Est-Ovest: il divario aumenta

Il divario tra le due Conference è sempre più netto…

Con il passare del tempo la voragine creatasi tra le due Conference è diventata sempre più imponente, inghiottendo con sé le speranze di assistere ad una postseason equilibrata.

E' calato il sipario sull'ultima edizione di quel ricettacolo di emozioni, sogni e prodezze chiamato All Star Game e, proprio la straordinaria partita tra Est e Ovest, svoltasi nel cuore della notte italiana di domenica 9 febbraio, ha spiegato, se ancora una volta ce ne fosse bisogno, i motivi per i quali tra le due Conference esiste un divario tecnico al momento difficilmente colmabile: è principalmente una questione di centimetri.

Perché centimetri? Perché a livello di guardie i campioni si trovano in buon numero anche ad Est, basti pensare a talenti quali Iverson, McGrady o Kidd, di livello non inferiore ai vari Bibby, Payton e Bryant, tanto per fare qualche nome. I problemi sorgono quando si prova a trovare, nelle squadre in cui militano i primi, dei "lunghi" capaci davvero di fare la differenza.

C'è poco da dire, i "grandi" abitano tutti sulla sponda pacifica e la "Gara Delle Stelle" lo ha ampiamente dimostrato; nel corso della partita, per qualche minuto, coach Adelman ha addirittura "osato" schierare contemporaneamente Ming, Duncan, Shaq e Garnett, oltre a Steve Francis come rifinitore.

E' soltanto un esempio, ma efficace allo scopo: rendere bene l'idea circa la povertà  sotto canestro delle squadre della Eastern Conference. La differenza a livello di roster è sotto l'occhio di tutti; i Nets di Jason Kidd possono sì permettersi di dominare fuori casa contro i Denver Nuggets, non proprio uno "squadrone", ma, di fronte alla corazzata Sacramento, per di più tra le mura amiche, hanno rimediato una figuraccia, finendo a -30 senza poter opporre resistenza.

Le "gite" ad Ovest sono vissute quasi come un incubo e raramente si ritorna a casa con un bilancio in attivo.

La mancanza di "lunghi" competitivi è stata un problema molto sentito dai Philadelphia 76ers della stagione 2000-2001 i quali riuscirono a trovare in Dikembe Mutombo un'arma utile per raggiungere la finale ma, arrivati al cospetto dei Lakers di The Diesel, la stessa quercia africana non poté opporsi allo strapotere dell'avversario.

Ragionando in modo diverso, si può anche affermare che un eventuale spostamento ad Est di, tanto per citarne uno, Duncan, sposterebbe rapidamente gli equilibri a favore di una o dell'altra squadra; questo perché sotto i tabelloni manca la seppur minima concorrenza e, uno come il caraibico, potrebbe fare tranquillamente il bello ed il cattivo tempo.

In ottica Spurs, negli ultimi giorni si è parlato nuovamente del futuro di Jason Kidd; il diretto interessato ha fatto sapere di essere eventualmente interessato a trasferirsi a San Antonio ma di non avere ancora preso una decisione e di considerare comunque New Jersey la scelta numero uno (sarà  poi vero?).

Certo è che per i texani Jasone sarebbe un grande acquisto. Il trasferimento strapperebbe dall'Est un'altra bella fetta di talento, andando a rafforzare un team già  molto competitivo.

Molti GM pensano già  al prossimo Draft, sognando il nuovo super campione (di cui forse si parla già  troppo) Lebron James per ricominciare a pensare in grande ma qui entriamo nel campo delle ipotesi ed è prematuro parlarne, anche perché è sempre un rischio puntare sui rookies e si può andare incontro a delusioni (vedi Chicago con Jay Williams).

Le scorse finali intanto hanno rappresentato forse il punto più basso raggiunto negli ultimi anni (se non altro, nel 2001, la grande voglia di vincere e la classe di The Answer avevano illuso il pubblico per qualche partita in più), a livello di "reputazione", dalle squadre della Eastern Conference. Se si ricorre a Todd MacCulloch per fermare O'Neal le possibilità  di vittoria si riducono ad uno zero tondo tondo.

E quest'anno? Nulla di nuovo sul fronte orientale. Le vere finali si disputeranno ad Ovest mentre agli avversari non rimarrà  che limitare i danni, in un modo o nell'altro (novità  dell'ultima ora, le gare si svolgeranno al meglio delle 7 partite fin dal primo turno).

Le classifiche inoltre parlano chiaro: se da una parte con il 50+% di vittorie si rischia di stare a casa, dall'altra invece, con percentuali anche più basse, c'è speranza per tutti e il gruppo è molto più compatto, senza una vera e propria squadra schiacciasassi.

A Philadelphia Allen Iverson pare smarrito, predica nel deserto e, proprio ad Atlanta, si è capito quanto gli piacerebbe poter "parlare la stessa lingua", quella dei campioni, anche nelle partite di regular season. Miami e New York sono poi le due malate più illustri, dopo aver, fino a pochi anni fa, lottato sempre per un posto come protagoniste nei playoffs. A queste due squadre, ma non solo a loro, farebbero tanto comodo dei giocatori "all around", alla Garnett (fenomenale quest'anno!), capaci di garantire punti e rimbalzi invece per ora non si vede la fine del tunnel.

Boston dal canto suo, pur possedendo Walker e Pierce (non particolarmente amato dal sottoscritto) è, tanto per cambiare, inesistente sotto i tabelloni.
Nella patria del basket, l'Indiana, la situazione è meno disperata, grazie all'esplosione di Jermaine O'Neal, ma anche in questo caso non siamo di fronte ad un centro di ruolo" e si vede.

Ad Atlanta si è potuto ammirare un combattivo Ben Wallace il quale però scompariva davanti alla front-line dei giocatori in maglia rossa.
Orlando, infine, deve affidarsi completamente alle magie di T-Mac, anche perché le notizie sul fronte Grant Hill sono sempre più inquietanti e pare proprio che per lo sfortunato campione il ritorno sul parquet sia ormai un'utopia.

Personalmente poi non amo la decisione del Commissioner David Stern di aprire nuove franchigie; in questo modo il talento verrà  sempre più diluito e molti giocatori di classe finiranno nel dimenticatoio, prigionieri di squadre modeste e dal futuro incerto (vedi Jamison ma qui qualcosa pare muoversi, grazie alla crescita di J-Rich, Arenas e Murphy, come affermato dal sottoscritto in un articolo di qualche settimana fa).

Capisco le esigenze di marketing, la voglia di rendere il basket professionistico uno sport sempre più globale (si arriverà  alla nascita di squadre fuori dal suolo americano?) ma così si corre il rischio di assistere a finali sullo stile di Nets-Lakers per chissà  quanto tempo!

All'inizio degli anni Novanta ci aveva pensato Air a far pendere la bilancia verso la Wind City ma, allo stesso tempo c'era un grado di competizione molto elevato tra una Conference e l'altra e le finali, così come tutta la post-season, erano molto più belle ed intense (vi ricordate di serie come Jazz-Bulls o Miami-New York?).

Ah, i bei tempi, quando Rodzilla e Malone si picchiavano per 48 minuti per poi ritrovarsi su qualche set cinematografico!

Non ci resta che sperare nel futuro e in operazioni di mercato che consentano la creazione di rosters all'altezza anche ad Est, confidando, nella saggezza di Stern; dopotutto, una Lega maggiormente equilibrata sarebbe un bene per tutti e anche l'interesse del pubblico ne trarrebbe grande beneficio. Nel frattempo, godiamoci serate come quella di Atlanta, con un pizzico di invidia per chi, campioni come The Revolution e Duncan, li può ammirare tutto l'anno nella propria squadra del cuore!

In conclusione, permettetemi di spendere due parole per un signore che alla pallacanestro qualcosa ha dato: grazie di cuore Michael, pelle d'oca anche stavolta!

Stay tuned!

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