da campioni, ma i Sixers hanno l'inerzia dalla loro e sembrano non morire mai; ci vuole uno Shaq stratosferico (28pts + 20rebs + 9ast + 8blks) e un Kobe leonino (31 + 8 + 6).

Gara 3 è quella decisiva, Philadelphia è letteralmente impazzita, il First Union Center è una bolgia infernale e trasuda odio per il traditore, il ragazzo da Lower Merion HS, Ardmore, PA, che torna a casa per strappare il titolo ed il cuore ai generosissimi Sixers.

Nel primo tempo i Lakers sembrano in controllo della gara, all'intervallo sono sopra di 10. Coach Brown però non ci sta, si inventa un quintetto piccolissimo che asfissia i portatori di palla dei Lakers e toglie i rifornimenti a Kobe grazie al solito, immenso Bell; i Sixers annullano lo svantaggio, il resto lo fa Mutombo che costringe Shaq ad uscire per falli a poco più di 2 minuti dalla fine, e la gara sembra segnata; al contrario Jackson risponde con un quintetto altrettanto piccolo con Horry da numero 5, e i Lakers vincono grazie ai tiri cruciali di Bryant e dello stesso Horry.

E' lo spartiacque nella serie, i Sixers perdono fiducia dopo due sconfitte sul filo di lana in gare che potevano vincere, e gara 4 e 5 sono poco più che delle formalità , in entrambi i casi i Lakers costruiscono larghi vantaggi nei primi tre quarti per poi resistere agli orgogliosi tentativi di rimonta degli indomabili Sixers.

I Lakers sono ancora campioni, per la seconda volta consecutiva, e il loro ruolino di marcia nei playoffs (15W – 1L) resterà  nella storia; se il primo titolo è in gran parte dovuto alla straripante combinazione di potenza e tecnica chiamata Shaq, e Kobe si è limitato a giocare da “closer” nei momenti-chiave, il titolo del 2001 è segnato indelebilmente dalla classe del figlio di JellyBean (29pts, 7rebs e 6 ast in 43 minuti di media).

I festeggiamenti dopo gara 6 mostrano però anche il lato che Kobe aveva tenuto meglio nascosto durante la sua carriera: mentre i compagni festeggiano, lui è da solo in un angolo, dietro una tenda, a singhiozzare come un bambino per scacciare le tremende tensioni che lo hanno investito nell'ultimo anno: non solo i problemi con compagni e allenatori, non solo la brusca scoperta che la tua città  natale ti considera un traditore e il nemico pubblico numero 1, ma anche gravi attriti con i propri genitori, la prima crepa nella storia di una famiglia da sempre incredibilmente unita; screzi nati al momento del matrimonio con Vanessa, che hanno portato Joe e Pam prima a lasciare LA per Phila, e poi a non andare mai a vedere il figlio durante le finali.

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La stagione 2001/02 rappresenta un altro esame fondamentale per Kobe: O'Neal ha grossi problemi all'alluce, salta ben 25 partite e quando gioca si rifiuta di prendere antidolorifici: ovviamente non può spingere al massimo, è come una Ferrari costretta ad andare in seconda marcia; questa situazione, che lo rende falloso e nervoso, viene evidenziata in una gara contro Chicago, in cui Big Fella, che ormai con Bryant è pappa e ciccia, perde la testa e accenna una reazione violenta contro Brad Miller dopo il classico fallo di tipo terminale. Risultato: Shaq viene squalificato dalla lega, e il 14 Gennaio i Lakers affrontano i Memphis Grizzlies senza il loro gigante.

Kobe ha voglia di lanciare un messaggio, si scrive “34” sulle scarpe e gioca, in effetti, 34 minuti giusti giusti; il tempo sufficiente a mettere a referto 56 punti con 21/34 dal campo, fra l'entusiasmo dei compagni e l'incredulità  degli avversari: quando esce dal campo il punteggio è 91-56: ha segnato da solo quanto tutti i Grizzlies messi assieme.

Shaq per parte sua risponderà  qualche tempo dopo, vestendo la maglia #8 nel riscaldamento di una gara che vede Kobe squalificato a sua voltaper una baruffa con un altro Miller, Reggie. Fra i due gialloviola ormai è un idillio, il rapporto viene ulteriormente cementato da alcune vicissitudini personali (la morte di un nonno a testa a pochi giorni di distanza).

L'ASG si gioca a Philadelphia, e Kobe vuole questa partita ad ogni costo: gioca con la grinta e l'intensità  difensiva di una gara di playoffs, fra i fischi e gli insulti dei suoi concittadini, e si porta a casa il titolo di MVP grazie a 31 punti, 5 rebs e 5 assists. Dopo la gara fioriscono gli elogi da compagni e allenatori, ma le sue attenzioni e i suoi rigraziamenti sono tutti per MJ, per l'aiuto ricevuto dal grande Air nella stagione precedente.

Tra l'altro lo stesso MJ prima della gara aveva detto: “Se ha intenzione di trasformare la gara in un 1 vs 1 continuato con me, beh, gli farò fallo ad ogni azione, spenderò ogni singolo fallo a mia disposizione”.

La stagione gialloviola è caratterizzata da continui alti e bassi: con Shaq molto limitato dall'infortunio la squadra è di Kobe, che ha la sua migliore stagione come percentuale dal campo e assist, ma anche un brusco calo in punti segnati, rimbalzi e percentuale da tre.

I Lakers giocano svogliatamente e perdono partite facili, così che al termine della regular season hanno lo stesso record degli Spurs e tre partite di distanza dai Kings, che giocano a memoria e non vedono l'ora di vendicarsi dei gialloviola.

La prima serie di playoffs è contro Portland, battuta con più sofferenza di quanto non dica il 3-0 finale. soprattutto gara 3 a Portland è costantemente nelle mani dei rossoneri finchè Kobe non va in ufficio, e chiude la gara con una tripla e un assist per “Big Shot Rob” Horry.

Tocca agli Spurs, i Lakers vincono gara 1 abbastanza facilmente, ma nella seconda sfida gli Spurs espugnano lo Staples grazie anche al fatto che Shaq è ai minimi storici ma nemmeno Kobe è al 100%. Gara 3 a San Antonio è difficile, i texani conducono per tre quarti di gara ma tirano male nel quarto, e i gialloviola vincono in rimonta.

Gara 4 segue lo stesso clichè, ma Kobe ci mette lo zampino: sbaglia 16 dei suoi primi 23 tiri, ma nel quarto periodo ne segna 5 su 5; per chiudere la gara mette due liberi in scioltezza, poi due triple in un amen, infine col punteggio in parità  a 5'' dalla fine si eleva al di sopra delle umane miserie (e delle braccia protese di Robinson) per correggere a canestro un tiro di Fisher sputato dal ferro.

I Lakers vanno 3-1 e la serie finisce qua, anche se in Gara 5 i Lakers sono di nuovo preda di quella strana, inspiegabile apatia e ci vuole un altro quarto periodo “Kobesco” (10 punti e lo zampino in tutte le ultime 4 segnature dei gialloviola: due lay-up, una gita in lunetta e un assist per tripla di Horry che da' il +7 definitivo ai padroni di casa).

E' il momento della sfida più attesa, e per una volta si inizia in trasfrta: l'Arco Arena di Sacramento è un girone dantesco ma Kobe ci si trova a suo agio come allo Sheraton (l'anno prima nelle due visite apostoliche ne ha messi 36 e 48): 30 punti e tutti a casa, Lakers sull'1-0.

Qualche commentatore inizia a sussurrare che qua si rischia di vedere un altro sweep… niente di più sbagliato: i Lakers non sono quelli del 2001, Shaq non è quello del 2001, ma soprattutto i Kings sono molto, molto più forti e convinti di se', e gara 2 è l'inizio di un clinic di tre partite dal titolo “come massacrare i Campioni del Mondo”: Webber gioca sul velluto, Christie canta (giocando alla grande da playmaker) e porta la croce (dando il sangue su Bryant), Divac non sa difendere ma sa giocare sporco come nessun altro, e cancella il fattore-Shaq dalla serie, per finire Bibby mette la ciliegina sulla torta con tutti i tiri decisivi per i suoi di gara 2, 3 e 4.

E Kobe? Fra gara 1 e gara 2 un hamburger galeotto lo mette kappao: in gara 2 è un ectoplasma, in gara 3 è al 50% ma non avrebbe potuto nulla ugualmente; sarà  decisiva gara 4, in cui i Kings partono con tutte le intenzioni di non fare prigionieri: 40 punti nel primo quarto, Lakers apparentemente in bambola, ci vuole un super Kobe e un fortunoso canestro di Samaki Walker da casa sua per limitare i danni nel primo tempo: -14 quando si va a bere il proverbiale te' caldo.

I Lakers rimontano lentamente ma costantemente, e a pochi secondi dalla fine sono a -2: Kobe va dentro ma il ferro gli sputa il tiro, Shaq è sul rimbalzo ma sbaglia da mezzo metro, Divac allontana con una manata e tutto sembra finito ma… la palla finisce come per magia a Robert Horry, che per l'ennesima volta si trova nel posto giusto al momento giusto, come se avesse letto in anticipo la sceneggiatura della gara: solo rete e i Kings scoprono di essere sul 2-2, nonostante abbiano dominato in lungo e in largo 3 gare su 4.

Gara 5: per tutta la serie i pick and roll Bibby-Webber hanno massacrato i gialloviola, stavolta… gli fanno ancora più male che nelle altre gare: W per i Re.

Gara 6: sussulto d'orgoglio di Shaq che domina fisicamente (per la prima e ultima volta nella serie) Divac, al resto ci pensa Kobe, che in allenamento implorava Jackson di mettere lui sul suo amicone (i rispettivi genitori erano compagni a Phila) Bibby, finora MVP incontrastato della disfida e dei playoffs tutti: detto-fatto, l'ex Vancouver viene tenuto a 2 punti nel secondo quarto.

Gara 7, Arco Arena, “Da Game”.
Primi due quarti con grandissimo equilibrio e immensa tensione, i protagonisti attesi giocano tutti bene ma nessuno benissimo, non accade nulla di decisivo.

Terzo Periodo: la chiave della gara. Shaq ha dato tutto nel primo tempo e va in debito d'ossigeno, Fox-Fisher-Hunter sono in bambola, come in tutta la serie del resto, ma a loro si aggiunge un Horry inspiegabilmente letargico; i Kings vanno 9 sopra (che in una gara tutta punto a punto sono una enormità , sembrano più dei 26 di gara4) e sembrano pronti a chiudere il conto.

A questo punto Kobe fa un canestro, anzi IL canestro: riceve a sei metri dal cerchio arancione, si guarda intorno ma nessun compagno accenna il benchè minimo movimento; allora aspetta che Shaq chieda palla ma il suo fratellone è KO, totalmente senza benzina; gli altri 3 si fanno piccoli piccoli e sembra di leggere sopra le loro teste un fumetto tipo “non passarmela, ti prego. Fai quello che vuoi con quel pallone ma NON DARLO A ME”. A questo punto è chiaro che tocca a lui inventarsi qualcosa, in partita sta tirando male e vorrebbe andare dentro, ma Christie gli sta appiccicato e lo costringe un bruttissimo angolo di penetrazione: Bryant tiene la palla in mano ferma tre, quattro secondi, poi va su e tira: SOLO RETE!!!!

Questo canestro prende di peso l'inerzia della gara e la passa tutta ai Lakers che ritornano aggressivi, in un amen KB8 chiude il gap di sette punti guidando un parziale di 10-4.

Quarto Periodo: da quel controparziale in poi, dopo 6 gare e una trentina di minuti in cui il pallino del gioco è stato del tutto in mano ai Kings, la gara è dei Lakers, che giocano nettamente meglio e chiuderebbero la gara con due-tre minuti di anticipo: Sacramento sbaglia un infinità  di liberi e conclusioni da 3 (chiuderanno con 2/20), ma li tiene a galla un Bibby disumano: segna tutti gli ultimi canestri su azione dei Kings, porta addirittura in vantaggio i nero-viola al penultimo possesso, ma ormai i suoi compagni sono emotivamente fuori gara e fisicamente senza benzina, soprattutto Christie che ha fatto l'impossibile su Bryant per 7 gare e sembra sul punto di crollare a terra.
Sul 100-98 per gli ospiti Bibby costringe Bryant al fallo, ovviamente fa 2/2 e pareggia la gara.

I Lakers hanno l'ultimo tiro a 8'' dalla fine: Shaq ci prova e va cortissimo, ma per l'ennesima volta sul rimbalzo decisivo della gara c'è Kobe, tap-in a botta sicura… non va! Arriva Horry, altro tap-in… non va manco questo, siamo all'overtime!!!

OVERTIME???!!!??? Dopo sette gare del genere ancora un overtime?
La benzina è finita per tutti, da una parte c'è Shaq che non riesce quasi a muoversi e i comprimari paralizzati dalla paura di sbagliare. Dall'altra c'è Divac fuori per falli grazie all'ennesima intuizione di Bryant, che a pochi minuti dalla fine del quarto periodo gli sguscia davanti come un'anguilla a rubargli il rimbalzo e a prendersi il 6° fallo del sosia di Jean Reno; Stojakovic è in campo per onor di firma ma non si è ancora ripreso dall'infortunio, è ben lontano dal'avere il ritmo-partita nelle gambe (0/6 da tre); Webber gioca con grinta ma esita troppo prima di tirare, e Horry non gli concede nulla in penetrazione; Christie è una maschera di fatica.

Ah già , poi ci sarebbero Kobe e Bibby, che per tutta la serie sono stati testa e spalle sopra a tutti gli altri ma sembrano comunque i più freschi del lotto. La gara si gioca tutta sull'emotività , e i bicampioni del mondo hanno troppa esperienza di gare così per lasciarsela sfuggire. l'OT finisce 12-6 per gli ospiti: Shaq sbaglia una schiacciata incredibile, i Kings resistono con le unghie e con i denti ma due tiri da tre cortissimi di Peja e Christie chiudono i conti.

Kobe è padrone assoluto della serie (senza dimenticare l'onore delle armi a Bibby), il tabellino di gara 7 dirà  30 + 10 + 7.

La Finale NBA è una pura formalità , Jason Kidd è un leone ma Shaq è troppo per una squadra che ha già  dato tutto quello che aveva, anzi molto di più, per arrivare fino a quel punto. E' “threepeat”, il terzo trionfo consecutivo per i Lakers, per Jackson, per il Combo.

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Siamo arrivati ai giorni nostri, stagione 2002/03. Shaq ha finalmente deciso di farsi operare l'alluce spappolato, e quindi deve stare fuori per una quindicina di partite.

Kobe per parte sua ha pensato bene di trascorrere l'estate non festeggiando, ma lavorando come un pazzo in palestra (passando dalle 5-6 ore giornaliere che non si fa mai mancare da quando aveva 17 anni a 8 giri d'orologio), e il risultato sono 7 kg di muscoli in più, ma soprattutto mani molto più forti: ora sono “come il guantone di un catcher”, e Kobe può finalmente permettersi un “palming” degno di Michael.

La stagione inizia male, anzi malissimo: dopo la prima sconfitta stagionale contro gli spurs esce un lungo articolo in due puntate di tal Charlie Rosen, giornalista di Espn, un lungo atto di accusa che sottolinea tutti i difetti e i demeriti di Kobe, ponendo in particolare l'accento sulle reazioni infuriate del grande vecchio Tex Winters che dopo la gara d'esordio ha definito KB “ostinato, egoista, fuori controllo… inallenabile!”.

In realtà  è l'ennesima trovata di PJax, infatti Rosen è un vecchio amico di coach Zen, e non ci vuole molto ad intuire che l'articolo in questione sia arrivato “su commissione”, per ricordare a Kobe che anche senza Shaq si vince solo se lui gioca per la squadra e non per se stesso. Kobe si limita a rispondere con un “Rosen who?”, e dimostra la maturità  ormai raggiunta giocando da vero all-around.

Un detto NBA afferma che come in ogni persona c'è un lato femminile e uno maschile, e bisogna fare in modo di coltivarli entrambi, così in ogni giocatore NBA c'è un “lato Magic” e un “lato Jordan”. Ecco, Kobe decide di partire giocando “alla Magic”, o per usare le parole di Fisher, “to go Oscar Robertson”.

Nelle prime 5 gare della stagione sfiora la tripla doppia di media (!) con 12.3 rimbalzi a gara (!!!), e le statistiche sono ancora più eclatanti visto che i suoi compagni di squadra non la mettono mai e poi mai (poco più del 30% da tre): nelle prime 19 gare ben 4 triple doppie, medie impressionanti.

Il 19 Gennaio nasce Natalia Diamante, in anticipo di qualche settimana per permettere a paparino di giocare l'ASG (sembrava destinata a venire al mondo proprio in quel weekend): Kobe assiste al parto, taglia il cordone ombelicale, è fuori di se' dalla gioia: “E' stato incredibile, come giocare due Gare 7 di finale consecutive. Anzi, è stato molto peggio perchè era Vanessa a giocare, io potevo solo stare a bordocampo, agitare l'asciugamano e tifare come un matto”.

Shaq, che ormai si rivolge a lui chiamandolo “fratellino”, “da man” o “The little Historian”, lo ammonisce: “Avere un figlio ti cambia la vita, completamente. E' una sensazione incredibile e al tempo stesso una responsabilità  tremenda ma Kobe ce la farà  senza problemi, è un grade uomo”.

Nel frattempo i Lakers sembrano essersi dimenticati come si fa a vincere, anche dopo il ritorno di Shaqzilla: a Natale, dopo le prime 30 gare, il record è 11W e 19L, la zona-playoffs è lontana e iniziano a serpeggiare i primi, concreti dubbi che i gialloviola clamorosamente potrebbero non raggiungere la post-season.

Ma Kobe non ci sta e si prende la squadra sulle spalle, mentre la condizione fisica di Shaq cresce di giorno in giorno, e con essa il timore reverenziale degli avversari: le 30 gare successive fanno segnare un eloquente record di 23W e 7L, i campioni del mondo sono tornati a ruggire.

Una rimonta notevole, che viene peraltro offuscata dalle prestazioni di Kobe a Febbraio, il singolo mese più abbacinante che l'NBA del dopo-Chamberlain ricordi: 9 gare consecutive segnando più di 40 punti (raggiunge MJ, solo Wilt da Stilt ha fatto meglio), tra cui spiccano i 51 in 31 minuti contro i Nuggets, con 0 palle perse, e i 52 in 54 minuti (più 8 rebs e 8 assists) in una gara-thriller con doppio overtime contro i Rockets di Yao Ming, prestazione impreziosita da una schiacciata devastante sul grande (in tutti i sensi) cinese, che Yao stesso definisce “umiliante”.

In un mese intero, 14 gare, ha tenuto una media punti di 40.6 (e una statistica così non l'ha mai ottenuta nemmeno MJ!) guidando i Lakers a 11W e 3L.

Lampi di grandezza assoluta per un giocatore che a 24 anni ha già  alle spalle 16.000 minuti di regular season (e 10.000 punti) più 3.000 e spicci di playoffs (con 1.770 punti).

Comunque la si voglia vedere sta riscrivendo i libri di storia del basket NBA, l'unica cosa che può impedirgli di raggiungere records apparentemente impensabili è il logorio fisico, anche se lui stesso assicura: “Guardate che mi sto controllando, non faccio mica salti pazzeschi o acrobazie folli. Sto conservando le mie gambe, le rafforzo di giorno in giorno, solo quando avrò 27-28 anni mi vedrete fare cose davvero pazzesche”.

Non vediamo l'ora, Kobe…

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