Il colore del Super Bowl

Lovie Smith e Tony Dungy saranno i primi coach afroamericani della storia ad allenare in un Super Bowl.

Crolla un tabù, l'ennesimo, nella NFL, e lo fa per due volte in poche ore. Un coach afroamericano allenerà  al Super Bowl, nelle quaranta edizioni precedenti non era mai successo. La cosa divertente è che saranno in due, perché quando si stabiliscono dei record è giusto farlo con un certo fragore; ed allora ecco che uno di fronte all'altro ci saranno i primi due coaches di colore nella storia di una finalissima NFL, uno strano scherzo del destino che non sfida solo il lato razziale dell'evento, ma anche l'amicizia tra i due, un tempo anche colleghi di lavoro.

Stiamo parlando, ovviamente, di Tony Dungy e Lovie Smith: Indianapolis contro Chicago è anche questo. Cresciuto come safety backup nella Steel Curtain guidata da Chuck Noll, è proprio con quest'ultimo che, nel 1981, Dungy comincia la propria avventura da assistente allenatore tra i professionisti. Anni di gavetta e ruoli diversi portano Dungy a formarsi al meglio come uomo da spogliatoio, capace di trattare i -e con- giocatori. Nel 1995 la prima grande occasione gli viene servita su un piatto d'argento da Rich McKay, allora general manager dei derelitti Tampa Bay Buccaneers, che gli propone un piano di rinascita per la franchigia.

In Florida Dungy riesce subito a mettersi in mostra per il grande lavoro di crescita che riesce a mettere in piedi nei confronti degli atleti, sfruttando un rapporto da "generale morbido" e un game plan non troppo complesso per l'attacco ma cucito al meglio sulla pelle dei giocatori a disposizione. Dungy guiderà  i Bucs ai playoffs nel '97 grazie alla prima stagione vincente della franchigia dopo 15 anni, e riuscirà  anche a vincere all'esordio playoffs contro i Detroit Lions. L'inizio dell'epoca Bucs migliore di sempre comincia certamente con lui, e sono in molti a credere che la squadra costruita negli anni da Dungy sia stata semplicemente "spinta" da Jon Gruden ad un'ormai inevitabile vittoria al Super Bowl del 2002.
Proprio nel gennaio di quell'anno Dungy approda agli Indianapolis Colts dove lascerà  ogni intento di plasmare un attacco saldamente nelle mani del proprio coordinatore e, soprattutto, del fenomenale Peyton Manning, quarterback assolutamente in grado di studiarsi una partita con relativo game plan in totale autonomia.

Dungy mantiene le proprie idee di Cover 2 in difesa, sfruttando soprattutto la "zona" per coprire i passaggi avversari, ma gli investimenti della dirigenza sono tutti "sciupati" per mantenere un gioco offensivo in grado di strabiliare il mondo, cosicché la difesa della squadra, da anni, non è propriamente una delle migliori in circolazione e Dungy è spesso obbligato a ricorrere più a esperimenti che a vere idee di gioco capaci di concretizzarsi con continuità .
Con la propria esperienza però Dungy è riuscito a pescare qui e là  qualche ottimo giocatore e, soprattutto, a passare la giusta mentalità  ai suoi uomini; nelle ultime due stagioni a tratti si è finalmente vista una buona fase difensiva.

A inizio stagione 2005 era proprio il reparto arretrato a tenere a galla dei Colts offensivamente quasi irriconoscibili, ed anche nelle recenti gare di playoffs abbiamo visto Cato June e compagni chiudere le porte in faccia al temibile Larry Johnson durante le wild card e all'intero attacco di Baltimore nel Divisional.

Niente male. Soprattutto se davanti è Peyton Manning a fare il bello e il cattivo tempo ed in particolare se tira fuori dal cilindro partite come quella contro i Patriots: un capolavoro. In un certo senso Dungy è stato obbligato a lasciare quell'istinto offensivo che lo spingeva a un grande controllo della palla, un attacco particolarmente conservativo con tanta corsa e lanci brevi con buona percentuale di completi, ma non certo a livello di una West Coast offense realizzata in pieno. Con Manning tutto questo non serve, o meglio, serve a poco non far scatenare il braccio del quarterback. Ma la difesa, almeno quella, sembra riportare con sé le idee di quella Cover 2, poi migliorata in Tampa 2, anche senza lo stesso materiale umano a disposizione.

E proprio allo sviluppo della Tampa 2 contribuì Lovie Smith, assunto dai Buccaneers come allenatore dei linebacker prima di passare, dopo quattro stagioni, a guidare sotto il regno di Mike Martz la difesa dei St. Louis Rams. Smith affina le proprie conoscenze nell'area difensiva, esperienza già  maturata in modo profondo ai tempi del college. Nel 2004 è il momento del grande salto: Jerry Angelo, GM dei Chicago Bears al secondo anno dietro al front desk in Illinois, caccia Dick Jauron e chiama Smith alla propria corte. I due, insieme anche ai tempi di Tampa dove Angelo occupò vari incarichi, lavorano ottimamente nei primi due draft, con Smith che disegna una semplice ed efficacissima Cover 2 insieme a Ron Rivera, il quale si occupa dello svezzamento dei tanti gioiellini difensivi presenti a roster e dello sviluppo del gioco gara dopo gara.

Un anno di apprendistato e subito dopo è già  il boom, con Smith che riporta Chicago ai playoffs e vince il premio come miglior allenatore dell'anno. Nel 2006 la musica non cambia, ed anche se Smith sembra cominciare a curare meglio i propri rapporti con il reparto offensivo, è Ron Turner, il coordinator, la vera mente di quella parte di squadra. La squadra sembra però aver recuperato una certa continuità , cosa che da queste parti non si vedeva più da davvero troppo tempo.

Se da una parte abbiamo un Dungy che tutto deve studiare fuorché il contagiri del braccio del proprio signal caller, dall'altra abbiamo uno Smith che ha passato un'intera stagione a fare da scudo per Rex Grossman, bersaglio di più di una critica e pesantemente vicino a una crisi di nervi da novembre in avanti. Dungy giunge quasi come predestinato all'evento Super Bowl, i suoi Colts, il "suo" Manning, sono da anni attesi in questa partita e, dopo immense delusioni, finalmente ci arrivano trionfalmente.
Smith lo aveva promesso, era nel suo programma, quello esposto il giorno in cui si presentò alla stampa nella George Halas Hall. Frasi ad effetto, certo, frasi che servono ad esaltare il pubblico, a scaldare l'ambiente, ma anche tanta convinzione nei propri mezzi ed in quelli di una difesa che, a colpo d'occhio, tanto male non sembrava.
Ed un carattere, in particolare, molto simile a quello di Dungy, capace cioè di tenere un buon rapporto con i giocatori, ma di far sentire forte la propria voce quando le cose non vanno e di usare il proverbiale bastone, più della carota, se la disciplina viene chiusa negli armadietti della locker room e dimenticata.

Benché a osservare le due squadre sul campo si potrebbe dire che la mentalità  dei due allenatori è una opposta all'altra, serve sottolineare come le cose non stiano esattamente così; entrambi i coach sono di estrazione difensiva, entrambi hanno sempre curato il reparto "che vince i campionati" in maniera accurata, praticamente perfetta, più di quanto non concepissero appieno il ruolo offensivo. Solo gli eventi, ed il materiale a disposizione, hanno spinto per la prima volta nella sua carriera da pro il buon Dungy a far sì che fosse il gioco offensivo la vera (e quasi unica) arma della propria squadra. E' però venuto spesso il sospetto che Dungy non avesse piena facoltà  di decidere ciò che fosse giusto fare, e come lui nemmeno l'offensive coordinator Tom Moore, ma che proprio Peyton Manning sia tutto ciò attorno a cui ruota l'universo Colts. Con lui tutto comincia e tutto finisce.

Manning decide, cambia chiamate, rispedisce sulla sideline gli special team per chiudere un quarto down; il quarterback dei Colts è come un ottimo pilota che dispone il giusto assetto della macchina valutando e modificando determinati accorgimenti di aerodinamica, senza che il capo meccanico o l'ingegnere di turno possano intervenire o cambiare la scelta di chi, in fin dei conti, contro l'avversario ci mette la faccia, e non solo quella. Ed è giusto che sia così; la forza di Tony Dungy sta nella cura dei rapporti umani, probabilmente migliorati dopo la perdita del figlio di poco più di un anno fa. Un rapporto di stima con tutti i suoi collaboratori, un'esperienza fatta di campo, sudore e botte, ma anche di tante tante giornate nel bench ad osservare, studiare, modificare, migliorare. E da un discepolo di coach Noll è venuto fuori uno stratega ottimo, soprattutto nel passare ai suoi uomini la capacità  di gestire un team e più che la qualità  di gioco, dal suo lavoro traspare l'immensa capacità  di gestire a fondo un roster e tutto ciò lo circonda.

Da Tampa sono usciti Herman Edwards (assistente allenatore, oggi ai Chiefs), Rod Marinelli (defensive line, oggi ai Lions), Mike Tomlin (defensive backs, da gennaio agli Steelers) e, ovviamente, Lovie Smith, oggi ultimo ostacolo da superare e uomo che meglio incarna le capacità  di gestione sopraccitate, con la differenza che Smith sembra detenere maggiore controllo sui propri giocatori, di avere una visione più a 360 gradi della squadra e, soprattutto, è divenuto una mente difensiva semplicemente straordinaria, tanto che persino il guru Rivera ha ammesso di aver imparato tantissimo in tre stagioni sotto il suo comando.

La tanto affascinante storia del coach afroamericano che punta al titolo è già  passata in secondo piano un po' ovunque, il fatto che questo riempia d'orgoglio i due allenatori e che sia certamente un avvenimento epocale non va infatti oltre all'ovvio desiderio di capire come vincere questa partita, una gara che comunque vada entrerà  nella storia, anche per questo"piccolo dettaglio di colore". Due amici, due ottimi allenatori, due strateghi capaci di curare al meglio le menti dei propri giocatori, di proteggerli dagli eccessi dei riflettori e di essere duri, decisi, convinti sempre fino in fondo quando necessario. Una storia che si lega al rispetto per il lavoro e per l'uomo che si ha di fronte, un discepolo che sfiderà  quello che in un certo senso è il proprio mentore.
La minore esperienza e le capacità  di Smith e della sua corazzata difensiva guidata da Brian Urlacher contro la tenacia, la voglia di riscatto in ambito sportivo per le disgrazie della vita di Dungy e del suo generale Manning, l'uomo in più.
Alla fine, solo uno dei due avrà  il primato, uno solo sarà  il primo afroamericano a vincere un Super Bowl, ormai non ci sono più vie di fuga, restano solo sessanta minuti di gioco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *