Grossman si ferma a Miami?

Kelvin Hayden intercetta Grossman e chiude i giochi del Super Bowl XLI. Per il QB dei Bears un stagione dura finita in modo pessimo.

Per capire a fondo la "Grossman experience" occorrerebbe davvero riavvolgere il nastro sino all'inizio, dalla sua uscita al draft a cui hanno fatto seguito infortuni e lesioni pronte a stroncarne subito la carriera. Ma non verseremo così tanto inchiostro da riempire le pagine di storie ormai note e, soprattutto, ormai solo deboli attenuanti dopo quanto visto sotto la Purple Rain di Miami, anno di grazia 2007, stagione NFL 2006. Confusi? Tranquilli, il nostro quarterback non sta meglio.

Fermiamo così il rewind ad inizio stagione, quando il QB più sexy (Rexy is too sexy) della lega comincia la sua avventura dietro Olin Kreutz convinto ad arrivare fino in fondo. Tutto comincia bene; i siti on line e i media americani impazziscono, a settembre è già  aria di MVP, Rex Grossman stupisce e colpisce gli avversari con un gioco fresco, rapido, preciso. Qualche pecca dovuta all'inesperienza non può non far pensare che, finalmente, Lovie Smith abbia trovato il suo uomo, alla fine Chicago riuscirà  ad essere anche una squadra offensiva con la consapevolezza di poter colpire gli avversari in ogni modo, anche e soprattutto con il proprio QB.

Rex Grossman sbarca dopo anni di infermeria nel pianeta NFL e lo fa in modo più che dignitoso, segnando a ripetizione e trovando anche nelle giornate di difficoltà  la capacità  di rialzarsi e guidare ancora drive concreti quando non sono (addirittura!) vincenti. Perfetto.
Il progetto Chicago s'inceppa per la prima volta nella notte del Desert Nightmare a Glendale, Arizona, all'interno dell'avveniristico nuovo stadio dei Cardinals. Quella sera si avverte l'idea che Grossman non sia ancora prontissimo, ma anche che, certamente, Chicago può vincere in ogni modo e questo resta un segnale più che positivo e il punto su cui, inizialmente, tutti sembrano focalizzare l'attenzione. Le tre mete che ribaltano le sorti di una gara ormai persa sono di Mike Brown, safety, Charles Tillman, corner back e Devin Hester, punt returner: un'intera squadra a servizio di sua maestà .

Tutti serviti. Grossman ammetterà  di non aver mai vinto una partita giocando così male, ma lo farà  con il tono ed il sorriso che tutti gli riconoscono. Incrollabile, positivo, reattivo, umile. C'è tutto in Rex. C'è tutto fino a quando le partite come quella di Glendale diventano due, poi tre, quattro" Grossman perde lucidità , la sua stagione prende una brutta piega e avanza in una sorta di montagne russe con più volate in picchiata che dure e tenaci risalite. L'attacco perde ritmo, trova sempre maggiori difficoltà  e alla fine è spessoThomas Jones, con l'aiuto nel finale di stagione di Cedric Benson, a dare man forte al reparto offensivo dei Bears. Passa un anno, ne passano due, passano i Quinn, gli Hutchinson, i Krentzel e gli Orton ma siamo di nuovo lì: benvenuti nella "running game experience" dei Bears. Anzi: bentornati.

Nonostante qualche gara di livello è ormai chiaro che qualcosa è successo al quarterback scelto al primo giro da Florida, soprattutto a livello psicologico il giovane che indossa la jersey numero 8 comincia a vacillare pericolosamente e le chiavi più sicure per sfondare le porte difensive tornano di diritto ai runners della franchigia.
Certo, a un determinato punto ti rendi conto che non può essere solo inesperienza, che certi palloni sparati con una lentezza disarmante verso le calde mani di un defensive back non sono solo il frutto di anni di terapia di riabilitazione, ma un'avvisaglia che qualcosa, nel bagaglio tecnico del ragazzo, non funziona proprio. Ehi, parliamo di un first rounder al draft, è pur sempre quel tizio che contro Green Bay ha sempre vinto, è l'uomo che guiderà  Chicago alla Terra Promessa rimettendo alle spalle il glorioso 1985 una volta per tutte. Santo cielo, a Chi-Town non si scherza, questo è o non è un quarterback? Tutti si aspettano che lo sia in un certo senso, quindi deve esserlo per forza.

Grossman si chiude in sé stesso, non parla più delle proprie prestazioni, il suo ripetitivo "conta solo la vittoria di squadra" diventa talmente monotono che alla fine i giornalisti quasi lo evitano. Il tutto segue la sconfitta coi Dolphins (3 intercetti, 2 fumble), la vittoria difensiva contro i Vikings (un'altra tripla) e la sconfitta a Foxboro coi Patriots (chi ha detto "altri tre?"). Un disastro. Grossman perde il sorriso e la voglia di parlare, il compito di proteggerlo passa a Lovie Smith prima di tutti, lo segue a ruota il "governatore dell'Illinois" Brian Urlacher e via via tutti i compagni di squadra che prontamente fanno quadrato intorno al proprio quarterback. Dopo New England succede di tutto, la stampa, mai troppo tenera, si scatena, uno psichiatra di Chicago arriva a rendersi disponibile per aiutare Grossman a superare i propri problemi di "gestione cerebrale", il pubblico fischia, come in preseason, più che in preseason.

Caso raro per uno che ha l'esperienza di una matricola e viene gestito stile (classico) elefante in un (classico) negozio di cristalli. ESPN attacca, Grossman diventa il giocatore che "può far rientrare in partita gli avversari in ogni momento" , il sarcasmo, le critiche e le battutine si sprecano. Grossman avanza in questo mare mosso a forza nove armato solo della propria pazienza e di quella convinzione che tutti i QB che finiscono in NFL hanno: dimostrare che la Lega è fatta apposta per lui.

Ma non finisce qui. Mentre dall'altro lato del mondo finisce in modo cruento l'epoca Saddam Hussein i Bears affrontano per l'ultimo dell'anno i Green Bay Packers e, tra le polemiche internazionali che accusano l'utilizzo del cappio per l'ex Rais, spunta il primo gennaio un articolo parallelo nella prima pagina del Tribune di Chicago, un pezzo che per un attimo fa pensare che la guerra in Iraq sia, almeno oggi, un fatto decisamente secondario. Grossman ha giocato due quarti contro gli "odiati" Packers, ha messo in fila tre intercetti e ha chiuso con un rating pari a 0.0. Facile intuire che meno di così non sia possibile fare. C'è una novità , la sottolinea non solo il Tribune, ma anche il Sun-Times, ESPN, CBS, NFL.com, tutti insomma: Rex parla di nuovo alla stampa della propria esibizione individuale e spiega che la sua prima debacle in carriera contro gli "odiati" Packers è dovuta al fatto di non essersi impegnato a fondo durante la partita.

Non è un refuso, avete letto bene. Grossman scende in campo per dimostrare a tutti di essersi completamente ripreso, di aver messo gli sbagli alle spalle e, pieno della tranquillità  di poter giocare con il fattore campo per i playoffs già  in tasca, affronta la partita con la "P" maiuscola e cosa fa? Non si impegna. Bene. Anzi, male. Il cielo di Chicago si apre, alla velocità  della luce sul web comincia a girare di tutto, soprattutto frasi irripetibili, le redazioni dei giornali di tutto l'Illinois sono invase da mail e lettere con poveri stagisti obbligati a sfidare il terrore antrace per tradurre tutto quello slang irripetibile per la rubrichetta della posta che porterà , ovviamente, la firma di qualche stimatissimo analista che spiegherà  a tutti il "caso Grossman".

Fortuna che le gesta di certa teppaglia gli americani le lasciano al vecchio continente, e in particolare alla nostra povera italietta, così Grossman ne esce "pulito" in vista dei playoffs e quando, dopo aver battuto Seattle con una prova discreta, risponde così a chi gli chiede in tono metaforico quanto sia passato dalla gara con Green Bay a quella appena vinta sui Seahawks sembra che qualcosa per l'ennesima volta stia tornando sui binari giusti.
"Sono passati 14 giorni" dice Rex, il quale dopo una stagione passata a difendersi da avversari, stampa e tifosi non troppo convinti, pare aver ritrovato finalmente la giusta concentrazione ed il giusto stato d'animo. "L'importante è il risultato della squadra, dovevamo vincere e abbiamo vinto" aggiunge, "ora si va avanti verso le due partite rimaste che mi dividono da un anello che poi porterò per sempre"; come dire, tutto mi scivola addosso, ma il trionfo me lo terrò ben stretto.

Arriverà  New Orleans e, due settimane dopo, la notte di Miami, gettata al vento anche, e forse soprattutto, grazie a Grossman, arrivato fin lì con la simpatica nomea di "QB più scadente mai apparso ad un Super Bowl" sempre firmata ESPN, of course. Dietro la sconfitta contro Indianapolis si nascondono decine di cause, ma gli errori di Grossman sono stati grossolani, anche se la pioggia ha trasformato lui in un amatore permettendo a Peyton Manning di fare e disfare a proprio piacimento, anche se la difesa non ha retto come si sperava e l'inesperienza è stata un fattore piuttosto importante, e persino anche se il primo quarto avrebbe dovuto servire a suonare la carica, non la ritirata. Insomma, ha funzionato poco in Florida, ma ciò che resta negli occhi di tutti sono le papere di Grossman, e soprattutto quell'ultimo pallone, a partita ancora in bilico, sparato verso la sideline e rimasto in aria qualcosa come dodici minuti prima di finire, ovviamente, tra le mani di un incredulo Kevin Hayden che ha giocato per il game, set, match.

Diciamolo subito: Lovie Smith ha fatto bene ad andare avanti con Grossman, soprattutto una volta arrivato a dicembre. In primo luogo ha mostrato di saper gestire e proteggere lo spogliatoio, di aver le idee chiare e di voler sempre e comunque studiare e lavorare su ogni giocatore. Cambiare il quarterback titolare in prossimità  della postseason e poi, magari, uscire con Seattle con mediocre prestazione del backup avrebbe potuto significare anche la perdita del posto per un head coach in scadenza di contratto (a proposito, mister Phillips, a quando la firma?).

Con la dietrologia siamo capaci tutti, chiunque di noi può essere un coach da Hall of Fame. Ed allora il problema dov'è stato? Scartando la pratica tanto antipatica che arriva sempre a gettar giudizio a giochi fatti, è evidente di come Ron Turner (offensive coordinator) abbia fatto di tutto, da settembre a oggi, per giocarsi le coronarie dei tifosi e la reputazione del proprio quarterback. Nessuno nasconde le pecche di Rex Grossman, soprattutto quelle debolezze mentali che indurranno giocoforza la società  a guardare negli occhi il coaching staff e decidere sul da farsi per il posto di signal caller del futuro.
E' però evidente di come in queste ultime stagioni Turner abbia disegnato playbook scarni e prevedibili atti soprattutto a sfruttare le poche buone armi a disposizione senza affinare il resto del gioco e diventando facile preda di qualsiasi difesa.

Insomma, quanti coach avrebbero chiamato il lancio che ha chiuso la gara conoscendo Grossman e dopo che questi aveva appena subito lo stesso trattamento riservatogli da Hayden il drive precedente? Pochi, più probabile nessuno, perché il clima e la psiche di Rex spingevano a puntare su qualcosa di diverso e, visto il tempo a disposizione, la gara poteva essere ancora vinta e in modo diverso. A che serve dire che con un altro quarterback Chicago avrebbe vinto se, a conti fatti, tutto ciò sarebbe potuto accadere anche giocando con quello che si ha a disposizione? A nulla, ed è sempre parte di quelle pratiche scortesi e poco efficaci.

L'America a stelle e strisce è strana e sportiva, volta pagina alla svelta e si rilancia già  verso la free agency, le celebrazioni sono finite, è ora di andare, "time is running, life won't wait". Così capita che ora tutto si sia capovolto, il Tribune chiede a gran voce di non tirare la croce addosso a Rex, i tifosi si stringono intorno a lui, ciò che serviva sottolineare durante la stagione (l'inesperienza, le pessime chiamate, i limiti su cui lavorare invece di scoprire nervi durante la partita vera e propria, il mediocre lavoro di Turner) viene ribadito (in modo un po' ipocrita, mi si conceda di dirlo) oggi, a festa finita, frittata fatta, latte versato o quel che vi pare. Grossman fischiato e sbeffeggiato per mesi diventa oggi il ragazzo da comprendere e coccolare perché incolpevole dei propri limiti. E' quell'incapace di Turner ad averlo gestito male. Certo, oggi, ma prima?

Tutto questo serve a capire quanto sia stata lunga e pesante una stagione nella quale, forse, Grossman non avrebbe comunque potuto fare meglio, ma all'interno di questi mesi Rex ha dovuto combattere fischi cominciati già  in agosto sulle tribune del Soldier Field, ha sbattuto contro le risate, il sarcasmo e la totale assenza di fiducia nei suoi confronti e, a volte, la forza dello spogliatoio può non bastare. Per uno che usciva da due infortuni giganteschi e che un anno fa aveva appena fatto in tempo ad assaporare il profumo dell'erba che ricopre il campo da gioco non è male come inizio "vero", non vi pare?

Il quarterback dei Bears ha perso fiducia, controllo, ottimismo, grinta, era ormai palesemente perso nei propri pensieri, pensieri che forse conoscono solo lui e Smith. Persino Archie Manning, che ha un figlio (il più piccolo) in procinto di essere divorato dalla Big Apple proprio come è successo al povero Rex (e ora che Peyton ha vinto la situazione sarà  ancora più grave e piena di insulsi paragoni), persino Archie, dicevamo, si spinge in parole di conforto, proprio mentre dalla Halas Hall non arriva nessuna vera comunicazione di Grossman o di altri addetti ai lavori nei confronti dello stesso. Silenzio.

Detto che Manning parla di Grossman come di un amico carissimo ("ha pagato l'inesperienza, come Peyton che per anni ha imparato dagli errori e dalle sconfitte più brucianti prima di arrivare a questo trionfo; ma è un ragazzo forte, saprà  reagire e prendersi la rivincita") e tolto che Turner non è solo l'uomo inadatto a trattare Rex, ma in assoluto il peggior investimento per rilanciare in toto l'attacco dei Bears, che fine farà  Grossman? Facile dire che il titolare, almeno il prossimo settembre, sarà  lui, ma per quanto tempo? E quanto condizionerà  la sua fragile anima questa sconfitta dove solo il buon senso ha spinto molti scribacchini dei mesi scorsi a non infierire?

Cosa succederà  al primo intercetto, al primo "boooh!" dalle tribune? E, soprattutto, Chicago deve davvero stare lontana dall'idea di investire su un nuovo QB per essere pronta a cambiare il più rapidamente possibile? La difesa va riconfermata con un occhio ai free agent a rischio fuga e alla situazione "gambe fragili" sulle secondarie, il gruppo wide receiver sembra essere buono e con un discreto margine di crescita, la O-line va ristrutturata con forze giovani. Serve un OC in grado di ridisegnare i movimenti della linea, di dare spazio a idee che possano sfruttare armi differenti dal lancio dritto e profondo per Bernard Berrian e per questo o Turner cambia ruolino di marcia o si cambia Turner, è piuttosto evidente.

Serve, quindi, un quarterback capace di leggere le difese, di gestire il pallone ed il tempo, qualcuno che abbia un minimo di capacità  d'improvvisazione e che tratti il cuoio dell'ovale con il tocco che gli è dovuto. Il giovane Kyle Orton attende una seconda chance e nei prossimi mesi qualche FA verrà  osservato attentamente e non è da escludere che una sorpresa esca persino al draft. Grossman vincerà  questa sfida riuscendo a dimostrare che i suoi limiti tecnici sono assolutamente frutto del poco lavoro effettuato negli ultimi anni e del poco tempo passato sui campi NFL? Se sì bene, ma sono convinto che Lovie Smith non si prenderà  troppi rischi, pretenderà  maggior spessore al game plan offensivo, più continuità , più giochi, meno prevedibilità . E, soprattutto, pretenderà  dal proprio quarterback, chiunque esso sia, di riuscire a stare in campo il tempo necessario a vincere. Stavolta fino in fondo.

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