Anti-Rookie Report

Steve Nash e Jason Kidd continuano a spiegare basket alla loro veneranda età …

E' un percorso comune a tutti gli sport, antichi e moderni, quello che vede il progressivo e costante miglioramento "fisico" degli atleti. Caratteristiche quasi arrivate all'esasperazione, la velocità  e la muscolarità  caratterizzano l'attuale evoluzione di ogni disciplina sportiva.

Questi elementi, sia pure assolutamente normali, sono propri delle nuove generazioni, a fronte delle quali quelle più vecchie arrancano e pagano dazio, spesso assai crudelmente. Ciò incide sulle carriere, che si accorciano sensibilmente o addirittura si concludono in modo vergognoso, talvolta anzitempo.

Variabili di prima importanza, in questo discorso, sono poi i vari acciacchi e infortuni; il calo motivazionale e l'appagamento per stipendi notoriamente spropositati. Qualche nome per capirci: Steve Francis, Stephon Marbury, Darius Miles etc., già  entrati a rimpinguare la sezione "NBA History".

Per ciò, isolando tutti i cestisti "di una certa età ", si noterà  che, pur essendo di numero limitato, c'è ancora un motivo per cui sono sul parquet. Un motivo molto spesso validissimo, non dovuto a ciò che furono, ma a ciò che sono e possono dare.

Contro ogni tipo di "evoluzionismo cestistico", essi dimostrano quanto la loro esperienza, se non il loro vigore, sia fondamentale, anche nell'epoca che riconosce "The King" in LeBron James.
Così ci si trova di fronte a carriere encomiabili, quasi esempi di etica sportiva, che sarà  bene ricordare.

Il limite per la nostra analisi è la generazione di Garnett, quella del 1976, che non viene inclusa: sia perché "The Big Ticket" e i suoi coetanei sono ancora a trentaquattro anni (ne parleremo nel 2011), sia perché l'attuale stella di Boston è il primo illustre esempio del passaggio high school - professionismo.

Ecco chi, nel 2010, merita una menzione

Steve Nash (1974)

Si inizia, necessariamente, dalla Hall of Fame. Mentre la situazione dei suoi Suns pare buona, ma non certissima in chiave di post-season, Nash continua ad inanellare cifre sontuose (18 ppg + 11 ppg, escludendo chiaramente le briciole), pari a quelle che lo resero MVP per due anni di seguito. E' la felice storia di un atleta completo, che dopo i primi quattro anni di gavetta ha conquistato tempo e modo per dominare la NBA.

Lo scorso anno, l'esclusione di Phoenix dai play-off ha avuto del paradossale, dovuta quasi esclusivamente alla competitività  della Western Conference: con un quintetto comunque molto competitivo, questo Nash sarà  essenziale. E, probabilmente, assai motivato.

Jason Kidd (1973)

Tra Dallas, Phoenix e New Jersey fu una sorta di tripla doppia in movimento. Il suo ritorno a Dallas ha avuto del romantico (si confronti con il percorso inverso di Steve Nash, che nel 1996 esordiva con i Suns), ed è dovuta ad un semplicissimo motivo tecnico: un giocatore del calibro di Dirk Nowitzki necessita, al suo fianco, di un play determinante. Quella tra Jason Kidd è, con Nash, una specie di "vita parallela", con Giasone avanti di un anno.

La completezza è un conclamato pregio dell'assistman dei Mavs, che anche in anni di lieve declino non smette di giocare meno di 36 minuti a partita, con statistiche equamente divise tra punti, rimbalzi e passaggi vincenti (ne risente, forse, il solo Jason Terry). Sarà  fondamentale in post-season.

Derek Fisher (1974)

Ultimamente i suoi tiri decisivi sono divenuti quasi "proverbiali". Questo è in virtù di un palmarès sempre più ricco e di un ruolo che si riscopre, negli anni, sempre più decisivo: a conferma le prestazioni nelle ultime Finals, in cui è stato il Robert Horry della situazione.

Perse il posto da play titolare nel 2003, e nel 2004 si trasferì: due anni ai Warriors, un anno ai Jazz, che lo videro ai massimi personali quanto a statistiche. Poi, dal 2007, ancora Lakers. Il dato curioso sono le analogie con quel 2003: segna esattamente gli stessi punti (7,1 ppg), ma a differenza di allora è il titolare inamovibile (striscia continua di circa 200 partite in regular season). Al trentaseiesimo anno di età , c'è il pericolo di vederlo nuovamente in campo fino a giugno.

Chucky Atkins (1974)

Come Ben Wallace, è tornato ai suoi Pistons, senza tuttavia aver mai fatto parte dei Pistons che vinsero l'anello, né dei finalisti dell'anno seguente. Ai tempi, Chucky giocava basket di alto livello, ad Est con i Celtics e ad Ovest con i Lakers (massimo in carriera di punti per gara). L'equazione era semplice: con un Billups in più, ed un Atkins in meno, Detroit diventava da titolo.

Ragionamento semplicistico, si obiettò, poiché ometteva di parlare di tale Rasheed Wallace, altra addizione a quei Pistons su cui avremo modo di tornare, nonché il fatto che tra 2003 e 2005 si ebbe il miglior Atkins di sempre. Poi, un girovagare a Memphis, Washington, Denver e Oklahoma: anche per Atkins, come per altri nomi che seguiranno, quella presente è la stagione più significativa da 3-4 anni a questa parte.

Anthony Carter (1975)

Scoccati i 35 anche per Anthony, le sue attuali prestazioni non si discostano di molto da quelle dell'intera carriera, a dire il vero mai troppo brillanti. Ciò è dovuto ad un paio di annate sostanzialmente non disputate (due presenze alla prima stagione ai Nuggets, cinque nella parentesi di San Antonio), ma anche ad un ruolo che è da sempre quello del gregario. Solo all'undicesima stagione nella NBA, il play riesce a raggranellare qualcosina alle voci punti, assist, recuperi, le ultime due delle quali sono sue classiche prerogative.

Anthony Johnson (1974)

Dopo due anni passati a vagabondare per quattro o cinque squadre, pare abbia trovato nei Magic un momento di stabilità . Ad un rendimento, com'è ovvio, molto ridimensionato, ma si pensi, connesso con il suo essere rimasto ad Orlando, al "paradosso" di Rafer Alston: dalle Finali ai Nets, la squadra con la peggior partenza della storia. E siccome non si vive di soli Jameer Nelson e Jason Williams, i suoi 15 minuti a sera sono un effettivo contributo alla causa.

Jason Williams (1975)

Si tratta di una delle vicende più liete della stagione, lo si può affermare anche prima del giro di boa. Un anno di inattività  dopo gli Heat, poi un ritorno in grande stile, ancora in Florida. Il funambolo è ancora abile a portare 7,2 ppg e 4,4 apg (si confronti il caso, analogo ma non altrettanto felice, di Tinsley a Memphis), e con tutta probabilità  servirà  non poco a Dwight Howard e soci.

A conti fatti, Williams "si è potuto permettere" di stare fermo per tutto questo tempo, almeno a giudicare dallo smalto che non ha perso. Dopo Sacramento, ove gli preferirono Mike Bibby, dopo i grandiosi Grizzlies di Hubie Brown, e dopo i fasti di Miami, questa esperienza ai Magic dimostra come il play non fosse solo spettacolare, ma anzi ambìto da squadre almeno in lizza per i playoff.

Allen Iverson (1975)

Chiusa l'insulsa avventura di Memphis, quando pareva che "The Question" fosse a tutti gli effetti il ritiro o meno, ecco che il cuore ha prevalso su tutto.

Un ritorno di fiamma, ma anche un ritorno dovuto, vista l'assenza di mercato attorno ad Iverson. Il quale aveva ancora punti da dare, e a Phila questo è stato recepito: siamo tranquillamente attorno ai 15, bottino imparagonabile al passato, ma ben più nobile dei minuti messi assieme tra i giovani Grizzlies. La fine della saga ci riconduce agli inizi della stessa, ma pare che, anche ai sostenitori di Denver, il diretto erede (putativo, s'intende) di Doctor J abbia lasciato un ottimo ricordo.

Si attende di capire quanto AI sia ancora in grado di rovinare, con le proprie mani e le proprie scelte, una carriera già  stellare.

Michael Finley (1973)

E' la situazione, frequente, del point-man che riduce il numero di tiri presi, per poi vincere l'anello- la tradizione dei vari Mitch Richmond, JR Rider. Grande marcatore con Phoenix e Dallas (si rinnova l'intreccio tra il team dell'Arizona e la franchigia di Cuban), arrivò agli Spurs nel 2005, salvo poi essere sempre tra i primi sei uomini della rotazione di Popovich.

Questo è, forse, il momento più evidente del declino (5,2 ppg in 18 mpg, minimi storici), nonostante percentuali ancora all'altezza. E' il canto del cigno di un All-Star, grande penetratore di aree e tiratore dalla lunga, che gli Spurs possono portare come fiore all'occhiello di un ottimo roster. Più di 17000 punti in carriera, ancora il 41% da 3.

Grant Hill (1972)

A questo punto, la forza di volontà  si è vendicata sulla natura. Di recente, a proposito dell'infortunio di Greg Oden, sono stati interpellati due giocatori dello stesso team: Amare Stoudemire, in qualità  di vittima recente di infortuni, e Grant Hill, "vittima storica" degli acciacchi al fisico. Grant ha, inevitabilmente, fatto forza al pivottone dei Blazers: è un incoraggiamento vivente. Hill è riuscito ad arrivare dove Penny Hardaway o Steve Francis si sono, purtroppo, dovuti fermare.

Quanto agli obiettivi di squadra, vale il discorso fatto per Steve Nash, mentre rimettendosi al solo dato individuale, Grant ha vinto la sorte, giungendo alla stagione numero quindici sul campo. Era ritenuto, a Detroit, un altro di quei "nuovi Jordan" tanto attesi fino a Kobe Bryant e LeBron James; ora è un solido veterano grazie al ritrovato rendimento in maglia Suns, coinciso più d'una volta con un prolungamento del contratto, rinnovato di anno in anno.

Rasheed Wallace (1974)

Ufficialmente considerato tra i vincenti dopo i fasti in MoTown, Sheed ha scelto consapevolmente di abbassare il proprio impiego (22 mpg.) al fine di competere nuovamente per il titolo. Ancora ad Est, di cui è diventato espertissimo conoscitore.

Si inserisce all'interno di un meccanismo già  rodato, nell'ottica di alternarsi ora con Garnett, ora con Kendrick Perkins. Non ha neppure perso la vocazione alla protesta verso gli arbitri, e al fallo tecnico come marchio di fabbrica. 15 mila punti, 7 mila rimbalzi, 2 mila assist: sempre ai playoff dal 1996-'97; quattro volte All Star.

Un dato che al momento non depone a favore dell'integrazione di Sheed nei Celtics, sono senz'altro le percentuali al tiro, ma si può ragionevolmente supporre che da qui all'approdo alla fase successiva, il nostro le raddrizzi.

Ben Wallace (1974)

E' la sua annata migliore dai tempi di Detroit. Non che a Cleveland e Chicago avesse proprio sfigurato, ma era lecito supporre un suo calo vertiginoso in questa stagione. Invece, allo stato attuale, è Big Ben il titolare sotto le plance dei Pistons, rianimato dal ritorno in patria e dal bisogno che tutta la squadra ha di lui. Resta uno dei rimbalzisti più puri e più forti della NBA, resta il consueto pivot atipico, non altissimo (206 cm) ma quadrato.

Pareva dovesse contendersi il posto quantomeno con Kwame Brown e Chris Wilcox: a prescindere dal divario anagrafico e dalle differenti situazioni personali di questi ultimi, Ben sta viaggiando a circa mezz'ora a serata, con una media-rimbalzi (9,6) non distante dalla media in carriera (10,2).

Antonio McDyess (1974)

E' inutile dire quanto Toto' faccia comodo al sistema di lunghi degli Spurs. Come sempre imbarazzante ai tiri liberi (tratto comune a molti dei lunghi qui ricordati), dal campo si fa rispettare; i rimbalzi a referto sono tanti quanti i punti (5,6 rpg e 5,5 ppg). Essere, a trentasei anni, un quasi-titolare in questa San Antonio, è un'ulteriore testimonianza di un'altra "resurrezione". Si ruppe nel 2001-'02, riapparendo quasi due anni dopo più o meno in difficoltà , tra NY e Phoenix. Ancora una volta si torna a ringraziare Detroit, per averlo accolto e rigenerato.

Ha disputato, nel 2009, delle sontuose serie di playoff, e non è stata la prima volta. Senza poter prevedere quanto possa andare avanti, McDyess sta chiudendo in maniera ampiamente dignitosa.

Theo Ratliff (1973)

Nuovamente compagno di squadra di McDyess, le sue sorti non sono affatto paragonabili a quelle del collega. Il minutaggio è il minimo di sempre, ma è ancora un "tappabuchi" da dieci minuti a incontro. E' riapparso in postseason (dove mancava dal 2000) in maglia Pistons nel 2008, mentre nell'ultima stagione a Phila ha giocato ben oltre l'impiego delle annate precedenti, almeno stando al numero di incontri disputati. Conclude in una situazione di squadra ottimale, rasentando la stoppata di media a partita (0,9 bpg).

Joe Smith (1975)

Entrato nella storia dalla parte sbagliata, questa etichetta ne ha condizionato vita e carriera. Ma, a differenza di Olowokandi o Pervis Ellison (giusto per citare casi simili), ha onorato l'ingresso nella lega, legittimando la propria posizione con 15 anni da "pro". Statistiche mai così a terra.

Juwan Howard (1973)

Dopo il 28 novembre, il veterano dei Blazers è diventato indispensabile in rotazione, a causa degli infortuni che hanno falcidiato Portland (da Greg Oden alla polmonite di Steve Blake). E' la situazione più "tipica" in cui questi decani del parquet mostrano di poter essere ancora molto utili: si pensi allo stesso Mc Dyess, negli ultimi Pistons, o al monumentale Mutombo che sostituiva Yao Ming.

Il miglior Juwan Howard rimane certo quello di Washington, dal 1994 al 2001: in quegli anni, come in misura minore nei periodi tra Denver e Dallas, poteva essere un valore aggiunto per molte pretendenti all'anello. Tuttavia non esplose mai, risentendo del calo nei punti segnati che si concretizzò poi nel passaggio a Houston.

Attualmente, Juwan copre un dignitoso minutaggio (16,6 mpg), ha raddoppiato il proprio rendimento rispetto alle penose annate tra Dallas e Charlotte, è partito più volte in quintetto.
Questa è, dai tempi di Houston, la sua migliore stagione. Chris Webber che ne commenta la "dunk of the week" è un'emozione impagabile.

Kurt Thomas (1972)

Il buon Kurt, in vero mai stato devastante, sta trovando il suo quarto d'ora di gloria nella quieta -almeno cestisticamente- Milwaukee. Prossimo alle mille apparizioni nella NBA (non vi arriverà , comunque, almeno per questa stagione), Thomas si contraddistingue per due costanti: non segna, ma cattura rimbalzi.

Marcus Camby (1974)

In qualunque squadra abbia militato, Camby ha sempre avuto un senso: soprattutto, ha sempre trovato posto. Comandava l'area dei primissimi Raptors, giocava l'ultima finale nella storia dei Knicks, accoglieva Carmelo Anthony nella NBA a Denver, e ora fa quel che può sulla sponda povera di Los Angeles.

Qualche punto in meno, ma ancora una presenza dominante a rimbalzo e a stoppare, discipline nelle quali è stato tra i migliori negli ultimi quindici anni. Tacciato, agli esordi, di essere un mollacchione, il numero 23 appare ora una delle più ferme garanzie nel settore dei lunghi.

Zydrunas Ilgauskas (1975)

Nba.com ha pubblicato in questi giorni un articolo sulla longevità  di Zydrunas, dal quale Oden e Yao Ming dovrebbero prendere spunto, più che esempio. In effetti, più che la longevità , importa rilevare come il lituano abbia fatto fronte ad una serie interminabile di infortuni, quale quella che lo ha afflitto tra 1998 e 2002, tornando sul campo in splendide condizioni. Le stesse che ha palesato fino alla scorsa stagione (e, diremo, palesa tuttora, Shaq permettendo); le stesse che ne hanno fatto uno degli europei più forti e costanti di sempre.

E' inoltre un bel caso di fedeltà  incondizionata ad un'unica squadra.

Shaquille O'Neal (1972)

Si torna alla Hall of Fame per chiudere degnamente. Hanno un bel ridere, Buffa e Tranquillo, della sua lentezza: a parte l'evidenza di questo dato, Shaq è stato ingaggiato per la stessa ragione che ne ha caratterizzato la carriera, ovvero il conseguimento dell'anello. Così fu a Orlando, con cui fu finalista contro un Hakeem da sogno, così fu a Los Angeles e a Miami.

La ragione è intuibile: pur non essendo più la macchina da titoli degli scorsi lustri, Shaq è ancora un centro di valore, e nella penuria di pivot dei nostri giorni può servire ancora a molto. La parentesi ai Suns, con un'ultima stagione chiusa al di sotto delle aspettative di squadra, ma sorprendente sul piano individuale, non ha reso giustizia ad uno dei giocatori più devastanti della storia. Si attende la post-season per valutare il suo effettivo impatto, nonché la coesistenza con LBJ, ma, soprattutto, con Illgauskas.

Ora, probabilmente questo "riassuntino" è incompleto, presenta alcune sviste e omissioni, non tratta allo stesso modo ogni giocatore elencato: per questo si attendono segnalazioni e correzioni.

Tuttavia l'intento, oltre al voler rendere onore alla longevità  di molti campioni, è quello di instillare nel lettore la tentazione di andarsi a controllare su NBA.com anche le vicende di questi giocatori, cui il tempo non ha tolto dignità .

Grazie a loro, o meglio, facendo il punto sulle loro carriere, abbiamo ripercorso una piccola storia recente della NBA: titoli di MVP, Finali, serie di playoff, vari All Star Game e numerose lotterie di Draft. Non solo: sono un costante spunto di riflessione sui cambiamenti occorsi alla NBA del 2010, sempre più multietnica e mediatizzata.

Ad esempio si potrà  notare, avanzando dai piccoli ai lunghi, la rarefazione dei confini tra AG e C: ogni lungo di quelli qui citati – eccetto Shaq e il suo amico lituano – ha provato a cimentarsi in entrambi i ruoli.

Nell'era di Dwight Howard, questo è un elemento di sicuro rilievo: si è passati dalla decade che vedeva in campo, contemporaneamente, Olajuwon, Ewing, D. Robinson, Mourning, Mutombo, O'Neal, a dei pivot sempre meno "puri"; già  a 206-208 cm si varca il confine dell'ala grande e si arriva ai centri: ne siano prova gli impieghi da pivot di Nowitzki o Gasol (per i quali non è un fatto di statura, ma di ruolo), e di molti di questi vegliardi.

Si noterà  la difficoltà  nel vedere, anche qui, "bandiere": sono, se mai, bandiere della NBA, ma solo alcuni rappresentano un solo team (si vedano i casi di Kidd o Nash, equamente divisi tra due franchigie, e l'eclatante esempio di Shaq, finalista con tre squadre e campione con due).

Ma, di contro, molti sono ritornati ai luoghi cui erano maggiormente legati, e spesso questo è coinciso con il riscatto. Si guardi anche a quanti di questi sono stati richiesti e voluti da squadre che "vedono" la post-season.

In attesa di esaminare Garnett e Duncan, prossimi ai sette lustri, e tutti i loro coetanei, non resta che vedere come la stagione proseguirà  per questi "veterani". E' fondato il sospetto di vedere, a giugno, le dita di qualcuno di questi ornate di nuovi gioielli.

Sperando che, per tutti gli altri, il ritiro arrivi nella maniera più dignitosa possibile.

Post Scriptum: è notizia fresca l'acquisizione, da parte dei Milwaukee Bucks, di tale Jerry Stackhouse…

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