I Giants alle World Series

Senza il grande Barry Bonds, i San Francisco Giants non sarebbero mai arrivati alle World Series…

Erano tredici anni che i tifosi della baia aspettavano questo momento. Ci sono voluti anni di delusioni e un nuovo ballpark, il Pac Bell Park, per arrivare a gustare ancora questo momento, a gustare quest'occasione.

Fino a ieri gli eroi dei bei tempi si chiamavano Will Clark, Matt Williams e Rick Reuschel quando guidati dal manager Roger Craig conquistavano le World Series del 1989 dove però furono surclassati dai rivali della baia, gli Oakland Athletics, per 4-0.

Erano i tempi del giovane Mark McGuire ma soprattutto di José Canseco, in una delle serie più drammatiche della storia, dovuto al terremoto che sconvolse l'intera baia di San Francisco in quel periodo e mettendo a repentaglio la conclusione della stagione 1989.
Tredici anni.

Finalmente con il punto segnato da David Bell nella sfida per il "pennant" della National League contro i St. Louis Cardinals, l'attuale franchigia del Pacifico, guidata dal manager Dusty Baker, ha ancora l'occasione di potersi fregiare del titolo "mondiale".

Questo nella serie mondiale che inizierà  sabato notte e che li vedrà  lottare contro una rivale dello stato della California, gli Anaheim Angels. Quasi un remake della serie del 1989 dove in California il baseball la faceva da padrone.

Ma chi sono realmente i San Francisco Giants?

La franchigia nasce nel 1958, dove i Giants di New York, una delle squadre più vecchie della Lega, furono trasferiti dalla "grande mela" alla "grande baia" e sono diventati ben presto l'orgoglio della città . Nella loro storia hanno ottenuto non molti risultati significativi, tra cui la partecipazione alle World Series del 1962, perse per 4-3 contro gli Yankees, e quella già  descritte del 1989. Poi alcuni "pennant" persi (1971 contro Pittsburgh, 1987 contro St. Louis e qualche titolo divisionale vinto, in una divisione, la NL West, dove negli anni 70 era dominio dei Cincinnati Reds e negli anni 80 di Houston Astros e Los Angeles Dodgers. Quindi strada sempre chiusa.

Ma il progetto di riportare i Giants ad un alto livello e di far mantenere la continuita nel tempo nasce nel 1993 quanto viene ingaggiato il manager Dusty Baker il quale in dieci anni è riuscito ad ottenere tre vittorie della NL West division e a costruire una squadra di tutto rispetto. Ottenendo in sei stagioni un record positivo, sopra la media 500.

Baker ha assemblato in questi dieci anni giocatori dalle molteplici esperienze scartati dalle altre squadre innestandoli in un contesto e modellando la struttura tecnica della squadra.

Squadra che si basa su una stella di immenso valore: Barry Bonds, 38enne, esterno sinistro, il miglior "sluggers" della intera lega professionistica, detentore del record del maggior numero di fuori campo eseguiti in una stagione (73) e detentore del record di basi su ball concesse. Quest'ultimo record frutto delle paure dei lanciatori, o delle scelte tattiche dei managers avversari, per evitare di piazzare una balla favorevole a Bonds sapendo della sua facilita ad ottenere dei fuoricampo.

Attorno a lui tante stelle di piccola e media grandezza, che splendono di luce propria e che con la presenza di Bonds ampliano il loro valore. Il catcher Benito Santiago, anche lui non giovanissimo, 37 anni, capace di ritornare ai vertici dopo un pesante infortunio subito nel 1998. Santiago, prelevato dai Reds nel 2000, non è il classico ricevitore offensivo, stile Mike Piazza per intenderci, ma un ottimo "uomo di batteria", capace di sfruttare ogni risorsa da qualunque lanciatore sia sul monte, facendosi pero valere anche nel box di battuta.

Negli interni abbiamo agli angoli veri specialisti del settore: J.T. Snow, 34 anni, in prima e David Bell, 29 anni, in terza base. Il primo è ai Giants da una vita, il secondo è arrivato dai Seattle Mariners quest'anno sostituendo brillantemente un veterano come Bill Mueller, ed i Mariners hanno risentito della perdita. Entrambi hanno pagato alcuni infortuni quest'anno ma adesso sono più in forma che mai e soprattutto la loro profondità  in battuta (20 HR per Bell, 11 HR per Snow) è stata decisiva in alcuni casi.

La coppia centrale degli interni è composta dallo shortstop Rich Aurilia, 31 anni, e dal seconda base Jeff Kent, 34 anni, una delle migliori coppie difensive della lega, con un diverso rendimento durante l'intera stagione: Kent sempre costante e con altissime medie offensive, Aurilia invece anemico in attacco ed esploso solo nei playoffs. L'unica costante di questa coppia è la capacita di giocare ottimamente insieme e conseguire gli outs ad occhi chiusi tanto sono affiatati l'uno con l'altro.

Collega di Barry Bonds agli esterni un gradito ritorno: Kenny Lofton, 35 anni, lead-off della formazione, cosi tanto scaricato velocemente dai Cleveland Indians all'inizio della stagione in favore dei White Sox e venduto da questi ultimi ai Giants quando erano assenti per infortunio Bonds, Benard, Shinjo e Reggie Sanders. Lofton ha ritrovato in riva al Pacifico una seconda giovinezza. Facendo ricredere sia Cleveland sia Chicago delle loro scelte manageriali.
Nell'estremo destro del campo esterno il girovago Reggie Sanders, 35 anni, dopo aver servito Atlanta nel 2000 e Arizona nel 2001, conseguendo con loro un anello, sta cercando di riuscire a diventare il primo campione "back-to-back" con due differenti squadre.

Il reparto dei lanciatori ha dato un importante apporto quanto e forse più del reparto offensivo. Basti pensare che il pitching coach Dave Righetti, ex stella dei New York Yankees, è riuscito ad ottenere un ottimo apporto di quantità  e qualità  ad un giocatore alquanto discontinuo come Livan Hernandez, quest'anno con un record negativo 12-16, riportandolo ai fasti di quando giocava nei Florida Marlins, dove consegui il titolo nel 1997.

Preziose quanto le battute sono le vittorie ottenute da Russ Ortiz, Kirk Rueter e Jason Schmidt. Ma quello che colpisce del reparto lanciatori dei Giants è l'alto numero di vittorie, e la bassa media ERA, ottenuta dai rilievi a disposizione della franchigia della baia, con un closer, Robb Nen, capace di portare a casa sei importantissime vittorie. Quelle che sono valse la differenza tra una stagione completa ed incompleta.

Infine un grosso supporto lo hanno dato giocatori di grande esperienza come Marvin Benard, Bill Mueller ed il veteranissimo Shawon Dunston oppure come i giovani Pedro Feliz o Tsuyoshi Shinjo per ottenere questa "vetrina" mondiale acquistando i diritti per la post-season partendo come wild-card. In una sfida contro i rivali californiani degli Anaheim Angels, quelli che una volta erano i California Angels prima che una vertenza legale li obbligasse a cambiare nome, dove nessuna delle squadre ha vinto il proprio titolo di divisione.

Non è stata cosi felice la stagione dei Giants. Costretti sempre ad inseguire la favorita della NL West, i detentori del titolo gli Arizona Diamondbacks, oltre alla rivale tradizionale della division, i Los Angeles Dodgers, quest'anno più competitiva che mai, rimembrando i fasti delle epiche sfide degli anni 40 e 50, quando entrambe le franchigie erano sotto l'ombra dell'Empire State Building e la franchigia oggi "losangelina" era l'orgoglio della gente di Brooklyn.

Il manager Baker, nonostante la sua squadra sia sempre stata con un record positivo per tutta la stagione, ha dovuto sopportare un alto numero di giocatori stazionati in quella che negli U.S.A. è la "injury room", stanza degli infortunati. Ma nonostante questo l'andamento dei Giants è stato costante per tutto l'anno.

La prova della bontà  del lavoro svolto da Baker ed i suoi giocatori è stato quando l'infermeria andava svuotandosi e dal mese di Agosto il team "black-orange" ha iniziato ad aumentare il passo ed a conquistare vittorie. Inoltre l'acquisto di Kenny Lofton a tre giorni dalla "dead trade line" ha completato l'organico dei Giants. E mentre Arizona riusciva a rimanere in testa alla division, i Los Angeles Dodgers crollavano psicologicamente, dovuto a qualche grosso infortunio ed altro, e cedevano il passo a Bonds e Co.

Per i tifosi della baia era un sogno mentre per Barry Bonds era la giusta ricompensa dopo anni di sacrifici. E l'accesso alla post-season ha aumentato le capacità  dei "black-orange". E la voglia di vincere.

Opposti nel primo turno ai favoritissimi Atlanta Braves nella sfida al meglio dei cinque scontri, i Giants hanno saputo ovviare allo svantaggio del campo conquistando subito la vittoria in Gara 1 (8-5) in campo avverso e dopo aver subito il ritorno dei ragazzi di Buddy Cox hanno comunque cancellato i loro sogni con la vittoria casalinga in Gara 4 (8-3) e l'impresa impossibile nell'ultima partita disputata ad Atlanta dove Russ Ortiz ha azzerato le mazze di Buddy Cox e Barry Bonds uccideva i sogni dei Braves.

La finale di lega, opposta ai St. Louis Cardinals, è stata ancora più facile. Non tanto per la cattiva qualità  di gioco emessa dai giocatori di Tony La Russa quanto per la "devastante" prova dei Giants, con in testa il catcher Benito Santiago, nominato MVP della serie. Anche in questo caso i Giants non avevano né i favori del pronostico né del campo. Ma ai "black-orange" non deve essere importato molto"

Opposti nelle prime due partite in trasferta, i Giants hanno subito imposto la loro legge con due nette vittorie (9-6 e 4-1) castigando due sicurezze dei Cardinals come Matt Morris e Woody Williams, con una fondamentale prova di Jason Schmidt. Tornando a casa e lasciando i guai alla franchigia di Tony La Russa.

L'orgoglio smisurato dei volitivi Cardinals metteva uno stop alla corsa di Barry Bonds e compagni in Gara3 (4-5) ma Benito Santiago e Kenny Lofton azzeravano le velleità  dei "cardinali" con le due ultime vittorie, ottenute davanti ad un pubblico in estasi, in Gara4 (4-3) e Gara5 (2-1), ottenendole con coraggio e determinazione, facendo finalmente esaltare un personaggio freddo e spesso scostante come Barry Bonds.
Ed adesso ?

Ora a San Francisco vogliono riscrivere la storia.
Vogliono dimenticare quel terremoto.
Vogliono cancellare quel maledetto "sweep" portato a casa e servito dai rivali della baia.
Vogliono finalmente sentirsi i parenti "ricchi" e non la seconda squadra della baia.
Vogliono riprendersi il dominio della baia creando quel ponte immaginario che li collega con le loro origini nate a New York.

Quel ponte che abbraccerebbe tutta l'America e li consacrerebbe come i migliori. Come una volta, tanti tanti anni fa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *