I perchè del Super Bowl

Momenti da assaporare…

Il Super Bowl delle "prime volte". Debutta la pioggia sul palcoscenico più ambito, esordio di due coach afroamericani a dirigere le squadre, subito record grazie ad un ritorno di kick off da 92 yards con contorno di touchdown, e la consacrazione definitiva del più controverso giocatore degli ultimi 10 anni. Questi in sintesi i temi proposti dalla sfida delle sfide, dall'evento che catalizza l'interesse di milioni di americani e non.

Indianapolis torna con l'anello al dito, titolo che mancava dai tempi in cui la franchigia si trovava in quel di Baltimora. Il riconoscimento premia il lavoro di un'intera organizzazione, dallo staff dirigenziale, all'allenatore, giù giù fino ad arrivare a Lui, il giocatore che tutti riconoscono come il miglior quarterback della lega, o, almeno come il più "bello" a vedersi. Ma quali i segreti, quali le strategie vincenti che hanno permesso il successo ai campioni della AFC.

Le ragioni vanno ricercate ben oltre il semplice adagio "Stop the run, don't make mistake". Il primo fondamento è stata la calma, la virtù dei forti. Il ritorno di Hester ( 92 yards da record), l'immediato intercetto di Manning, i primi errori nella post season di Vinatieri, potevano spezzare l'equilibrio dell'incontro, ed incrinare la fiducia con cui i Colts avevano iniziato il match, ereditata dalla vittoriosa prova sui Patriots.

Non è stato così. Sotto una pioggia torrenziale, altro segno del destino avverso, Dungy non è andato nel panico, così come il proprio eroe. "Don't Panic". La dimostrazione è arrivata sul 14 a 6 per i Bears, quando l'ex head coach dei Bucs, nella terra di nessuno, ha preferito difendere la posizione di campo, piuttosto che rischiare un quarto tentativo. Quanti allenatori si sarebbero fatti prendere dalla frenesia? Semplice: molti. Tony ha invece pazientato, aspettando il proprio momento, che è puntualmente arrivato.

Diligenza, la seconda parola chiave. Grazie alla regolarità  dell'attacco guidato dall'MVP del match, la difesa di Chicago è stata schiantata, pezzo dopo pezzo, bullone dopo bullone. Con oltre il 65% di completi, Peyton è riuscito a mantenere in ritmo la squadra, collezionando oltre trenta giochi offensivi in più rispetto agli avversari. Il guadagno medio (5.3 yards), non è stato straordinario, ma la costanza è stata la chiave di volta. 24 primi down contro 11, oltre il 40% di conversioni di terzi down, mostrano un totale dominio del campo. Il "tempo del match" è stato scandito da un orologio con il ferro di cavallo stampato sul quadrante.

Fisicità , è il terzo segreto. I Bears sono stati letteralmente schiacciati, ben oltre il punteggio, tutto sommato in equilibrio fin verso la fine. Non c'è stata solo la classica "finezza" nel procedere dell'attacco in maglia bianca, ma un dominio fisico impressionante, con una difesa quasi irriconoscibile rispetto alla stagione regolare. La stanchezza ha condizionato pesantemente la condotta del miglior reparto di Lovie Smith. Degli otto migliori placcatori della squadra, solo due fanno parte della linea difensiva. Non un buon segno quando i tackle si eseguono 4-5 yards dietro la linea di scrimmage. Il continuo uso di un attacco senza huddle, ha lasciato poco spazio per rifiatare, e Rivera si è trovato incapace di mandare in campo il personale di situazione giusto. La vittoria nelle trincee ha esaltato Saturday e compagni, mentre l'assenza di Harris è stata pagata fin oltre le aspettative.

Corsa, è il quarto sinonimo di successo. Senza il miglior tackle avversario, le corse dei Colts hanno sempre funzionato. Il successo della coppia di running back è stato a dir poco sorprendente. Sicuramente imprevedibile per i molti che ritenevano la partenza di James una mossa azzardata. I giochi effettuati non si sono limitati ai soliti off tackle in stretch. Troppo laborioso e prevedibile lo sviluppo delle corse verso l'esterno. Addai e Rhodes hanno collezionato oltre 190 yards, la gran parte delle quali nel vivo del gioco, partendo spesso da formazioni in shotgun, per sorprendere una difesa seduta all'indietro. Spesso con soli 6 uomini nel box, per i corridori dei campioni del mondo è stato un gioco da ragazzi macinare metro su metro.

Per quinta venne la paura. Il timore di concedere big play ha fatto novanta. I Bears hanno infatti schierato una "cover two" con le safety sempre estremamente profonde per il 64% delle volte. Lo schema rappresenta la difesa base dell'head coach meno pagato della lega,ma senza mai rinunciare all'aggressività . In stagione regolare, la copertura uomo ad uomo, era stata utilizzata almeno nel 45% del tempo. Questa eccessiva prudenza non ha certo giocato a favore degli "orsi", che si sono ritrovati sezionati da una strategia perfetta. La zona dietro la linea di scrimmage è stato territorio di conquista per wideout, running back e tight end. Un solo grande guadagno, quando serviva, e tanta politica da formichine, per la squadra ritenuta da tutti una cicala.

Un'opera d'arte sarebbe nulla senza la sesta meraviglia, la creatività . La strategia di Indianapolis è stata inaspettata, e la difficoltà  della difesa in maglia blu ad adeguarsi al gioco avversario, è risultata evidente nelle coperture adottate su Dallas Clark. Il leader receiver della post season Colts, spesso utilizzato nello slot, ha portato via dal cuore del gioco un linebacker. Hillenmayer, in marcatura fissa sul tigh end, (spesso però è stato utilizzato anche Briggs), ha sguarnito spazio, in cui il gioco di corsa ha sguazzato. La prima segnatura dei Colts porta il nome di Wayne, ma il contributo di Clark, uscito per ricevere, è stato determinante, avendo congelato il cornerback quell'attimo necessario al ricevitore per involarsi da solo verso la end zone.

Non va ovviamente dimentica all'appello, il settimo peccato, l'esecuzione. Grossman ha fatto il Grossman, ovverosia il dodicesimo uomo per gli avversari. Lanci fuori misura ed insicurezza totale, un mix diabolico. Senza mai testare in profondità  gli avversari, il giocatore ha finito per evidenziare le paure che lo attanagliavano. Rex , dopo un buon inizio, ha condotto un match pieno di errori. Manning dopo un pessimo inizio è stato quasi perfetto, un contrappasso dantesco perfetto. Evidente l'imbarazzo del quarterback in magli blu, quando, nell'unico buon drive dal secondo quarto in avanti, ha trasformato un secondo ed uno in quarto e 29.

Ottavo sigillo per "mister perfezione", alias Adam Vinatieri. Certo, qualche errore negli special team c'è stato. L'holder ha risentito dell'umidità , le coperture sono lungi dall'esser state perfette, ma la capacità  di rimanere lontani dall'arma migliore degli avversari, non può che essere rimarcata. L'errore iniziale non è più stato ripetuto, e il rookie dei record, da quel momento, è stato spettatore non pagante, e molti di Noi lo hanno invidiato. "Squib kick", punt angolati e diavolerie del genere, hanno contenuto senza ulteriori danni Devin Hester.

"Last, but not least", la difesa, e fanno nove. Il reparto meno osannato, ha compiuto la propria missione: costringere il braccio di Grossman a vincere l'incontro. Non c'è riuscito. La mancanza di credibilità  nel gioco aereo, ha permesso alla difesa di salire molto, impedendo alle corse di avere un ruolo decisivo (sole 111 yards concesse, contro le 173 di media della regular season). Jones ha guadagnato 112 yards, ma 52 di queste sono arrivate in una sola azione, nell'unico reale lampo dell'attacco dei campioni della NFC. Ben 5 i turnover forzati, mantenendo i Bears per 25 minuti senza alcun primo down, nelle disperazione sotto la pioggia. La rinascita del reparto, diviene completa, un affresco quasi perfetto in questa post season. Il segreto porta ancora il nome di Bob Sanders, che pur non incidendo direttamente sull'esito della partita, ha una carica che finisce per condizionare tutti i compagni. Si questa è la stessa difesa che ha subito 375 yards dai Jaguars, o che è stata surclassata da Ron Dayne in maglia Texans. Due mesi or sono, tanto tempo fa. Ormai è storia, ormai è Super Bowl.

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