Tirrenia: Viaggio nello Sport

Bruce Hurst, fuoriclasse dentro e fuori dal campo

Ore 7.30.
La stanchezza accumulata il giorno prima è ancora compagna di avventura, ma la voglia di vivere quella che si prospetta come una gran giornata, rende la “convivenza” estremamente più sopportabile. Mi preparo con cura, predispongo l'attrezzatura e, lasciata la videocamera in carica, giungo al ristorante per la colazione che sono quasi le 8.30.

Davanti a me, il deserto. Il locale del CPO è praticamente vuoto, se non fosse per la presenza di alcuni stupiti addetti alla ristorazione che ci accolgono un po' spaesati. Forse per gli stessi disguidi di ieri, anche loro non ci aspettavano. Mentre solertissimi ci preparano la colazione, scambiamo due chiacchiere e, dato che palesemente non siamo atleti dell'Accademia, ci chiedono qualcosa di noi.

Siete i genitori di qualcuno dei ragazzi?” Ecco la domanda adatta per distruggere un 25enne e fidanzata al seguito. Mi sa che lo porto male questo quarto di secolo.
“No, veramente saremmo qui per un'intervista” dico io con gli occhi carichi di lacrime, sotto il peso dei miei anni. Cominciamo bene, penso, mentre bevo il mio succo d'arancia e subisco la mia ragazza che si diverte da matti (sadica) a chiamarmi “papino” ogni due secondi.

La colazione termina, ci congediamo e ci rechiamo al campo da baseball dove ci era stato detto che, in mattinata, prima delle interviste, ci sarebbe stata un'ultima partita prima del “rompete le righe”. Come resistere?
Strada facendo incrociamo degli atleti e, come il giorno precedente, siamo circondati da marciatori, corridori, tennisti ed ovviamente giocatrici della nazionale di softball che sprintano sulla pista d'atletica.
Superata la siepe che nasconde ai nostri occhi la zona dove si trovano il campo da rugby ed il campo da baseball, la visione è grandiosa.

Una sessantina di ragazzi dell'Accademia (sono esattamente 60), nelle loro divise blu o rosse, stanno allenandosi e riscaldandosi sul grande manto erboso dei rugbisti, in vista della partita che si terrà  in seguito sul diamante. Decidiamo di avvicinarci e di scattare alcune fotografie. Restiamo rapiti dalla bravura dei ragazzi e dalla piacevolezza dell'ambiente. C'è chi fa batting practice e chi si allena in difesa sulle palle battute. I pitchers, un po' in disparte, si riscaldano e provano a migliorare le meccaniche di lancio.

La gabbia di battuta è in fermento. I ragazzi si susseguono con ritmo e diligenza, sotto la guida di Jim Lefebvre. Ai margini del campo alcune sedie occupate da alcuni coach, tra i quali risalta la figura di un uomo con indosso cappellino e giacca dei Minnesota Twins. Inutile dire che sia lui, il mito, l'Hall of Famer Rod Carew, che osserva ogni movimento con attenzione e curiosità . E se il giorno prima per aver visto Lefebvre avevo quasi avuto un mancamento, vederli tutti e due da una così irrisoria distanza ha messo in serio rischio le mie povere coronarie.

Ora bramo il poker, voglio vederli tutti e proseguo il giro verso la zona dei lanciatori, attratto da un'imponente figura che si staglia in mezzo agli altri. Sbagliarsi è impossibile, non è un tipo qualunque, ma il leader di salvezze di ogni epoca, Lee Smith. Un colosso alto due metri circondato da uno stuolo di ragazzi che pendono dalle sue labbra per cercare di cogliere ogni perla di saggezza che dispensa. Immagino la soddisfazione che possa provare un insegnante in un momento di quel genere, ma soprattutto l'emozione dei ragazzi davanti a tale opportunità . Mi rivolgo allora verso la mia ragazza che è poco distante a scattare alcune fotografie e lei mi fa notare un altro gruppetto di pitchers. “Stanno esercitandosi nel rilascio della palla” dice lei, “ma hai visto con chi?” Cuore bostoniano mio, non cedere!

E' LUI, è inconfondibile, è l'eroe delle World Series 1986, è SUPERMAN! Bruce Hurst. Devo aggiungere altro? Ho fatto poker, tombola, bingo e 6 al Superenalotto. Sono contento come una Pasqua. Penso che sia d'obbligo immortalare questi momenti e decido di correre in camera per recuperare la videocamera. Avevo deciso di tenerla “a riposo” visto che non avevo idea di quanto sarebbero potute durare le interviste e non volevo rischiare di sprecare la batteria inutilmente. Chissà , magari non avrei avuto modo di ricaricarla all'occorrenza.

In men che non si dica torno sul campo armato di tutto punto, ma molti ragazzi sono in procinto di spostarsi sul diamante e quindi riesco a rubare solo pochi attimi, non senza soddisfazione. Adunata generale e comincia la partita. Dietro lo screen posto alle spalle del catcher sono seduti alcuni coach, oltre a Lee Smith e Bruce Hurst. Seguono il match, si scambiano opinioni, suggeriscono ai giocatori alcune strategie, misurano con la radar gun le velocità  dei lanci, incitano e incoraggiano i ragazzi sul diamante. Bill Holmberg si cimenta nell'arduo ruolo di traduttore, masticando un più che discreto italiano. Rod Carew è seduto vicino ad un dugout a supervisionare gli atleti e Jim Lefebvre fa la spola tra il campo ed i ragazzi non impiegati nel gioco che stanno ancora allenandosi sul campo da rugby.

La mia collaboratrice si divide tra foto e filmati, mentre io giro come una trottola e prendo appunti. Siamo ovunque. Dietro le reti di protezione del campo ci siamo praticamente sdoppiati e cerchiamo di seguire la partita e captare ogni respiro degli ex-Major Leaguers. Siamo tanto presenti che persino Lee Smith e Bruce Hurst ci notano, nonostante la nostra discrezione, e ci rivolgono un sorriso calorosissimo ed un disarmante “Hey, how are you doing?” come fossimo amici di vecchia data.

Emozionante a dir poco, ma dobbiamo lavorare, noi e loro, e si torna subito ad essere presi dalla partita.
Pochi minuti e siamo raggiunti da Marco Landi dell'ufficio stampa della FIBS. Parliamo dell'Accademia e di baseball italiano e d'oltreoceano, del World Baseball Classic e dello straordinario gruppo di uomini che vi si era formato. Nel vivo della conversazione, si unisce a noi anche Maurizio Caldarelli, anche lui esponente dell'ufficio stampa della FIBS ed il discorso si sviluppa fino a toccare le esperienze di Maestri e Liddi che tanto lustro ci danno nelle Minor Leagues. Proprio a seguito dei loro soddisfacenti risultati, l'Accademia ed i suoi ragazzi hanno tratto tale giovamento e credibilità  che si è potuto riscontrare un raddoppiamento degli scouts presenti rispetto all'anno scorso a Tirrenia. Numerose sono infatti le squadre di Major League che hanno scoperto questo vivaio di indubbio valore.

Alle nostre spalle la partita continua a pieno regime, fino a che, in una pausa tra gli innings, Rod Carew lascia la sua postazione di osservatore e si dirige verso il monte di lancio, chiamando a sè tutti i ragazzi. Inizia un discorso di ringraziamento e di commiato. Essendo l'ultimo giorno di Accademia, non diamo un eccessivo peso a questo avvenimento, anzi troviamo la cosa molto edificante per i ragazzi: è bello che un coach, anche senza dover seguire un cerimoniale prestabilito, voglia “abbracciare” i propri allievi.
Ci basta un attimo però per capire che in realtà  le cose stiano diversamente. Sembra, per un'incomprensione, che Carew non sia stato avvisato dell'incontro previsto coi media e che quindi sia in procinto di partire per imbarcarsi sul primo volo. Ha anticipato di un giorno la partenza. Non ce lo saremmo mai potuto aspettare e siamo stati colti impreparati un po' tutti, tant'è che alcuni inviati di emittenti locali che erano stati invitati in mattinata per incontrare i Major Leaguers, non l'hanno potuto neppure vedere.

La mia buona stella però vuole che io sia lì al momento giusto e quindi riesca almeno a realizzare un desiderio da semplice tifoso ed a cogliere al volo il momento facendomi fotografare con lui. Ma non c'è due senza tre e la fortuna mi assiste ancora. Dopo essere riuscito a vederlo ed a fotografarmi con lui, appunto, ottengo anche il suo autografo. Nella concitazione del momento, tutti i ragazzi hanno preso delle palle da baseball da farsi firmare come ricordo, incluse quelle che erano state approntate come omaggio per noi intervistatori, lasciandoci quindi solo con un inappropriatissimo block notes dove custodire la firma di un mito. La mia fotografa, però, per fare la foto artistica di una pallina “vissuta”, ne aveva messa una da parte e riesce a passarmela in extremis. Ho finalmente anche io il mio autografo “come si deve”.

Tra il dispiacere generale per non aver potuto parlare con Carew, i due addetti della FIBS mi segnalano qualcosa degna di nota: la presenza di Robert Eenhoorn, manager della nazionale olandese (e giocatore di Yankees ed Angels negli anni '90) venuto ad osservare i suoi pupilli al lavoro. Ottimo. Purtroppo però, non va come avrei voluto ed anche lui si accomiata a sua volta dopo pochi secondi.

Riuscirò a fare qualche intervista? Me lo domando e lo chiedo anche a Landi e Caldarelli che mi rassicurano. La partita sta ormai volgendo al termine ed arriva la troupe di TeleTirreno che si unisce a quella di AFN (American Forces Network) già  presente sul campo. Sono le battute finali, quando l'inestimabile Dan Bonanno ci concede l'onore di entrare in territorio di foul per filmare da dietro lo screen, dove ancora sono seduti Lee Smith, Bruce Hurst e Bill Holmberg che scambiano due battute con noi e ci permettono di filmare la loro radar gun in azione coi ragazzi. Minuti di gloria prima che finisca la partita. Ultimo out ed adunata generale di coach e giocatori al centro del diamante. Sorrisi, parole di affetto e stima reciproche e vari applausi di ringraziamento conditi da qualche battuta di spirito. Rompete le righe e ragazzi che si fiondano a farsi firmare l'impossibile: da casacche, a mazze, a palle, a berretti. E' un'orda assatanata di tifosi che acclama i suoi idoli, con intorno fermento, risate e milioni di “click!”

I cori sono praticamente unanimi: “Coach, firmi qui!”, “Coach, una foto!“. Inutile dire che questi miti del baseball americano, non solo non si facciano pregare, ma si prestino come se fossero a loro volta tornati bambini, a soddisfare le richieste dei loro allievi. E sono pose da gita scolastica, con abbracci e smorfiette, e con Lee Smith che si atteggia stile rapper davanti alla macchina fotografica e poi stritola i vari “malcapitati” in affettuose e forzutissime strette da wrestler.

Posso essere da meno? Posso non farmi foto o prendere autografi? Non credo serva risposta.
Lee Smith mi vede, mi afferra, mi avvolge sotto il suo braccione e vista la differenza notevole di altezza, si abbassa per posare la sua guancia sulla mia testa. La mia ragazza che faceva la foto, per poco non è morta per le risate convulsive, allora lui ha provato a cambiare posa, piegandosi sulle ginocchia. Ormai non riuscivamo quasi più a trattenerci ma alla fine siamo riusciti nella sospirata impresa dello scatto della foto.

Sono gasatissimo e vado a pizzicare anche Jim Lefebvre chiedendogli se gli dispiaccia fare una foto. Lui mi risponde “Si” e io evidentemente faccio trasparire il mio stupore per la sua risposta perchè lui scoppia a ridere e mi dice “Intendevo, sì, puoi farla!” e non che gli dispiacesse, anzi. Quindi altro abbraccio, altro ricordo.

Arriva quindi il turno di Bruce Hurst (dulcis in fundo) al quale dichiaro subito il mio amore da membro della Red Sox Nation. Foto, risate e quattro chiacchiere sulla squadra e un occhio all'orologio mi suggerisce che sia ormai tempo di interviste. Si decide di farle così, seduta stante, sul campo, vicino al dugout di terza base. Oltre un quarto d'ora di goduria, in cui si dimostra ancora più gradevole e simpatico, nonchè umilissimo nella sua grandezza di atleta. Nel nostro mondo privato perdiamo la cognizione del tempo e non ci rendiamo conto che, essendo quasi ora di pranzo, praticamente tutti abbiano sfollato.

Jim Lefebvre invece, solertissimo, è ancora in prima linea e colgo l'occasione al volo per fargli le domande che mi ero prefissato. Mi concede tutto il tempo necessario, con una piacevolezza disarmante, dimostrando una volta di più tutta la competenza e la classe che gli vengono riconosciute. Finita la chiacchierata è davvero ora di andare a pranzo, ma sono stato trattato con così tanto rispetto e gentilezza che ho la sensazione che se avessi avuto bisogno di un'altra ora per parlare con lui, l'avrebbe concessa col sorriso.

In compagnia di Marco Landi ed un collaboratore di TeleTirreno e FIBS, salutiamo Maurizio Caldarelli e ci incamminiamo verso il ristorante. Di fianco a noi, in auto, passa Jim Lefebvre che simpaticamente saluta la mia fidanzata con la manina. Che dire… Il tragitto verso il pasto è una ghiotta occasione per scambiare altre impressioni con i miei interlocutori circa Mike Piazza, i sorprendenti Tigers di quest'anno e John Franco. La conversazione rimane viva anche a tavola con gli altri commensali, tra cui il campione italiano Fabio Betto che si è unito a noi per l'occasione. La sala è gremita, ci sono tutti i giocatori e nell'ala dove soggiorniamo noi ci sono tutti i coach, incluse le “leggende” che sono sedute al tavolo accanto al nostro.

Parlando di pitch counts, velocità  di punta (Figueroa sembra essere quello che tocca i picchi maggiori in Italia) e affini, il pranzo volge al termine ed è il turno di intervistare Lee Smith. Dire che non si sia fatto pregare e si sia messo a completa disposizione, trovo che sia superfluo a questo punto. Ci siamo accomodati fuori dalla sala e abbiamo fatto una chiacchierata tra amici, con risate, battute ed elogi alla mia fidanzata/camerawoman che era molto professionale e che ironizzava sul suo essere un “treppiedi” umano. Ovviamente quando ho affermato che dietro ad ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, le risate si sono sprecate e lui ha invece scherzato sul fatto che la sua, di grande donna, lo avesse abbandonato a far sport, mentre lei ed altri familiari erano intenti a fare i turisti, in giro per la Toscana.
Come faccia un fuoriclasse di questo livello, con una personalità  del genere, a non essere nella Hall of Fame, è un mistero per me che va oltre ogni mia comprensione.

Tristemente mi rendo conto che il mio compito qui sia ormai esaurito ed allora chiedo una penna per far firmare anche a Lee la palla. Penna che naturalmente è in possesso della mia ormai assistente tuttofare che mi guarda rassegnata, ormai allo stremo delle forze. Il suo viso è così espressivo che Lee scoppia a ridere e la difende dicendomi che proprio non posso fare niente senza di lei, rendendola felice e ripagandola un po' dei suoi sforzi.

Nel lasso di tempo dell'intervista, il ristorante ha finito il suo servizio ed i commensali sono andati via da diverse uscite. Mi ero ripromesso di bloccare un attimo Bruce Hurst per far firmare anche a lui la palla, visto che per non abusare troppo di lui, non gliel'ho fatto fare al campo. Caso sfortunato ha voluto che non riuscissi a rincontrarlo, con mio sommo dispiacere. In mio “soccorso” è arrivato però il sempre encomiabile Dan Bonanno che si è offerto di provare a farmi autografare la palla da Bruce, per poi inviarmela in un secondo momento. Un gesto che per me ha significato tanto.

Come spesso accade però, una noticina stonata c'è stata: ho perso una penna che per me era un caro ricordo, probabilmente nell'entusiasmo della mattinata, al campo. Ma ho avuto tanto appoggio nella ricerca e persino Bill Holmberg si è messo a disposizione con estrema cortesia scrivendo un piccolo annuncio per ritrovarla. Sembrava davvero di essere tra amici fraterni. Alla luce di tutto ciò, mi è dispiaciuto ancora di più lasciare quell'ambiente così sereno, che incarna in pieno i veri valori dello sport: amicizia, umiltà , disponibilità  e rispetto.

Ormai è tardi, le valigie sono pronte ed è tempo di andare. Sono alla reception per saldare il conto della camera e scambio due battute finali con alcuni ragazzi dell'Accademia che sono di passaggio. Sentendomi parlare inglese da madrelingua, si arrischiano a chiedermi se per caso sia uno scout MLB. Spiegando loro la vera natura della mia visita ed il motivo del mio bilinguismo (ho frequentato un liceo americano e preso la laurea in Inghilterra), temo di deluderli cocentemente, ma a parte una leggera disillusione si finisce per scherzare simpaticamente e ci si saluta col sorriso.

Lasciamo l'Accademia alle nostre spalle e mentre l'autobus ci riporta a Bari dopo altre 12 ore di viaggio, tiro le somme di questa esperienza.
E' stata faticosa, è costata un occhio della testa (tra viaggi e camera del CPO), ho perso la mia penna e non ho potuto intervistare Rod Carew, ma ne è valsa veramente la pena comunque ed è stato illuminante scoprire un mondo del genere.
Spero di poter tornare in quest'oasi quando verrà  Mike Piazza in Italia: sarebbe un sogno. Per ora, però, è tutto qui.

Ultimo, ma non ultimo, è giunto il momento dei ringraziamenti: Grazie a Maurizio Caldarelli e Marco Landi (ufficio stampa FIBS) per avermi permesso di essere presente ed intervistare delle leggende. Grazie a Dan Bonanno per la disponibilità  e la simpatia infinite. Grazie a tutti i Major Leaguers ed i coach. Infine grazie a quella santa donna della mia fidanzata/camerawoman/fotografa/tuttofare.

Continuate a seguirci nei prossimi giorni per le tre interviste e le foto!

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