I Lakers partono in salita

Per il momento Kobe non è venuto a capo dell'osticissima difesa dei Celtics

L'imperscrutabilità  del fato per noi poveri mortali è da sempre nota e commentata fino a divenire stucchevole; spesso i destini del mondo, o di piccoli mondi privati, sono cambiati in un batter d'occhio senza che i protagonisti potessero attendersi ciò che stava accadendo intorno a loro; quando alle idi di maggio del 44 avanti Cristo Giulio Cesare entrò nel senato di Roma si attendeva di trovare l'ennesima offerta per diventare Re, e trovò 33 coltellate; quando nel 452 dopo Cristo Leone Magno attraversò il Mincio per andare a parlare con Attila i romani si attendevano di ricevere da un momento all'altro un terribile sacco e di dover eleggere un nuovo Papa, invece il terribile Unno accettò le condizioni del fragile uomo che aveva di fronte e lasciò l'Italia.

Chi si sarebbe aspettato che Carlo Martello, capo ma non re dei francesi vincessero a Poitiers o l'imperatore bizantino Leone III Isaurico, il rozzo irascibile che distruggeva le icone, potesse fermare l'assedio di Costantinopoli? E se queste vittorie impensate non fossero avvenute, oggi noi tutti parleremmo l'arabo e cinque volte al giorno pregeremmo rivolti verso La Mecca, qualunque cosa se ne pensi sarebbe un bel cambiamento.

Nell'estate del 2007, con Kobe che chiedeva a gran voce la cessione, un giorno era dato ai Mavs per Howard e Terry, un giorno ai Pistons per Prince ed Hamilton, un giorno ai Bulls per i giocatori più disparati, l'unico arrivo in casa gialloviola era il vecchio Fisher, Bynum sbertucciato da Kobe e dai giornalisti, che si chiedevano come mai non fosse stato ceduto per Garnett o Kidd, l'altro centro Kwame Brown, al secolo Sissy, sembrava perso per la causa, Phil Jackson sembrava avere dei dubbi a firmare il nuovo contratto, per i Lakers sembrava ora di lotteria.

Invece Kobe Bryant alla prima palla a due ha messo da parte tutti i mugugni e si è messo a giocare come mai nella sua carriera, con la maturità  che tutti si aspettavano da lui da anni, Fisher finalmente ha colmato la lacuna del ruolo di play, Bynum è sembrato uno dei centri migliori della lega in fase offensiva, ed anche dietro aveva una buona intimidazione.

In seguito poi il tanto vituperato GM Kupchak ha portato a Los Angeles il giovane atletico Ariza e, quando Bynum ha subito un bruttissimo infortunio, ha trovato il GM dei Grizzlies di fronte a lui nelle vesti di Babbo Natale ed è riuscito a prendere Pau Gasol in cambio del fratellino Marc rimasto in Spagna, il giovane talentuoso ma acerbo Crittenton e l'ormai bocciato Sissy Brown.

La sapienza di Phil Jackson, la duttilità  e l'intelligenza tattica del catalano e la leadership di Kobe, nonché l'insperata solodità  della squadra, hanno dato ai Lakers un gioco armonico da subito, tanto che ormai i gialloviola non sembrano più una squadra della NBA attuale, in cui dominano atleti strepitosi che abbattono le difese avversarie a suon di zompi colossali ed isolamenti ripetuti, ma una squadra del bel tempo che fu, in cui si cercava il tiro migliore con una buona circolazione di palla, tanti blocchi e schemi ben eseguiti.

In questo nuovo contesto Walton e Radmanovic sono migliorati dando un buon contributo, ma soprattutto Odom, libero dalle responsabilità  di dover essere a tutti i costi un "secondo violino", il "Pippen di Kobe", si è sbloccato, riuscendo a giocare la migliore pallacanestro della sua carriera e diventando finalmente un giocatore buono anche per vincere, non solo per perdere con onore, ed i Lakers sono diventati a sorpresa la migliore squadra dell'Ovest, dimostrandolo senza ombra di dubbio arrivando primi in regoular season e perdendo solo tre partite in tre turni di play off, battendo fra l'altro le due finaliste dello scorso anno.

L'aspettativa per la finale contro i Celtics era altissima, si ritornava alle mitiche sfide degli anni '80, in cui i vari Magic e Jabbar provavano a far prevalere la loro tecnica superiore contro il fisico e la durezza di Bird e McHale. Molti commentatori davano speranze ai gialloviola, alcuni addirittura li immaginavano favoriti.

Poi finalmente la palla a due e lo spettacolo ha scacciato tutte le immagini del passato e le previsioni dei commentatori; lo sforzo di Kobe che provava a trascinare i compagni, Odom e Gasol che cercavano di limitare Garnett, le inattese prestazioni di PJ Brown e Rondo, l'incredibile scena di Pierce in carrozzella che si rialzava e rientrava in campo come neanche il miglior Rocky Balboa, fino ai minuti finali in cui si pensava ad un arrivo in volata, situazioni in cui ultimamente i Lakers si esaltano ed i Celtics si deprimono, ma i verdi bostoniani sono riusciti a scavare un solco prima che si arrivasse alla situazione tanto temuta.

L'ovvio dominatore dei commenti del dopopartita è Pierce, paragonato da nba.com ai grandi del passato, ad un Willys Reed che ancora è negli incubi gialloviola, ma anche a Michael Jordan che sotterrò i Jazz nonostante l'influenza e Isiah Thomas che con una distorsione alla caviglia risultò decisivo contro… no, basta, troppa iattura, non fatemi scrivere chi sconfissero i Pistons nel 1988, neanche un personaggio pirandelliano infierirebbe tanto sui Lakers.

Stranamente manca nei paragoni l'eroe per eccellenza, colui il quale trascinò la sua squadra nonostante un brutto infortunio, perse ugualmente per la superiorità  degli avversari ed una certa mollezza dei suoi, ricevette il plauso unanime e l'onore delle armi dagli ammirati vincitori, ed è tutt'ora è l'unico MVP delle finali ad averle perse, Jerry West. No, non scrivo contro chi persero i Lakers quell'anno, non esageriamo, sarebbe troppo anche per i non scaramantici.

Fra gli scaramantici rientrano a sorpresa proprio i Celtics, i cui giocatori hanno cercato per ogni dove il famoso "Gino", il protagonista di un famoso video proiettato spesso al Boston Garden, solo per scoprire che mr. Gino Massoni è tragicamente venuto meno nel 1990, a 34 anni, per un cancro, a San Bernardino, proprio in California.

Tornando al basket, dopo 24 punti con 26 tiri si poteva immaginare una crocifissione mediatica di Kobe Bryant, colui che unico poteva far la differenza a favore dei Lakers, la bistecca più succulenta che mai abbia calcato un parquet. La fama del figlio di Jelly Bean nacque proprio in una finale, nel 2000, contro gli Indiana Pacers, squadra che comunque un qualcosa di celtico l'aveva, visto che era allenata da tal Larry Bird.

"Fu allora che Kobe divenne KB8!" commenta Sam Cassel.
In realtà  le critiche sono state inferiori alle attese: "La loro difesa non gli ha permesso di prendersi penetrazioni! Così si è dovuto prendere più tiri in sospensione." lo ha difeso Fisher.
"Le mie scelte di tiro sono state ottime, purtroppo i tiri non sono entrati. Mi auguro che in gara 2 le cose cambino!" Ha dichiarato lo stesso Kobe, mentre Phil Jackson confermava la sua tesi, tutt'al più prendendosela con l'orario di gioco.
"Capisco che ci siano tante televisioni che vogliono trasmettere l'evento, ma non dobbiamo stravolgere lo stile di vita dei giocatori!" ha esclamato Jax.

In realtà  anche lui sa benissimo che il problema dell'orario è relativo. I Lakers sono riusciti benissimo ad attaccare la difesa schierata degli Spurs con la loro splendida e veloce circolazione di palla, contro i Celtics non ci sono riusciti, ed in più hanno clamorosamente perso la lotta a rimbalzo.

Non a caso Alande, un commentatore di ESPN, ha scritto: "Sarebbe servito più un Magic Johnson che un Kobe Bryant, anche se fosse stato in grado di giocare al livello di Michael Jordan!"
Rifuggendo da questa immagine inquietante, che richiamava alla memoria un mostro come quello di Frankenstein, una magica bistecca che libri nell'aere, bisogna ammettere che, a sorpresa, contro un Kobe che non riusciva ad attaccare il ferro, il suo grande nemico Ray Allen ha fatto un figurone in fase difensiva. "Il nuovo Kobe Stopper?" di chiede H.Abbot.

"Io e Kobe ci conosciamo bene, ho voluto che lui fosse consapevole che io sarei stato sempre davanti a lui, fermo, senza far fallo, rendendogli duro l'attacco al ferro!" ha commentato lo stesso "He got the game", che è sembrato il fratello forte della mozzarella nera ammirata, si fa per dire, nei primi due turni di play off.

Il più coraggioso dei commentatori di stanotte è Jack Ramsay, che taccia nientepopodimeno che Phil Jackson, coach Zen, il moderno Svengali, l'uomo che ha quasi tanti anelli vinti da allenatore che dita, di aver perso il confronto con il tanto vituperato Doc Rivers, che grazie a Posey e Garnett ha impedito a Kobe di penetrare, grazie a Ray Allen gli ha impedito di tirare con tranquillità . Sarà  vero o saranno le prestazioni dei suoi prodi a dargli tanto onore?

Probabilmente il coaching staff dei Celtics, che a Rivers affianca un superbo Thibodeau, grande alchimista di difese il cui credo è costruire una fagiolata di manone che fioriscono dappertutto attorno al portatore di palla ed alle stelle più luminose degli avversari, ha ottenuto risultati difensivi migliori di Jax, che tradizionalmente ama pochissimo i raddoppi, ma non è detto che alla lunga sia una strategia più premiante; se Kobe riuscirà  almeno in parte a sfondare il muro avversario, allora i suoi scarichi diventeranno manna per i liberi Fisher, Radmanovic e Vujacic oppure per il giocatore marcato da Kevin Garnett, il quale ovviamente sarà  il "raddoppiatore" di Kobe più utilizzato.

Il tentativo è stato fatto anche nel finale di gara uno, quando Jackson ha sorprendentemente tolto Odom, buono oltre ogni previsione in questi play off, per Vlado Radmanovic, per più di un anno noto ai tifosi dei Lakers per le sue scadenti prestazioni in snowboard che lo avevano tenuto lontano dai campi per qualche mese e per le sue prestazioni sul parquet ancora peggiori di quelle sulla neve.

Negli ultimi tempi Vlado ha aggiustato molto la mira, ridiventando il giocatore ammirato a Seattle, e si è spremuto molto anche in difesa, ma la differenza con Lamarvelous sembra ancora netta.
"L'uomo di Lamar andava sempre a raddoppiare, volevo un buon tiratore da fuori perchè non potessero battezzarlo sul perimetro!" ha commentato Jax.

La prova in gara uno non ha funzionato, ma ci ha fatto capire ciò che vedremo in futuro. Una circolazione di palla più rapida, rapaci tiratori pronti al piazzato, Kobe che prova ad attirare la difesa per dar via la palla ai compagni più liberi.

Gli Spurs sono caduti nettamente nella rete del nuovo Svengali, i Celtics per ora no, probabilmente la condizione ed il talento medio con la palla in mano dei celtici sono differenti rispetto agli speroni texani.

La partenza è stata molto più difficile per i Lakers, vedremo se rispetto all'inizio in salita ci sarà  un arrivo in discesa come quello della finale dell'ovest. I gialloviola sono molto migliorati ed hanno limato molti dei difetti che avevano permesso ai Celtics di strapazzarli un paio di volte attorno Natale, ma una differenza fra le due squadre sembra esserci ancora.

Ma se ci sono due persone in grado di superare qualsiasi avversità  sono proprio Phil Jackson e Kobe Bryant, possiamo metterci in poltrona, preparare popcorn e patatine e prepararci a vedere se stavolta ci riusciranno o meno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *