Chris Webber

Sarà  l'anno del titolo per CWeb e compagni ?

C'era una volta la capitale dello stato della California. Una cittadina (per gli standard americani) quasi del tutto sconosciuta fuori dai confini statunitensi, figuriamoci in terra d'Italia, dove a malapena la maggior parte della gente conosce il nome di tutte le regioni a statuto ordinario.

Poi all'inizio degli anni '80 sulle frequenze di una televisione commerciale apparvero le storie di una famiglia dal cognome destinato a fare epoca: i Bradford.

Per qualche stagione Sacramento ha così goduto di una certa popolarità  fra i giovani di gran parte del mondo (negli USA non poi tanto) ma nessuno si sarebbe sognato nemmeno lontanamente che questa tranquilla città  avrebbe potuto ambire al prestigio del quale sta vivendo in questi ultimi anni.

Per farla breve, lo sanno anche i sassi nella NBA d'oggi: se si vuole puntare al titolo 2003 o semplicemente al posto di finalista ad Ovest, ogni squadra dovrà  fare i conti con la squadra della capitale della California, i Sacramento Kings.

Merito di questo trend, che per dirla tutta dura almeno da tre stagioni, è sicuramente di una proprietà  solida, di un allenatore bollato come perdente forse un po' troppo presto, di un ambiente particolarmente equilibrato, ma se si deve guardare a chi va sul parquet ogni sera, il nome che viene alla mente è uno più di tutti, quello di Chris Webber.

Che questa ala grande di 2.08 metri per 111 Kg fosse un predestinato lo si è capito abbastanza presto, almeno due anni prima del suo ingresso nella NBA. Sì perché la storia di Chris Webber non sarebbe completa se non si ricordassero le gesta di una squadra chiamata fab-five, ovvero le cinque matricole che sfidarono (e persero) contro Duke il titolo NCAA dopo una stagione a dir poco straordinaria in maglia Michigan Wolverines.

Naturalmente tutti e cinque finirono presto fra i giocatori che portano a casa uno stipendio, ma non me ne vorranno i tifosi di Jalen Rose se si afferma che fu da subito Webber a stimolare le maggiori fantasie negli scout e nei tifosi in genere.

Forse per la grazia innata che si porta dietro, Webber ha subito mostrato nel bene e nel male di che pasta era fatto. Un anno nei Warriors, poi quattro nei Bullets, poi Wizard e infine l'approdo in terra di California per cinque stagioni fino ad oggi.

In ogni città  nella quale ha mostrato il suo talento fisico e tecnico, il bel Christopher ha lasciato ricordi contrastanti. Il suo fisico è quanto di più regale possa elargire oggi madre natura. Si porta a spasso un quintale abbondante con l'eleganza che solo un campione può sostenere. Il suo bagaglio tecnico è fra i migliori presenti sulla scena mondiale.

Un esempio per tutti, la prestazione mostrata all'All Star Game 2001. Non punti o giocate di forza, ma assist a ripetizione (di cui uno memorabile a Bryant per un gioco a due in post basso) e una serie di soluzioni di tiro fra le più naturali mai viste da un ala forte. Una goduria che purtroppo non si è ripetuta in alcune occasioni fondamentali della sua carriera.

Sì, perché accanto alla delizia, Webber ha portato nel corso degli anni anche parecchie croci ai suoi tifosi. Innanzitutto l'etichetta di perdente di lusso. Dalla sconfitta già  menzionata dei fab-five di Michigan nella corsa al titolo NCAA, alle tante occasioni sprecate nei pro, non ultima gara 7 di finale di conference 2002.

Una prestazione non certo deludente ma che molti hanno definito pigra nelle migliori delle ipotesi e senza attributi in altre. Accanto a questi dati, vengono poi la delicatezza di un fisico bellissimo ma fragile e soprattutto gli umori alquanto altalenanti del carattere da divo, delle bizze che lo hanno portato più volte in rotta di collisione con la dirigenza di Sacramento e perciò vicino a trade clamorose ma mai avverate.

Quest'anno però sembra che la situazione sia diversa. Dopo la firma di un lucroso contratto all'inizio della scorsa stagione, i problemi mentali di Webber si sono notevolmente attenuati. La squadra che gli gioca a fianco è composta da un gruppo fra i più solidi nella lega e il gioco praticato da Adelman gli si addice come un guanto.

La cosa più importante è però che a rinsaldare i legami nello spogliatoio nero viola si è aggiunto un elemento di importanza capitale. I Kings hanno trovato un obiettivo. No di più, hanno trovato un nemico. E tanto per cambiare questo nemico ha il nome dei campioni del mondo, i Lakers.

La sconfitta in gara 7 di pochi mesi fa sembra infatti avere portato ai re dello stato e a Webber in particolare, la linfa che non sono mai riusciti a trovare i Portland Trail Blazers.

I numeri sono il migliore specchio possibile in questa situazione. Il capitano ad interim di Sacramento è sempre stato un marcatore da più di 20 punti a partita. Quest'anno la media è rispettata, ma è inferiore a quella delle due passate stagioni. Ai 22.9 punti per serata si sono aggiunti 5 assist e 10.5 rimbalzi, numeri che non si registravano da almeno tre annate. La spiegazione sembra essere semplice.

Webber nella filosofia di gioco dei Kings non ha bisogno di essere Superman a tutti i costi. Almeno non a questo punto dell'anno. Il suo contributo, grazie ai vari Bibby, Stojakovic, Jackson, Christie è quello di un valore aggiunto, di collante per la solidità  dell'impianto di gioco. Risultare il miglior marcatore del roster in 18 occasioni su 25 vittorie sembra apparire una mera conseguenza più che un obiettivo.

Un ruolo di difficoltà  enorme perché richiede di disamorarsi un po' dei riflettori a vantaggio di un progetto più a medio termine, se per medio termine si intende il mese di aprile. D'altronde il fattore psicologico sta giocando un ruolo fondamentale nell'evoluzione del giocatore Webber. Accanto ad affinità  tecniche infatti, Webber sembra avere trovato in alcuni compagni degli amici per i quali avere rispetto.

In particolare, se si deve cercare un responsabile della definitiva maturazione dell'ala californiana, lo si deve andare a trovare nella persona di Vlade Divac. Il centro yugoslavo ha trovato le chiavi per portare nella capoccia della star Webber i concetti per trasformarlo nel campione Webber.
Nel basket degli anni '90 il ruolo che forse ha vissuto una maggiore evoluzione è stato quello dello spot numero 4.

Mai come negli ultimi anni si era vista una proliferazione di ali grandi di siffatto livello: basti pensare ai vari Wallace, Garnett, Novitzki, Duncan, Horry, tanto per citare i casi più recenti nella sola Western Conference. Nonostante questo Webber sembra ancora un passo avanti al resto della combriccola, sembra aver maturato il giusto mix di esperienza e fame agonistica. Sembra pronto cioè per il suo primo titolo.

Sarà  quindi l'anno buono.
Sì, cioè forse, mah.

Se la corsa cominciasse oggi, pochissimi scommetterebbero contro di lui, ma quattro mesi sono lunghi e gli equilibri sono instabili. Certamente i Kings avranno uno dei primi record della lega, su questo ci si può sbilanciare, ma il pericolo rappresentato dai Lakers (specie se fossero da incontrare al primo turno) potrebbe non essere l'unico.

Tante squadre stanno migliorando e la grande sfida per Webber e i suoi Kings sarà  quella di saper affrontare al massimo della concentrazione ogni avversario allo stesso modo.

Così giocano i campioni. Così dovrà  dimostrare di poter giocare Chris Webber.

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