NBA Finals: Gara2 alla lavagna

Stan Van Gundy le ha provate tutte in Gara 2…

Quando una partita di grande importanza si rivela esteticamente sgradevole, spesso nasconde dei risvolti tattici molto interessanti; Gara2 non ha fatto eccezione, mostrando numerosi errori (ed orrori) offensivi, comprovati dal record assoluto di minor numero di punti segnati in un quarto delle Finals (30 complessivi nella prima frazione), ma anche una enorme mole di spunti per chi ama le “sfide scacchistiche” tra i vari allenatori.

La prima mossa, come sempre, spetta a chi ha perso la partita precedente: Van Gundy doveva escogitare qualcosa di nuovo soprattutto in attacco, dopo l'aridità  offensiva della prima sfida, ma anche trovare qualche antidoto migliore per rallentare Bryant nella propria metà  campo.

Sotto il primo aspetto, non si può certo dire che non le abbia provate tutte: a fronte di un attacco nuovamente negativo in termini di early offense (costantemente negata dai buoni rientri dei Lakers) e di efficacia in post basso (ben 7 le palle perse da Howard, a fronte di 5 canestri e 4 assist), SVG ha innanzitutto sfoderato per la prima volta un quintetto con il doppio centro Gortat-Howard; una accoppiata che, stando alle statistiche di 82games.com, non era mai stata utilizzata in tutta la stagione, nemmeno per un minuto, trovando la sua prima realizzazione (un test, più che altro) nel garbage time del quarto periodo di gara1.

I due sono stati appaiati in campo per 8' complessivi (alla fine del primo e del terzo quarto), durante i quali i Magic hanno messo a segno un differenziale di +4: certo, è un campione troppo ristretto per trarne conclusioni definitive, ma in una sfida così equilibrata anche piccoli accorgimenti possono fare la differenza, e questa sembra una strada meritevole di essere battuta nelle prossime sfide: i Lakers hanno un vantaggio troppo netto rispetto ai Magic in termini di centimetri, che nell'area gialloviola si fa sentire in modo drammatico.

Un'altro accorgimento “rivoluzionario” di Van Gundy si è mostrato molto meno efficace: il notevole minutaggio concesso a JJ Redick, letteralmente ignorato in finale di conference e in Gara1, che è stato il giocatore più utilizzato dopo i Big Three; l'idea originale era quella di costringere Kobe a stancarsi più velocemente inseguendo l'ex Dookie dietro ai blocchi, ma dopo un paio di possessi di assestamento coach Jackson ha reagito spostando Fisher su Redick e Kobe sul play avversario, ritorcendo la mossa contro l'avversario.

Il baffo dei Magic non si è dato per vinto, e nel finale di partita ha tentato di sfruttare Redick in modo ancora più estremo, facendogli giocare quasi tutto il quarto periodo e l'inizio dell'OT da point guard, ma anche in questo caso si è rivelata una scelta controproducente: Redick non ha punito i Lakers col suo tiro dalla distanza, e in compenso si è macchiato della palla persa che ha deciso la partita (di cui parleremo in seguito).

Andiamo quindi a prendere visivamente in considerazione alcuni degli aspetti tattici più interessanti della gara, cominciando proprio da un altro aggiustamento di Van Gundy, e di gran lunga il più efficace.

Lewis e il pick and roll

Rashard Lewis era stato indicato come uno dei principali imputati della debacle di gara1, e ha risposto con una prestazione fenomenale: merito di una rinnovata aggressività , che lo ha portato a “castigare” per tutta la partita un Odom che lo marcava troppo srtetto, senza rispettarne il primo passo, e a prendere senza esitazione quei tiri che in precedenza aveva passato.

Ma è anche merito di un diverso posizionamento sul classico pick and roll centrale che apre quasi tutte le azioni a difesa schierata dei Magic.

Lewis, anziché rimanere passivo sul lato debole (generalmente nell'angolo), inizia l'azione in posizione centrale (o si sposta in quella posizione dalla sua collocazione originale all'inizio dell'azione), posizionandosi sull'arco del tiro da tre e seguendo il lato forte dell'azione:

In questo modo, il penetratore gode di una agevole valvola di sfogo nel momento (cruciale) in cui le braccia lunghe della difesa gialloviola si chiudono su di lui:

A questo punto Lewis può colpire immediatamente col tiro da fuori…

…oppure punire la difesa che recupera affannosamente battendo l'uomo che esce verso di lui, e/o facendo girare il pallone ad un altro compagno appostato sull'arco: in questo caso Kobe finta di aiutare ma rimane su Lee, e Lewis va fino al ferro a prendersi un fallo di Gasol; se il 24 avesse completato il suo movimento, Lewsi avrebbe avuto a disposizione un comodo scarico per il rookie mascherato):

Come difendersi dal Mamba

La ritrovata vena offensiva di Lewis e Turkoglu ha permesso ai Magic di metter su una gara di tutt'altro tenore rispetto al primo confronto di finale; per poter puntare alla vittoria, però, serviva anche qualcosa in più, vale a dire una migliore efficacia sul #24 avversario.

Kobe in Gara1 ha letteralmente torturato la difesa dei Magic, prima punendola con i jumper dalla lunga distanza e poi bruciando con il primo passo il difensore che si faceva più aggressivo.

Abbiamo già  visto come la filosofia difensiva di Orlando (che l'ha portata ad essere la squadra che ha concesso meno punti per possesso dell'intera lega) si basa su alcuni capisaldi: non tentare di bloccare l'attaccante, di soffocare il suo movimento, ma indirizzarlo verso tiri a bassa percentuale e posizioni del campo dove la difesa è pronta ad accoglierlo; non raddoppiare; restare con l'uomo piedi a terra e in posizione frontale, evitando il più possibile le situazioni (come il bodycheck, i tentativi di stoppata e di mettere la mano sul pallone) che presentano una elevata probabilità  di concedere un fallo.

Per contrastare il mamba, i Magic hanno in parte rinunciato a quest'ultimo principio, impostando una difesa più fisica e “sporca” (ne ha fatto le spese soprattutto Pietrus, rapidamente caricato di falli), ma soprattutto chiedendo ad Howard una più intensa attività  per negare a Kobe una chiara visione del canestro nei suoi assalti.

Ecco una classica giocata dei Lakers per far sì che Kobe riceva il pallone in movimento: Gasol esce al gomito in quella che può sembrare una classica situazione di “dai e vai” con il portatore di palla; quest'ultimo, dopo aver servito il catalano, si sposta invece verso il centro del campo, attirando a sé il proprio difensore e contemporaneamente piazzando un blocco per Kobe, che incrocia in senso inverso ricevendo il passaggio consegnato da Gasol.

L'uomo di Bryant si trova quindi ad affrontare un doppio blocco, il primo del portatore di palla (Brown in questo caso) e il secondo di Gasol stesso, mentre Kobe può involarsi a piacimento.

E' qui che Howard diventa decisivo: Pietrus è tagliato fuori dal gioco, e Howard deve aggredire Kobe quando raccoglie il palleggio, per non concedergli un jumper non contestato; in questo caso la reazione di D12 è pigra, e Kobe gonfia la retina.

Nel possesso successivo, i Lakers rigiocano esattamente lo stesso schema: da Brown a Gasol, blocco per Kobe, consegnato di Gasol allo stesso Kobe.

In questo caso, però, Howard è molto più pronto ed attento ad uscire sul catalano, per chiudere lo spazio al #24.

Kobe si è liberato del proprio uomo esattamente come nell'azione precedente, ma la presenza di Howard gli nega qualsiasi possibilità  di tiro in sospensione, ed è costretto a fare retromarcia.
Si noti, come suggerimento a margine, che in questo caso Turkoglu si è fatto distrarre dal movimento di Bryant, arretrando verso il centro dell'area a differenza dell'azione precedente, e quindi ha lasciato libera una corsia di passaggio per il portatore di palla (Brown) in posizione centrale, favorevolissima.

La stessa situazione si è più volte ripetuta nel quarto periodo, e Howard ha quasi sempre fatto la scelta giusta, uscendo forte su Bryant senza preoccuparsi della copertura a rimbalzo difensivo, e diminuendone drasticamente le percentuali; nelle due immagini seguenti, due momenti cruciali del quarto periodo in cui Kobe è isolato con il proprio marcatore.

Il Mamba suggerisce all'avversario di voler prendere un jumper, palleggiando in retromarcia, ma quando il difensore avanza lo batte inesorabilmente cambiando marcia con il primo passo; a questo punto c'è una prateria a sua disposizione sul lato destro del campo, e solo Howard può uscire a disturbargli il tiro.

E infatti il centro dei Magic, come ha fatto per gran parte della partita, non esita un attimo ed esce prepotentemente con la sua elevazione disumana: nel primo caso otterrà  una stoppata pulita (anche se vanificata da un fischio per fallo inesistente di Pietrus che tentava di recuperare), nel secondo provocherà  l'errore di Kobe ed un rimbalzo per i suoi.

Ma non è finita qui; ecco nuovamente la stessa situazione, già  vista e rivista, in un altro dei (tanti) momenti decisivi (o potenzialmente tali) del match: squadre in parità  a pochi secondi dalla fine, Odom porta palla sulla corsia sinistra mentre Kobe sfrutta il movimento centrale di Gasol per prendere un vantaggio decisivo sul proprio marcatore, Turkoglu.

Il turco recupera ma è fuori equilibrio, e Kobe lo salta agevolmente: ora ha una vera e propria prateria a sua disposizione, perché Howard ha seguito, inevitabilmente, il movimento di Gasol.

Il centro dei Magic deve rapidamente adeguarsi, uscendo con aggressività  per far cambiare idea al #24.

E le cose vanno esattamente come previsto: l'aiuto fulmineo di Howard costringe Kobe a rallentare il passo, quanto basta per consentire il recupero di Turkoglu che stoppa con recupero; da notare che Redick chiude bene la linea di passaggio verso Ariza, mentre Lewis ha inopinatamente fatto un passo verso il centro, rimanendo in una terra di nessuno che non gli permette di influenzare Kobe (o quantomeno non quanto Howard) ma al tempo stesso libera Odom per una tripla nell'angolo.

“They wanna uptempo us”

Il virgolettato si riferisce ad un timeout di Phil Jackson verso la fine del quarto periodo: fino a questo punto, infatti, abbiamo diffusamente analizzato alcuni aggiustamenti dei Magic, che hanno permesso loro di tenere botta per tutto il primo tempo e poi prendere il sopravvento nel terzo periodo e nella prima metà  del quarto, quando sembravano in controllo della gara.

E' quindi necessario passare dall'altro lato della barricata, e dare conto di una delle contromosse di Phil Jackson, che nel finale della partita e durante l'overtime ha fatto ricorso ad uno dei suoi assi nella manica, che tiene in serbo solo per le occasioni speciali: un pressing a tutto campo più ostruzionistico che realmente aggressivo, pensato non tanto per tentare di recuperare la palla quanto per costringere gli avversari ad abbassare il ritmo; una tattica che, inoltre, consente di ritardare l'impostazione dell'azione di una squadra che ha nella pazienza e della circolazione di palla alla ricerca di un buon tiro le sue caratteristiche migliori.

Odom e Ariza disturbano Turkoglu, che deve vagare a destra e sinistra per il campo prima di ricevere il sostegno di Lewis.

I Magic riescono finalmente ad impostare il proprio consueto PnR, ma il pressing dei Lakers ha già  “mangiato” metà  del tempo disponibile: in teoria non ci sarebbe tempo per consentire ad Orlando la classica giocata di penetrazione, scarico, giro di palla e tripla sul lato debole, ma in questo caso una amnesia difensiva di Odom, che si lascia attirare verso il pitturato anziché restare su Rashard Lewis, condurrà  ad un immediato scarico di Turkoglu su quest'ultimo e ad una tripla di Redick.

Le giocate decisive: 1) Kobe va alla giugulare

Sotto questo sottotitolo avremmo potuto raccontare la bellissima giocata di Lee nella penultima azione offensiva dei Magic, che slalomeggia tra gli avversari prima di sbagliare il layup grazie ad una altrettanto bella e prodigiosa reazione di Odom a contestargli il tiro; oppure avremmo potuto ripercorrere il perfetto schema dipinto da Van Gundy per mettere lo stesso Lee in condizione di concludere a canestro da pochi centimetri in soli sei decimi.

Ma alla fin fine hanno vinto i Lakers, quindi è evidente che le giocate determinanti per il risultato hanno preso un'altra direzione; iniziamo da un capitale canestro di Kobe, che prende le mosse da una situazione già  vista e rivista: isolation contro Turkoglu, partenza bruciante a destra, campo libero per un tiro dal piede dell'area pitturata.

Il Mamba ha preso quel mezzo passo di vantaggio sul turco che può permettergli di elevarsi ed andare a segno. Howard abbandona Gasol e sembra pronto al solito balzo felino, già  visto nelle azioni precedenti, per costringere Bryant ad alzare fatalmente la parabola.

Il miglior giocatore difensivo dell'anno, però, rimane inspiegabilmente inerte ed inchiodato a terra; Turkoglu, che stava recuperando, è in controtempo e quindi non può saltare a sua volta: i flash dei fotografi immortalano il jumper che permette ai Lakers di operare l'ultimo e decisivo sorpasso;

Non si guarderanno più indietro, e sembra quasi crudele che un singolo errore possa vanificare una partita difensivamente perfetta di Howard, che ha alterato un'infinità  di tiri avversari e ancorato, con i suoi 13 rimbalzi difensivi, una prestazione mostruosa dei Magic sotto questo profilo (Orlando ha lasciato agli avversari solo il 10.5% dei rimbalzi disponibili sotto il proprio tabellone; cifra impressionante, visto che i Lakers conquistano di media il 29% dei palloni sotto il canestro altrui, che la peggiore media stagionale per una squadra NBA è 22.1%, e che gli stessi Lakers in questi playoffs non erano mai scesi sotto il 20%).

Le giocate decisive: 2) stealing the game

Alla giocata offensiva di Kobe è immediatamente seguita un'altra giocata di identica importanza per la vittoria dei Lakers, dall'altro lato del campo: una giocata che nasce dalla natura stessa dello stile offensivo dei Magic a metà  campo, e dalla loro tendenza a chiamare pick and roll non tanto per creare una possibile conclusione del portatore di palla, quanto per muovere la difesa e punirla con gli scarichi.

Uno stile di gioco tremendamente efficace, ma anche molto rischioso: in una serie di playoffs, finisce per diventare ripetitivo, e quindi facile preda di avversari con un Q.I. cestistico elevato, che sanno riconoscere le trame ripetute dell'attacco altrui.

Siamo ancora nel primo quarto, e Turkoglu chiama un gioco a due laterale con Dwight Howard (notare lo schieramento dei Magic con i due centri contemporaneamente in campo): Kobe si prepara ad affrontare il blocco del #12, ma il turco lo prende in contropiede con un repentino cambio di direzione.

Lo splendido movimento di Turkoglu lo ha liberato, ma la situazione non è particolarmente pericolosa: Fisher è rimasto sulla linea d'aiuto della classica strong side zone dei Lakers, negando la penetrazione, e anche Odom è pronto ad aiutare; se il turco fosse partito con l'intenzione di andare a canestro in proprio, non avrebbe molte opportunità , ma in realtà  dal primo palleggio ha già  tutt'altra intenzione, vale a dire uno scarico per Lewis che attende in cima all'arco.

Lo scarico arriva puntuale, ma arriva puntuale anche Trevor Ariza, che intuisce perfettamente le intenzioni dell'avversario e in due balzi si mette sulla linea di passaggio.

L'esterno dei Lakers manca la palla rubata per pochissimi centimetri: nulla di fatto, ma un inquietante campanello d'allarme per quel che potrà  succedere più avanti. Fast forward verso l'overtime:

Una imperfetta transizione difensiva dei Lakers li ha costretti ad alcuni assegnamenti difensivi improvvisati; Lamarvelous è finito su Redick, che tenta di approfittare del mismatch chiamando un blocco di Howard.

Il blocco del #12, come al solito, è monumentale, e inchioda Odom; Ariza e Kobe non aiutano, per non liberare i cecchini appostati sul perimetro, e Redick avrebbe a disposizione tutto lo spazio del mondo per attaccare il centro dell'area; Fisher, però, ha già  capito che la guardia di Orlando non è uno slasher, e non ha alcuna intenzione di andare realmente sino al ferro, né di concludere con un floater: identifica subito l'unica linea di scarico disponibile e si lancia ad intercettarla.

La palla schiacciata a terra è più che una telefonata per il veterano in maglia bianca, che scippa il pallone e si invola in contropiede, raccogliendo un fallo e due liberi a segno.

Gioco, partita, incontro.

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