A Time of Changes

Il commissioner della ACC John Swofford che ha dato il via al movimento di università 

L'imminente inizio della stagione 2004 ci dà  la possibilità  di fare il punto su quali sono stati i cambiamenti più importanti che questa off-season ha apportato al panorama del college football e quali saranno le loro possibili conseguenze future.

Come si dice in opere ben più importanti ogni singolo argomento trattato meriterebbe un articolo a parte ma per non rendere troppo pesante l'articolo ho fatto un lavoro di sintesi ferma restando la mia disponibilità  a continuare la discussione sul forum.

Detto questo non si può non partire dal caos generato dall'acquisizione da parte della ACC di Miami e Virginia Tech e del Boston College (quest'ultima solo dal 2005). Tutte e tre le università  hanno lasciato la Big East e per qualche mese quest'ultima ha addirittura rischiato l'estinzione. Questo pericolo per fortuna sembra ora scongiurato e per il momento il commissioner Bill Tranghese è riuscito nell'impresa di conservare il posto automatico della conference in un Bowl BCS.

In futuro le cose potrebbero però cambiare perché è stata introdotta una nuova regola che elimina l'accesso automatico se la squadra campione della conference negli quattro anni precedenti non ha ottenuto buoni piazzamenti nel ranking BCS (il limite massimo è il dodicesimo posto di media).

Se pensiamo che l'unica squadra che al momento è stata inclusa nella Top 25 nazionale è West Virginia e che le altre sono in pieno rebuilding non è difficile prevedere enormi difficoltà  per arrivare a mettere le mani sui 13 milioni di dollari di un Bowl BCS e restare quindi competitiva anche fra cinque o sei anni.

L'azione della ACC ha innescato un incredibile effetto domino che ha toccato parecchie conference e potrebbe in futuro coinvolgere anche quelle rimaste ora ad osservare. Il movimento di università  ha infatti generato qualche problema di tipo logistico legato alla disposizione geografica degli atenei e non è da escludere l'intervento di altre conference (Big 12 in testa) per riequilibrare la situazione.

Parlando di BCS è il caso di accennare all'ennesimo cambio alla formula per il calcolo del ranking che decide le due squadre da invitare al Bowl che assegna il titolo nazionale. Dalla sua istituzione nel 1998 in ben quattro occasioni sono state apportate delle modifiche al procedimento ed in tutte le occasioni i dirigenti si sono mossi soltanto dopo le controversie generate dal sistema nella stagione precedente.

Anche stavolta i massimi responsabili sono stati costretti a cambiare in fretta e in furia la formula dopo che alla fine dello scorso anno il college football ha dovuto fare i conti con due squadre campioni nazionali (LSU secondo la BCS e USC secondo il sondaggio della Associated Press). Bisogna comunque dare atto ai dirigenti che le modifiche apportate quest'anno sembrano essere più decise rispetto al passato ed hanno portato a quella semplificazione del procedimento che tutti da tempo auspicavano.

La vecchia formula teneva in considerazione i rating dei computer, i voti nei sondaggi, la difficoltà  del calendario e le sconfitte delle università . Per complicare ulteriormente le cose era previsto anche un bonus per le "quality wins" (vittoria contro una delle prime dieci del ranking BCS). Ognuna della quattro componenti principali (il bonus veniva aggiunto alla fine) pesava allo stesso modo nel calcolo del punteggio finale dell'università .

Ora invece sono state eliminate difficoltà  del calendario e sconfitte ed il punteggio dell'università  è dato dalla somma di tre punteggi: uno derivato dal ranking AP, un altro dal ranking degli allenatori e l'ultimo fornito dai sei computer.

Fino allo scorso anno questi ultimi erano sette ma non c'è più quello del NY Times (notoriamente duro con le squadre che non fanno parte delle conference BCS) e venivano considerati tutti e sette i punteggi mentre ora vengono eliminati quello più alto e quello più basso lasciandone solo quattro.

Con le modifiche apportate gli allenatori ed i giornalisti hanno un peso notevolmente maggiore rispetto ai computer e si spera che non si faccia ritorno al passato quando per mancanza di tempo gli allenatori votavano le università  più blasonate basandosi più sul sentito dire che su quanto visto in prima persona.

Comunque i responsabili si dicono convinti che in futuro non assisteremo più a titoli in coabitazione anche se hanno già  messo le mani avanti dicendo che data la complessità  del sistema non possono garantire al 100 percento la loro affermazione.

Un'altra novità  è l'introduzione di un quinto Bowl BCS a partire dal 2006 che ha placato per un paio di stagioni le lamentele delle università  che non fanno parte delle sei conference principali. Queste reclamavano giustamente anch'esse una parte dei 110 milioni di dollari generati dal BCS ed avevano addirittura minacciato di portare la cosa al Congresso degli Stati Uniti.

Il Bowl aggiunto non sarà  però una finale fra due vincenti di Bowl precedenti ma darà  semplicemente ad altre due squadre l'accesso al dorato mondo BCS portando così il numero di università  coinvolte da otto a dieci.

La sensazione comunque è che finché non verrà  istituito un sistema di playoff le cose non sono destinate a migliorare e data la ferma opposizione dei massimi dirigenti a questa soluzione dovremo accontentarci ancora per molto dell'attuale sistema.

Il motivo principale che viene addotto per non istituire i playoff è l'aumento del numero di partite che costringerebbe gli studenti-atleti (definizione che in certi casi fa davvero sorridere) e gli studenti-tifosi a sobbarcarsi lunghi viaggi e perdere così tempo prezioso per gli esami.

Detta così la loro posizione sarebbe inattaccabile ma il sostegno per questa tesi viene a cadere quando sentiamo alcune grandi università  che chiedono a gran voce un calendario fisso di dodici (o perché no tredici) partite per avere maggiori introiti.

Fino al 2001 infatti il calendario prevedeva undici partite ma nelle ultime due stagioni per uno "scherzo" del calendario (dodici sabati fra il Labor Day ed il giorno del Ringraziamento per due anni consecutivi) è stata concessa una partita in più.

Ora si è tornati ad undici e solo nel 2008 il calendario permetterà  l'aggiunta di un'altra gara ma molti rettori stanno chiedendo di portare fin dalla prossimo stagione il numero di partite a 12 indipendentemente dal numero di settimane che offre il calendario.

Un simile comportamento non ha bisogno di commento e poi a noi appassionati in fondo interessa quello che si svolge sul campo quindi passando oltre segnalo l'esperimento della Big Ten che per la prima volta nella storia del college football userà  l'instant replay.

La conference dopo le vigorose proteste contro gli arbitri di alcune università  (o forse è meglio dire allenatori, vero Joe?) ha scelto di provare solo per quest'anno ad usare i replay in caso di decisioni dubbie da parte dell'arbitro.

A differenza della NFL però nella Big Ten soltanto gli assistenti degli arbitri potranno decidere quali giochi rivedere. Grazie all'ausilio delle riprese televisive potranno rivedere le azioni e quando ne individueranno una dubbia potranno contattare via cercapersone gli arbitri che avranno un minuto per parlare con gli assistenti e confermare o cambiare la loro decisione.

Inutile dire che tutte le conference guarderanno con attenzione le partite della Big Ten per vedere se implementando questo sistema verrà  ridotto il numero di errori arbitrali e se diminuiranno a fine partita le lamentele degli allenatori.

Infatti fermo restando il pieno diritto di tutti di non condividere le decisioni arbitrali mi auguro di non rivedere a breve un allenatore che a fine gara insegue gli arbitri per far valere le proprie ragioni (non accadrà , vero Joe?).

Per chiudere permettetemi di tirare un sospiro di sollievo per un cambiamento che non c'è stato: nessun giudice ha modificato la regola dei tre anni dal conseguimento del diploma liceale per accedere al draft NFL. La causa intentata da Maurice Clarett in un primo momento aveva costretto la lega professionistica ad accettare anche freshman e sophomore collegiali ma in un secondo momento l'allarme è rientrato e Clarett dovrà  aspettare un altro anno prima di entrare nella NFL.

Il running back sembra che si stia al momento allenando in Texas per riguadagnare la forma perduta in vista di aprile ma la causa potrebbe aver fatto un'altra vittima illustre: Mike Williams, (ex?) wide receiver di USC. Il giocatore non soddisfaceva il requisito dei tre anni ma sfruttando la prima sentenza si era dichiarato eleggibile per il draft ed aveva assunto un agente (diventando così secondo la NCAA a tutti gli effetti un professionista).

Quando la Corte di Appello ha alla fine dato ragione alla NFL, Williams (così come gli altri giocatori che avevano sfruttato la prima vittoria di Clarett) è stato escluso dal draft NFL e dopo aver deciso di non far causa alla NFL ha chiesto alla NCAA di poter tornare in campo. Una decisione è attesa in questi giorni ed anche se il giocatore ha rinunciato all'agente ed ha restituito i soldi che questi gli aveva dato ci sono ancora dei problemi accademici che potrebbero bloccare la sua riammissione.

In ogni caso a prescindere da come finirà  il caso Williams mi sento di applaudire la sentenza della Corte di Appello che ha impedito a parecchi ragazzini appena usciti dal liceo o collegiali non ancora pronti mentalmente o fisicamente di dichiararsi eleggibili per il draft.

Alcuni underclassmen sarebbero probabilmente già  pronti per giocarsi un ruolo da titolare nella lega maggiore ma chissà  quanti sarebbero i giocatori che credendo ad amici o agenti salterebbero il college vedendo poi infranti i loro sogni nel giro di pochi mesi perché schiacciati dalla mole di dati e lavoro da digerire.

Per chi ha deciso di tentare la carta NFL non sarebbe meglio invece sfruttare l'università  per abituarsi a playbook pesanti, media invadenti e tifosi molto esigenti per arrivare poi tra i professionisti con buone probabilità  di entrare nel roster dei 53?

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