Il caso LeBron James

LeBron comincia ad andare in giro con strani copricapi alla Shaq O'Neal: buon segno?

Venghino signori, venghino"

Il circo mediatico americano si è letteralmente scatenato in queste ultime settimane per quello che è il fenomeno del momento. Non si tratta di un partente nel quintetto base dell' All Star Game appena giocato con buona pace dei fans di Jordan, non si tratta nemmeno di un professionista, non si tratta di un giocatore sceso in campo nella recente sfida fra North Carolina e Duke, non si tratta di Dean Smith.

Lo avranno già  capito in molti. Il vero “caso” da prima pagina delle ultime settimane è sempre e ancora il giovane astro del basket “scolastico”, LeBron James. Naturalmente la stragrande maggioranza degli appassionati di basket made in USA sanno già  di chi si tratta, conoscono già  misure, statistiche e tutto quanto può essere di un minimo interesse riguardo a questa ala-guardia (ad oggi) dell'Ohio.

In questo caso però l'argomento al centro di tanto clamore non ha proprio niente da spartire con le indubbie qualità  del signor James.

L'argomento tratta invece di un aspetto meno tecnico e meno nobile: le accuse di professionismo che sono state mosse a LeBron James dalla commissione atletica dello Stato dell'Ohio. La storia per la verità  è già  vecchia di qualche settimana.

Un bel giorno infatti, nel giardino di mamma James è comparso come per incanto una fiammante versione del cosiddetto Hummer, ovvero quel jeeppone tanto di moda nelle strade delle grandi metropoli oltreoceano. Valore di mercato, suppergiù 62.000 dollari.

Ora, non ci dovrebbe essere nessuno scandalo se una famiglia decide di regalarsi un giocattolone del genere, quello che invece ha fatto insospettire gli organi di controllo di Cleveland e dintorni è il fatto che la situazione economica della famiglia del nostro ragazzo prodigio, non è esattamente quella che si dice una situazione di agio.

In più la macchina parrebbe essere stata acquistata grazie ad un prestito concesso da un banca della città , senza richiedere alcuna garanzia. Altre fonti parlano invece di un regalo fatto da chissà  quale ammiratore segreto della ancora giovane signora James.

Da parte delle autorità  sportive non sembrano però esserci grandi reazioni, solamente il 19 febbraio prossimo ci sarà  l'udienza che tratterà  davanti alla Ohio High School Activities Association il caso Hummer. In clamore nasce piuttosto dalla stampa, dai media che si spaccano letteralmente sulla opportunità  di avere un giocatore così giovani proiettato ad altari così importanti nonchè sottoposto a pressioni così preponderanti.

Naturalmente la vicenda si stava appena assestando, il polverone sembrava potersi sciogliere un po', quando ecco la seconda accusa. Il giovane Lebron si sarebbe recato in un negozio di Cleveland e in questa attività  commerciale gli sarebbero state regalate due cosiddette “replica jersey”, le maglie del passato, tanto di moda oggi negli Stati Uniti così come in Italia. In questo caso il valore di mercato è un po' più basso, 845 Dollari.

Per la legge delle proporzioni, se per il caso della Jeep si è scelta linea morbida, figuriamoci per due vecchie maglie da gioco. Invece la commissione decide in questo caso di adottare la linea dura e punisce la futura prima scelta della NBA con addirittura la pena più grave, la squalifica per il resto della stagione dal campionato delle High-School di basket.

Nelle fila di St. Vincent-St. Mary comincia a serpeggiare la paura. Non tanto per la perdita del record di migliore scuola superiore del momento, quanto per la figura che nel futuro potrebbe vederla additata come la scuola dello scandalo, in buona sostanza nella quale si insegna ai ragazzi la sola via del denaro facile e non dei fondamentali, sportivi o scolastici che siano.

Il magro futuro dell'istituto scolastico è però salvato dal veloce intervento della signora James. La mamma di Lebron infatti non ha perso tempo e ha incaricato il suo avvocato per la presentazione di un ricorso, basato sul concetto che le due maglie non potevano rappresentare uno sfruttamento delle capacità  atletiche di Lebron, ma un regalo da amici e tifosi rimasti abbagliati e quindi grati dalle prestazioni sul terreno di gioco del talento di Cleveland.

L'udienza si è perciò tenuta il 5 febbraio scorso e la decisione, sorpresa delle sorprese ha dato ragione alla ricorrente famiglia James. Risultato, una lavata di testa per Lebron ma una squalifica di sole due gare delle quali una già  scontata e perciò rientro in campo già  in questa settimana.
Tutti contenti quindi?

Non proprio. Perché se i media si sono spaccati nel momento nel quale hanno creato un caso, al momento del regalo Hummer, i media si sono ancora più spaccati dopo l'emissione di questa sentenza. Fra gli altri l'opinionista di USA Today, Mike Lopresti ha firmato un durissimo commento nel quale ha attaccato senza mezzi termini un po' tutte le parti in causa.

La scuola, connivente con il giocatore e ancora più colpevole per la funzione educatrice che si presupporrebbe essere nel suo statuto. La mamma, che sulla falsa riga di altri genitori di campioni attualmente in azione nella NBA ha fornito un esempio non esattamente edificante all'ancora adolescente prodigio. I manager, gli organi di giustizia, gli stessi colleghi giornalisti.

L'articolo è stato stampato con il titolo “Quello che serve a LeBron è un buon esempio da seguire”.

Ad oggi la sensazione è di un pasticcio ormai abbastanza riassorbito. L'affare professionismo non influirà  più di tanto sul futuro agonistico del giocatore, che sarà  la prima scelta della NBA. La scuola è uscita dalla vicenda senza ulteriori terremoti. La madre del campione dovrà  aspettare soltanto qualche altro mese per fare l'abitudine alle interviste a bordo campo e ai gadget costosi.

Il problema è però sempre presente. La NBA è così messa male da comportarsi come alcune fra le peggiori università  statunitensi? Viziare un ragazzo e caricarlo come una molla solo per avere il fenomeno nel minor tempo possibile è davvero così indispensabile?

Probabilmente un po' di torto ce l'hanno tutte le parti in causa, non ultimo il giocatore stesso, che sembra marciare bene nel suo ruolo. Quello che lascia realmente indispettiti è la diversa interpretazione di una normativa, come quella riguardante il professionismo che viene applicata con criteri e interpretazioni davvero troppo soggettive e personali, anche in un sistema giudiziario ligio alla regola dello “stare decisis” (precedente che fa norma) come quello USA.

Formalmente a questo punto il caso attende solo l'udienza del 19, ma quello che rimane è la consapevolezza di un'altra occasione persa per dichiarare più importante la regola del suo destinatario. LeBron è innocente, almeno fino ad un certo punto, molti altri componenti della sua Posse, davvero molto meno.

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