Il sesto sigillo

Ben Roethlisberger alza il suo secondo Vince Lombardi Trophy, il sesto per gli Steelers.

Il sesto anello se lo mettono al dito alla loro maniera. Soffrendo, lottando, cadendo e poi rialzandosi in piedi. La classe operaia della National Football League torna in paradiso, scavalca tutti e si comincia a riempire di anelli anche la seconda mano. Siamo di fronte alla storia di questo gioco, i più grandi vincenti dell'era Super Bowl, del football moderno, si presentano al pubblico e staccano il biglietto che vale l'Olimpo. Nessuno come loro e, a ben guardare, poche chance che qualcuno li riprenda alla svelta.

Abbiamo passato anni a sotterrare New England di complimenti e ora ci troviamo di fronte ad un altro piccolo regno, costruito con due partecipazioni in quattro anni e altrettante vittorie, stavolta con meno polemiche e giustizia per tutti. Perché lo splendido Super Bowl XLIII gli Steelers lo hanno portato a casa giocando la palla decisiva in modo divino e regalandoci per il secondo anno consecutivo una finale deciso in pochi attimi.

Sentiamo lontano qualche voce fuori dal coro, che chiama una penalità  in più qua e una penalità  in più di là , ma la verità  è che questa partita è stata aperta ed equilibrata e alla fine ha vinto meritatamente chi ha segnato di più. Com'è giusto che sia. Se avessero vinto i Cardinals esalteremmo il loro ultimo quarto fatto di una rimonta spettacolare e un sorpasso finale che lasciavano presagire un epilogo differente, ma così non è andata. La più grande banalità  dello sport è quella che fa più male: c'è un vincente e un perdente, sempre e comunque. Uno arriva primo, gli altri dietro e la musica finisce. E' infatti inutile cercare un fallo di troppo nei sessanta minuti di football visti stanotte a Tampa, Arizona è riuscita ad andare in vantaggio e ha avuto la possibilità  di difendersi dopo che per due quarti e mezzo non aveva concesso touchdown a Ben Roethlisberger e soci. E quando il tuo destino è nelle tue mani non è più tempo di parlare di episodi, non è più tempo di guardare al passato. E' l'ora di giocare per vincere.

Big Ben ci è riuscito, dopo un'ottima partita ha giocato anche il drive decisivo a livelli pazzeschi, sfruttando l'MVP, l'immenso Santonio Holmes, per ribaltare una situazione che cominciava con un primo e venti dopo un holding offensivo. E visto che ormai il Super Bowl non è più partita scontata, che negli ultimi anni fatto salvo di alcune rare eccezioni è una finale che esalta sempre fino alla fine, il gioco finale che ha mandato Holmes in touchdown vale un inchino per il quarterback degli Steelers che con una sola mossa ha ridefinito i confini dei giudizi su di lui finora espressi.

In una sola azione, e con quell'ultima palla, ha vinto in rimonta una gara tesissima (e che gara, un Super Bowl), ha governato il drive che vale una vita con testa, gambe, braccio, ha piazzato un ovale in mezzo a una tripla copertura in endzone trovando l'unico varco possibile per vincere la partita, trovando l'unico uomo a disposizione che potesse, in quel momento, vincere la partita. E queste sono cose che riescono se si è grandi giocatori.

Ai Cardinals non è mancato nulla, solo un po' di esperienza e di fiato a fine gara. Arizona come Pittsburgh ha dimenticato le corse abbastanza presto (22 corse chiamate ai RB da Pittsburgh, 11 da Arizona), Kurt Warner ha giocato spaventosamente bene quando è stato il momento di crederci, di guadagnare ritmo e di provare a vincere. Il primo TD per Ben Patrick che accendeva una gara che ai nastri di partenza aveva presentato dei Cards abbastanza fermi, poi i due TD pass per Larry Fitzgerald nel quarto periodo che avevano illuso il mondo e lo stavano per shockare, come richiesto dal motto che ha accompagnato la squadra fino al grande epilogo di Tampa.

Sui Cardinals pesano immensamente le 106 yard di penalità , un intero campo da gioco e oltre, 50 yard in più dell'avversario, 4 primi down consegnati in regalo. E pesa quella discutibile chiamata sul finale di primo tempo, quel lancio per Anquan Boldin intercettato da James Harrison e riportato in meta dopo 100 yard corse dal linebacker degli Steelers. Duecentosei yard sono qua, tra le penalità  e una chiamata eccessiva, su un primo down a diciotto secondi dalla fine e a una yard dalla endzone. Abusare del braccio di Warner in quella situazione è stato un rischio troppo grande quando si poteva certamente provare una corsa e subito dopo, nella peggiore delle ipotesi, andare per il pareggio e trovarsi dopo Bruce Springsteen palla in mano.

Invece i Cardinals si sono trovati sotto 17-7 e non 10 a 10 come avrebbe suggerito il buonsenso che invitava a dare palla a Edgerrin James, e ci hanno messo un intero quarto a capire cosa fosse successo quando gli Steelers hanno piazzato altri tre punti a tabellone bevendosi più di otto minuti di gioco. Dopo è arrivato l'ultimo assedio, una squadra ferita e disperata che riusciva a risollevarsi e giocare ogni carta vincente rimasta nel mazzo, portando a casa 16 punti che avrebbero potuto segnare inesorabilmente la partita.

Invece in campo è tornato Big Ben Roethlisberger, il vero padrone di questa squadra, checché ne vogliate dire della immensa difesa e degli MVP vinti dagli altri. Spesso snobbato e sottovalutato, mediaticamente meno spendibile di Tom Brady e Peyton Manning ha giocato il suo secondo Super Bowl a nemmeno 27 anni, lo ha vinto come fu per il primo ed entrerà  nella storia come colui che portò gli Steelers a indossare "l'anello del pollice" e quello che vale sei titoli prima di ogni altra franchigia. E stavolta senza troppe polemiche sulla sua partita, che fu mediocre quando gli Steelers batterono Seattle, che è stata ottima invece ieri sera, con drive decisivo servito proprio da Ben agli occhi del mondo, lui che ha portato l'attacco a vincere una partita che tutti immaginavamo si sarebbe vinta con la difesa. Quando invece Fitzgerald ha cominciato a bucare le maglie della retroguardia di Pittsburgh è servito chiamare Super Man, appellarsi ai "supereroi", richiamare ogni appellativo rifilato al proprio quarterback, da Big a Godsend, e poi lasciargli decidere la partita.

L'MVP è meritatamente stato dato a Santonio Holmes, ma questa è soprattutto la vittoria di Roethlisberger, che vanta più titoli di buona parte di suoi illustri colleghi, che ha raggiunto questi traguardi in pochissimo tempo, che è sopravvissuto a una linea incapace di proteggerlo in questi anni, che ci ha messo tecnica, cuore, fisico e orgoglio. Non è il momento di cominciare paragoni tra questo quarterback e altri, ma siamo d'innanzi a un ragazzo, un sergente di ferro, entrato in Nfl con grinta e fame di vittoria e che ne uscirà  come leggenda. Comunque la vogliate pensare questa vittoria è sua, questo pezzo di storia lo sta scrivendo soprattutto lui. Grazie anche a un burbero signore coi baffi che nel 2004 decise che si sarebbe affidato ai suoi servizi per provare a vincere il tanto agognato "one for the thumb" puntualmente arrivato l'anno successivo. Poi un nuovo coach, altri due anni e una nuova vittoria, una nuova storia che finisce e rimanda tutti a settembre quando riapriranno le danze per dare la caccia agli Steelers, adesso sì la squadra più vincente di sempre.

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