Boston-L.A.: la sfida infinita

Larry Bird e Magic Johnson. La rivalità  fra Celtics e Lakers al massimo spendore.

Quarantasei anni. Tanti quelli che sono trascorsi dalla prima storica finale fra Boston Celtics e Los Angeles Lakers.
L'inizio di una sfida che avrebbe incendiato i successivi cinquant'anni di vita della National Basketball Association, segnando alcune della pagine più belle, più importanti, più appassionanti nella storia della pallacanestro a stelle e strisce. Pagine indelebili nella mente di tutti gli appassionati.

Da un lato Boston. Dall'altro Los Angeles.
Due città  diverse come il giorno e la notte. Due mondi lontani migliaia di chilometri e non solo in senso geografico.

Ogni volta che i destini dei due mondi si sono incrociati in una finale NBA, ne è nato qualcosa di speciale, qualcosa di epico, che si è perpetuato nel tempo. Un titanico e celestiale confronto che di anno in anno si è andato rinnovando, arricchendo di significati, di nuovi ed affascinanti risvolti, portandosi dietro tutti i retaggi di un passato glorioso e mai dimenticato.

La più americana contro la più europea fra le città  degli Stati Uniti.
L'est contro l'ovest.
La tradizione contro una filosofia di gioco sempre diversa.
Hollywood contro Beantown.
Showtime contro Shamrock.
L'orgoglio celtico contro lo stile fashion di Los Angeles.

Con questo articolo, prendendo spunto dalla rubrica NBA Legendary Games sfoglieremo alcune di queste pagine, ripercorrendo le sfide più significative fra le due franchigie più titolate e gloriose nella storia del basket professionistico americano.
Ma anche le sfide più belle fra i tanti, celeberrimi campioni che hanno vestito le casacche delle due squadre: Cousy, Russell, Havlicek, Bird, McHale e Parish in maglia verde. Baylor, West, Chamberlain, Jabbar e Magic in maglia gialloviola.

Tutto ebbe inizio di sabato. Forse un sabato qualunque.
Era il 7 Aprile del 1962. Era l'inizio. Di ogni cosa.

The Start of it All

Correva la stagione 1961-62. I Boston Celtics venivano da tre titoli consecutivi, quattro in cinque anni.
Il loro profeta era William Felton Russel, un centro che con il suo gioco e la sua difesa aveva cambiato il modo di intendere la pallacanestro.
In Regular Season, Bill Russell aveva segnato 18.9 punti a partita, catturato 23.6 rimbalzi e portato Boston a tagliare il traguardo delle 60 vittorie.
La finale della Eastern Division sarebbe stata la solita eterna battaglia contro i Warriors di Wilt Chamberlain.

Dall'altro lato del grande fiume, un'atletica ala di nome Elgin Baylor ed una giovanissima guardia bianca dalle movenze sinuose di nome Jerry West stavano portando i Lakers, da poco trasferitisi a Los Angeles, a dominare la Western Division.
Los Angeles vinse 54 partite. In finale di Division eliminò Detroit e si presentò alla finalissima aspettando che si concludesse l'epico confronto fra Celtics e Warriors.

I Lakers speravano nella vittoria dei Celtics, perché, privi di un centro di livello, se potevano sperare di limitare offensivamente Russell, neanche la più flebile speranza avevano contro l'impressionante Chamberlain.
La serie si decise solo alla settima terribile partita. Sam Jones, a due secondi dalla fine, mise il jump che regalò la vittoria per 109 a 107 a Boston. Bill ne usciva nuovamente vincitore. Wilt ancora una volta sconfitto.

Era finale. Era Celtics-Lakers per la prima volta nella storia della NBA. The start of it all.
E già  da come evolse quella finale del 1962, tante cose si sarebbero dovute capire su quello che nel futuro questa interminabile, eterna, superba sfida ci avrebbe regalato.
Fu subito autentica, appassionante battaglia.

In gara 1 al Garden si impose Boston per 122 a 108. Ma i Lakers impattarono la notte dopo, vincendo per 129 a 122 gara 2 e ribaltando il fattore campo.
La serie si trasferì a Los Angeles dove oltre 15.000 spettatori assistettero a gara 3.
Boston condusse per larghi tratti di partita, ma a pochi secondi dalla fine, West impattò il risultato sul 115 pari.
Sulla rimessa Sam Jones cercò di pescare Cousy, ma ancora West intercettò il passaggio e volò in contropiede per depositare il canestro della vittoria. 117 a 115. Serie sul 2 a 1, L.A.
Gara 4 diventava subito una sorta di ultima spiaggia per Boston. Un'altra sconfitta ed il sogno del quarto titolo consecutivo sarebbe diventato puramente utopistico. I ragazzi in maglia biancoverde non tradirono le attese. Si imposero per 115 a 103 e riportarono la serie a Boston sul risultato di 2 a 2.
Ancora nulla di particolare era successo.

Ma gara 5 al Garden era alle porte. Fu la grande notte di Elgin Baylor. Solo lui. Segnò 61 punti (tuttora record per una partita di finale e fino al 1986 con Jordan, record per una partita di playoffs), catturò 22 rimbalzi. Non sbagliò assolutamente nulla.
“Una macchina” commenterà  a fine gara il suo marcatore Satch Sanders.
Anni dopo un giornalista chiese ad Elgin cosa ricordava di quella magica notte di gara 5. La risposta: “All I remember is that we won the game. I never thought about how many points I had”.
I Lakers, guidati dallo strepitoso Baylor, si imposero al Garden per 126 a 121.
Adesso avevano una gara 6 casalinga per chiudere i conti. Ma fallirono. Boston, inspirata da Russell, si aggiudicò la partita per 119 a 105.

Tutto era rimandato a gara 7. Era il 18 aprile del 1962.
All'intervallo i Celtics conducevano per 53-47, nonostante Sam Jones avesse tirato con un pessimo 1 su 10 dal campo. I Celtics mantennero il vantaggio per larga parte del quarto successivo. All'ultimo minuto del terzo periodo conducevano 73 a 67.
Poi Jerry West siglò 7 punti consecutivi, impattando la partita sul 75 pari con cui le squadre andarono all'ultimo quarto di gioco.
Gli ultimi terribili 12 minuti. E forse non sarebbero bastati.

A 6 minuti dalla fine il risultato era fermo sull'88 pari. Ma i giocatori in maglia biancoverde si ritrovarono ben presto con gravi problemi di falli nel tentativo di arginare il dirompente Baylor (per lui già  38 punti).
Tom Heinsohn, Sanders e Jim Loscutoff uscirono per falli in rapida successione. Russell reagì portando avanti i suoi sul 96 a 91. West rispose con un jump e Baylor mise un libero per il 96 a 94. Due tiri liberi di Russell ed una sospensione di West fissarono il risultato sul 98 a 96.
Ma a 18 secondi dalla fine i Lakers impattarono il risultato sul 100 pari. I Celtics avevano il possesso della vittoria. Frank Ramsey provò un gancio ma lo sbagliò. Rimbalzo di Los Angeles e time out. Cinque secondi alla fine. Adesso il possesso della vittoria ce l'avevano i Lakers. Baylor era la prima opzione. West la seconda. Non esistevano terze opzioni. Hundley ricevette la rimessa gialloviola. West e Baylor era coperti. Selvy era libero perché Cousy aveva raddoppiato su West. Hundley decise di andare dall'uomo libero.
Selvy ricevette palla e tirò da circa 8 passi, nonostante il frettoloso tentativo di recupero difensivo di Cousy. Un tiro che 8 volte su 10 metteva. Lo sbagliò. Baylor volò a rimbalzo ma questi finì preda delle mani di Russell. Overtime.
“Avrei ceduto tutti i miei punti per quell'ultimo, decisivo canestro”, le parole di Selvy a fine gara.

All'OT, Sam Jones segnò 5 dei suoi 27 punti complessivi. I Celtics si imposero per 110 a 107, guidati da un Russell letteralmente strepitoso. Trenta punti e quaranta (!!!) rimbalzi per lui.
Il quarto anello consecutivo, lo storico poker, era arrivato!…

Era il primo titolo che Boston conquistava in una finale contro Los Angeles e non sarebbe stato l'ultimo.

Seguiranno nei soli meravigliosi anni '60 altre cinque finali fra le due squadre. Tutte vinte dagli imbattibili Celtics che chiuderanno il decennio con un perentorio 6 a 0 a favore di Boston. 7 a 0 se consideriamo anche la finale del 1959, quando i Lakers risiedevano ancora nel Minnesota.

Furono tutte finali leggendarie, tutte finali su cui dovremmo soffermarci almeno un po', magari per narrare le gesta di Cousy e Russell, di Havlicek e dei due Jones, di Baylor e di West, tutte con gustosi aneddoti da raccontare.

Ma la più bella, la più grande, quella che sembrò definitivamente scavare un solco fra le due franchigie fu sicuramente la finale del 1969, quella dei palloncini al Forum, dello strano infortunio di Chamberlain, della grande rimonta mancata, delle lacrime di Jerry West, del primo trofeo di MVP assegnato.

Quella della grande disfatta gialloviola, quando tutto il mondo credeva che finalmente avrebbero distrutto l'eterna rivale, conquistato il tanto agognato anello.

Quell'anno Wilt Chamberlain era arrivato in California a formare con Baylor e West un terzetto dal talento straordinario destinato a stravolgere gli equilibri dell'intera lega.
Wilt era il tassello che era sempre mancato ad una squadra già  forte di per sé per diventare un'autentica corazzata difficilmente contenibile. Per la prima volta nella loro storia delle loro agguerrite sfide i Lakers avevano un centro di livello assoluto da opporre allo spauracchio Russell.

Ma entriamo nel dettaglio.
Da Quei palloncini al Forum di L.A.:

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I Lakers chiusero la regular season con un record di 55W e 27L e questo assicurò loro il fattore campo per la serie finale.
I Celtics invece iniziarono la stagione 1968-69, avvolti da un alone di scetticismo. Erano da tutti considerati troppo vecchi ed il titolo dell'anno prima, conquistato in sei gare di finale proprio contro i Lakers, era stato già  da tempo celebrato come il canto del cigno di una squadra e di un ciclo irripetibile. Il record di 48 vittorie e 34 sconfitte ed il quarto posto nella Eastern Conference non fecero altro che confermare questa diffusissima opinione.

A Boston, in cabina di regia, già  da anni non dirigeva più le operazioni il mitico Bob Cousy, ritiratosi alla fine del '63 e sostituito degnamente da K. C. Jones, in più dopo il titolo del '66 il coach Red Auerbach, passato assieme al suo sigaro alla dirigenza della franchigia, privò la squadra del suo straordinario apporto dalla panchina.
Il faro della squadra continuava ad essere l'anziano Bill Russell, ora anche nelle vesti di coach, alla sua ultima stagione da professionista.
In post-season i biancoverdi riuscirono a far la voce grossa con una spaesata Philadelphia, priva di Chamberlain, e con la franchigia nascente della lega, i New York Knicks.
Ma la finale era tutt'altra cosa.
Era contro Los Angeles. Era contro Chamberlain. Contro West. Contro Baylor.

Dirà  in seguito Jerry West: “La maggior parte degli anni precedenti loro erano più forti di noi, ma nel '69 non erano assolutamente migliori. Period. Noi eravamo migliori. Period. E Non abbiamo vinto. E quella fu la sconfitta più frustrante”.

In gara 1 West siglò 53 punti, Havlicek 39 e i Lakers si imposero 120-118.
Jerry replicò in gara 2 con 41 punti, Havlicek 43. Chamberlain fece registrare un appassionante duello con Russel a rimbalzo, Baylor siglò gli ultimi 12 punti dei Lakers e anche gara due andò ai californiani per 118-112. Dopo due gare si era sul 2-0 LA, e la serie come da pronostico pareva già  segnata.

Mentre da più parti si iniziava a favoleggiare di uno storico sweep, e già  si sprecavano le omelie funebri per la fine (non troppo prematura) della dinastia celtica, si tornò a Boston per gara 3 e gara 4.
Forse l'errore dei Lakers, fu quello di non credere in gara 3.
Considerarla naturalmente persa per un normale rigurgito dello smisurato orgoglio dei Celtics.
Persero gara 3. Ma con somma sorpresa di tutti gli states, persero anche una tiratissima gara 4 per 89-88.
E i Celtics riuscirono ad impattare la serie sul 2 pari.

Per gara 5 si tornò al Forum di LA. I Lakers comandarono fin dalla palla due e si imposero grazie a 39 punti del solito ed immenso Jerry West. Dal canto suo, Chamberlain stravinse il duello a rimbalzo contro Russell per 31 a 13. Ma a cinque minuti dalla fine della partita West si procurò uno strappo alla coscia destra e si presentò al Boston Garden per gara 6 imbottito di novocaina.
Aveva bisogno dell'aiuto dei suoi compagni per violare lo storico palazzetto dei Celtics, ma quell'aiuto non arrivò. Chamberlain mise a referto soli due punti, subì Russell a rimbalzo e Baylor fu limitato bene dalla difesa di Boston.
West siglò 26 punti ma non furono sufficienti per portare i suoi Lakers alla vittoria e quindi al titolo. Boston si impose per 99-90.

Nulla di troppo grave rappresentò comunque questa sconfitta per tutta Los Angeles e soprattutto per la dirigenza della franchigia.
La decisiva gara 7 era al Forum, dove i Lakers si erano dimostrati pressoché imbattibili e i Celtics nella serie vi avevano perso 3 volte su 3.

I Lakers prepararono un vademecum per le celebrazioni post-vittoria. I progetti per i festeggiamenti di un titolo che mancava dai tempi di Mikan e che a Los Angeles non era mai giunto, assorbivano tutte le energie della dirigienza della squadra in maglia gialloviola.
Il proprietario della franchigia, Jack Kent Cooke, ordinò migliaia di palloncini colorati e li fece appendere sul soffitto del Forum.
Quei palloncini avrebbero dovuto invadere il terreno di gioco non appena la partita sarebbe finita e avrebbero date il via alle celebrazioni per la vittoria.

Quando, quel lunedì 5 maggio 1969, giorno di gara 7, i giocatori fecero ingresso sul terreno di gioco, si narra che le reazioni dei due uomini simboli delle due squadre alla vista di quei palloncini colorati, furono contrastanti.
Bill Russell sorrise. E con la sua solita flemma, bisbigliò ad un compagno vicino: “Glieli ricacceremo ad uno ad uno nel c…!”

Jerry West invece andò su tutte le furie. Conosceva bene i Celtics verso cui nutriva un profondo rispetto e quasi timore per il loro smisurato orgoglio.
Pensava che quei palloncini potessero rappresentare la motivazione estrema che i Celtics cercavano e che, dopo anni e anni di incontrastate vittorie, sembravano aver smarrito.

Manco a dirsi, i primi 8 tiri su 10 dei Celtics si tramutarono in altrettanti canestri per un parziale iniziale di 24-12 per Boston.

Jerry West, che prima della gara faceva persino fatica a camminare, ma imbottito di antidolorifici, scese ugualmente in campo, prese letteralmente per mano la sua squadra e la portò alla fine del primo periodo ad essere sotto solo di 3 punti: 28-25, Celtics.
Un secondo quarto equilibratissimo portò il risultato all'intervallo sul 59-56 per Boston.

I Celtics sembrarono riuscire ad andarsene durante il terzo periodo quando si ritrovarono anche sul più 9 e solo uno stratosferico West riuscì a mantenere i Lakers in partita.
A 3 minuti e 39 secondi dalla fine del terzo quarto, Russell andò a canestro. Chamberlain tentò inutilmente di contrastarlo ma tutto ciò che ottenne alla fine fu di commettere anche fallo per un gioco da tre punti.

Bill trasformò il gioco e portò i Celtics sul 79 a 66, mentre il suo avversario, si ritrovava già  5 falli sul groppone.
Chamberlain giocò contratto tutto il quarto periodo, impostando una difesa molto soft nei confronti di Russell e i Celtics ne approfittarono per volare sul 91-76.

Il vantaggio salì fino a 17 punti, ma quando per i Lakers sembrava ormai tutto perso, Russell e K.C. Jones commisero in rapida successione i loro quinti falli personali.

A quel punto salì in cattedra il solito Jerry West. Praticamente da solo, ridusse lo svantaggio a 12 punti.
A complicare la vita dei Celtics arrivarono il quinto fallo di Havlicek, seguito a ruota dal sesto di Jones che chiudeva così la sua carriera in NBA. Aveva realizzato 24 punti fino a quel momento.
Ancora West ridusse lo scarto per i gialloviola e con sei minuti da giocare, col solo Havlicek a sostenere il peso di tutto l'attacco dei Celtics, il risultato era di 103-94 per Boston.

A 5,45 minuti dal termine Chamberlain durante uno scontro con Russell nella sua aerea, cadde male, infortunandosi la gamba. Sebbene l'infortunio non sembrasse grave, lo stesso Wilt chiese di uscire dal campo.

Tra il disappunto generale di un intero palazzetto che vedeva Jerry West trascinarsi una gamba in campo pur di portare la propria squadra sul tetto del mondo, il coach dei Lakers Van Breda Kollf fu costretto a mandare sul terreno di gioco il centro di riserva Mel Counts.

I Celtics non avevano più gambe e fiato. Immobili, speravano solo che il cronometro viaggiasse più velocemente possibile, confidando sugli errori dei Lakers. Ma West sembrava non essere letteralmente in grado di sbagliare. Continuò la sua personale battaglia contro tutto e tutti.
Con due tiri liberi portò lo svantaggio a meno sette. Successivamente con due jump dalla media in rapida successione, portò il risultato sul 103-100.

A tre minuti dalla fine il panchinaro Counts, il sostituto di Chamberlain, ricevette un assist delizioso ancora da West e mise a segno il canestro del meno uno. 103-102.
A quel punto Chamberlian si alzò dalla panchina e si dichiarò disposto a tornare in campo.
Ma la raggelante risposta del coach fu: “Mi spiace, ma andiamo abbastanza bene anche senza di te! Andremo fino in fondo con gente che vuol stare in campo anche soffrendo!”.

West rimase ignaro di tutto questo siparietto fra coach e proprio centro, ma quando ne fu messo a conoscenza dalla stampa, si dichiarò incredulo.

I Lakers ebbero più volte nell'ultimo minuto la possibilità  di sorpassare i Celtics ma sbagliarono diversi tiri liberi (per loro alla fine un misero 28 su 47 dalla lunetta) e alla fine furono puniti.
Don Nelson mise a segno il jump che voleva dire 108-106, Celtics.
E Russel a pochi secondi dalla fine della partita stoppò proprio Mel Counts.

Jerry West chiuse con 42 punti, 13 rimbalzi e 12 assist, ma fu Boston a vincere partita e titolo.
Uscì dal campo zoppicando. Si rintanò negli spogliatoi e cominciò a piangere a dirotto. E non solo per il dolore.

Havlicek entrò nello spogliatoio dei Lakers, lo abbraccio e gli disse: “Jerry, ti voglio bene!”.
Anche Russel entrò nello spogliatoio dei Lakers. Salutò Chamberlain poi si mise di fronte a West, gli strinse forte la mano, lo fissò intensamente per qualche secondo e se ne andò senza dire nulla. Un silenzio che valeva più di mille parole.
Quell'anno venne istituito il premio per il miglior giocatore della finale. Lo vinse proprio West, e tuttora rimane l'unico giocatore ad esserselo aggiudicato pur avendo perso la finale…

Qualche giorno dopo quella storica finale Bill Russell appenderà  la sue magiche scarpe al chiodo.

Dopo il suo ritiro e la finale del 1969, per diversi anni Lakers e Celtics si sarebbero guardati in cagnesco da una costa all'altra ma non avrebbero più incrociato le armi in una seria di finale.
Boston avrebbe vinto altri due titoli negli anni '70, uno contro la Milwaukee di un giovanissimo Jabbar, l'altro contro Phoenix nel 1976.

Los Angeles dopo aver perso il titolo del 1970 contro i Knicks, avrebbe finalmente sfatato il tabù dell'anello nel 1972 sempre contro New York.
Sarebbe stato il primo ed unico anello per il grande Jerry West che di lì a poco avrebbe dato addio al basket giocato, mentre Baylor a causa dei numerosi infortuni l'aveva già  dato all'inizio della stagione del titolo, chiudendo così la sua grandissima carriera senza un meritatissimo anello.

Per ritrovare Celtics e Lakers in una finale NBA dobbiamo fare un salto di quindici anni, arrivare a metà  di quegli anni '80, in cui la storica rivalità  fra le due squadre vivrà  nuovi appassionanti momenti, grazie a due ragazzi diversissimi fra loro, ma uniti da un unico irrefrenabile desiderio, la vittoria. I loro nomi erano Earvin Magic Johnson e Larry Bird

Magic e Larry erano entrambi arrivati nella lega nel 1979.
Il primo scelto dai Lakers col pick numero 1. Il secondo scelto dai Celtics col pick numero 6 al draft dell'anno prima, ma rimasto al college per un'altra stagione che trasporterà  tutta l'America sportiva, in un continuo crescendo di emozioni, all'indimenticabile ed indimenticata finale fra la Michigan State del “magico” e la Indiana State del biondo da French Link.

Al debutto in NBA, Bird portò i Celtics ad un miglioramento di 32 vittorie, vinse il trofeo di rookie dell'anno (33 preferenze contro le 3 di Magic) e trascinò la squadra fino alla finale di Conference dove si dovette inchinare alla forza ed all'esperienza dei Sixers del Dottore.
Magic disputò una Regular Season inferiore rispetto al rivale. Ma si esaltò nei playoffs ed in special modo in finale, dove diede vita ad una serie di prestazioni che culminarono nell'ormai mitica gara 6 allo Spectrum. Quella dei 42 punti, dei 15 rimblazi, dei 7 assist e dei 3 recuperi, sostituendo Jabbar nel ruolo di centro.

Larry si prese la rivincita l'anno successivo, trascinando Boston a superare in sette agguerrite partite l'ostacolo Sixers nella finale della Eastern. Quindi conquistò il suo primo anello abbattendo la resistenza degli stessi Rockets di Moses Malone.

Nel 1982 tornò a risplendere la stella Magic.
Bird disputò ancora unastagione eccezionale, ma la concorrenza ad est era nettamente più dura rispetto all'altra conference. I Celtics arrivarono di nuovo alla settima contro i Sixers per il titolo della Eastern. Ma stavolta persero.
I Lakers approdarono in finale con due facilissimi sweep ed ebbero facile ragione di una Philly spossata dalle tremende battaglie della costa orientale.

Il 1983 fu un anno di pausa per entrambe le superpotenze. La spuntò finalmente Philadelphia che, grazie all'arrivo di Moses Malone, condusse una stagione strepitosa e arrivò al titolo.
In quattro anni, Lakers e Celtics non si erano ancora mai ritrovate di fronte nei playoffs. Si guardavano in cagnesco, si studiavano, si temevano, si rispettavano. Ma mai una sfida. Mai una delle due squadre si era dovuta inchinare all'altra. Solo e semplicemente una lunga, estenuante sfida a distanza.

Eppure il tanto atteso duello era nell'aria. Il diritto a proclamarsi squadra regina e giocatore simbolo del decennio doveva inevitabilmente passare per le forche caudine di un incontro/scontro dal sapore deliziosamente antico.
Inizieranno proprio nel 1984. E, come avremo modo di leggere, sarà  spettacolo puro.

Da La prima volta di Bird e Magic:
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La Regular Season fu contrassegnata dal dominio di Boston e di Bird che elevò ulteriormente il suo livello di gioco. Il 33 chiuse la stagione con 24.2 punti, 10.1 rimbalzi e 6.6 assist. Conquistò il suo primo titolo di MVP stagionale.
I Celtics vinsero 62 partite e si presentarono ai PO come la squadra da battere ad est.

Sull'altra costa i Lakers dopo una brutta partenza vinsero 34 delle ultime 49 gare e chiusero la Regular con un bilancio di 54 vittorie, sbaragliando la concorrenza in una Western Conference, decisamente livellata.
Con due giorni di ritardo rispetto ai Celtics, i Lakers staccarono il biglietto per la finale.
Improvvisamente lo scontro che tutta l'America aspettava ormai da anni diventò realtà .
Da una parte Magic, dall'altra Bird. Due giocatori agli antipodi, nel modo di vivere e nel modo di interpretare il gioco del basket.
Il ricco signore di città , amante della bella vita e delle belle donne, estroverso, gaudente, dal sorriso solare, contro il contadino musone e di poche parole.

La serie iniziò con la sensazione che Los Angeles, nonostante il fattore campo avverso, fosse la favorita.
Lo stesso coach Jones nella conferenza stampa pre-gara 1 si ritrovò ad ammettere: “The Lakers are more talented than we are”.

Tuttavia c'era qualcosa di intangibile nell'aria che spostava decisamente l'ago della bilancia dalla parte bostoniana. Ed era la soggezione psicologica che i gialloviola nutrivano nei confronti dei biancoverdi.
Erano passati quindici anni dall'ultimo confronto in finale fra le due squadre. Ma i numeri erano scolpiti nella roccia, indelebili. E nessuno, né a L.A., né a Boston li aveva mai dimenticati.
Sei volte i Lakers avevano trovato i Celtics in finale. Sei volte erano stati sconfitti.

Domenica 27 maggio, le due squadre scesero sul parquet del Boston Garden per gara 1.
Kareem Abdul Jabbar, l'anziano capitano dei Lakers, il trentasettenne centro alla sua quindicesima stagione in NBA, segnò 32 punti, catturò 8 rimbalzi, smazzò 5 assist, diede 2 stoppate e recuperò 1 pallone. Tirò con 12 su 17 dal campo e fece 8 su 9 ai liberi. Tutto questo nonostante prima della partita fosse stato afflitto da una delle sue solite emicranie che avevano accompagnato tutta la sua splendida carriera.
Kareem regalò letteralmente la vittoria ai suoi. 115 a 109, Los Angeles. Fattore campo rovesciato.

Gara 2 diventava subito un'ultima spiaggia per i Celtics. Tutto potevano permettersi tranne che andare in California sotto per 2 a 0.
I Lakers si appoggiarono ad uno straordinario James Worthy che giocò 47 minuti, tirò con uno stratosferico 11 su 12 dal campo e mise 29 punti.

A 18 secondi dalla fine del tempo regolamentare, L.A. era avanti due. 115 a 113.
McHale subì fallo e andò in lunetta per portare la partita al supplementare. Ma sbagliò entrambi i liberi.
Mancavano 15 secondi alla fine. La palla era dei Lakers. Il 2 a 0 adesso era davvero vicino. Probabilmente un colossale sweep era vicino.
Ma il più classico degli equivoci fra allenatore e giocatore, diede ai Celtics il la per l'inaspettato recupero.

Pat Riley aveva detto a Magic di chiamare time out nel caso McHale avesse impattato il risultato dalla lunetta.
Magic lo chiamò ugualmente nonostante gli errori, favorendo Boston che si poté organizzare difensivamente.

Al ritorno sul terreno di gioco, Worthy effettuò la rimessa per Magic. Il 32 gialloviola restituì il pallone a Worthy.
James vide Byron Scott che tagliava in area. Provò a servirlo per due punti facili.

Ma Gerald Henderson, guardia di riserva di Boston, compì il miracolo. Intercettò il passaggio di Worthy e andò da solo in contropiede a depositare due punti facili che mandarono la partita all'overtime.
Negli ultimi secondi di tempo regolamentare, Magic lasciò che la sirena suonasse senza provare né un assist, né una conclusione.

Nel supplementare i Celtics si imposero per 124 a 121 e tornarono in corsa per il titolo.
“Ad esser sinceri, non fosse stato per quel recupero, probabilmente saremmo andati incontro ad uno sweep” furono le parole di Larry Bird a fine gara.

La sfida emigrò al Forum di Los Angeles sul risultato di 1 a 1.
In gara 3, Magic esplose con un vero e proprio show personale.
Distribuì 21 assist (record per una partita di finale) e lo showtime raggiunse una perfezione quasi chirurgica. I Lakers asfaltarono letteralmente gli avversari. Nel terzo quarto L.A. mise un parziale di 18 a 0, frutto di 10 errori al tiro dei Celtics e di 5 palle perse.

Risultato finale, 137 a 104. Uno scarto di 33 punti che era peggio di uno schiaffone sul viso per il “Celtic Pride”.
Dennis Johnson aveva segnato solo 4 punti e non era mai parso in grado di limitare difensivamente nessuno dei gialloviola. Bird esplose dopo la sonora sconfitta. Accusò la squadra di aver giocato come “un branco di… effeminati”. Quindi aggiunse: “Se non rimettiamo i nostri cuori al loro posto, non avremo speranze!”.

Il giorno dopo i giornali losangelini iniziarono a proclamare James Worthy sicuro MVP della serie al termine delle finali. Davano per scontata la vittoria gialloviola. Un errore più volte commesso a L.A.

Per gara 4, K.C. Jones, aggiustò le marcature. Spostò DJ su Magic. Quindi fece leva sul cuore dei propri ragazzi. Ne nacque una gara leggendaria.

I Lakers partirono ancora una volta molto forte, dando l'impressione di poter bissare la vittoria casalinga.
Bird cercò di risvegliare i suoi compagni. Spintonò Michael Cooper che ritardava una rimessa. M.L. Carr dalla panchina urlò a squarciagola alla squadra di essere più aggressivi.
McHale ubbidì. Kurt Rambis partì solo in contropiede per andare ad appoggiare un facile layup. Kevin lo rincorse e lo stese letteralmente.
La rissa che ne nacque venne subito sedata, ma poco dopo Kareem rifilò una gomitata a Bird. I due non arrivarono alle mani solo perchè furono divisi in tempo.

Si venne a creare una strana tensione in campo e sugli spalti. Ma “i meno talentuosi celtici” erano più portati alle battaglie rispetto agli avversari. In quel momento partita e serie cambiarono decisamente direzione. I biancoverdi la misero sul piano fisico. I gialloviola apparvero palesemente intimiditi. Boston recuperò lo svantaggio.

Los Angeles conduceva ancora di 5 quando mancavano meno di due minuti alla fine.
Parish fu determinante. Intercettò un brutto passaggio di Magic. Poi mise un gioco da tre punti su rimbalzo offensivo. Lo stesso Magic sbagliò due liberi, poi Bird forzò l'overtime con un 2 su 2 dalla lunetta in un caos infernale, in cui mostrò un sangue freddo superiore al rivale.
Al supplementare Boston si portò subito avanti. Worthy sbagliò il tiro del pareggio. Cedric Maxwell gli si avvicinò e con un eloquente gesto gli fece capire che ai Lakers ormai mancava l'aria.
Bird chiuse la partita battendo in uno contro uno Magic e andando a depositare il canestro del 129 a 125.

Gara 4 fu fondamentale perché i Celtics capirono che i Lakers, nonostante il loro gioco veloce e spumeggiante, avevano un grosso limite. Mal tolleravano il gioco fisico.
I Lakers potevano essere intimiditi.

Al termine della partita, Riley definì i Celtics “Un branco di assassini”.
Ma la dichiarazione più spettacolare la rilasciò Cedric Maxwell: “Prima che McHale stendesse Rambis, i Lakers sembravano dei bambini incoscienti che attraversavano continuamente la strada senza guardare. Dopo il fallo hanno capito che era più conveniente fermarsi, spingere il bottone, aspettare il verde del semaforo e guardare da una parte e dall'altra prima di attraversare!”

Due partite al Garden, due partite al Forum e serie sul 2 a 2.
Le vittorie dei Celtics erano maturate in rimonta ed entrambe all'overtime.
Si tornò in una Boston boccheggiante e percorsa da una forte ondata di caldo per giocare gara 5.

Nel vetusto Garden, impianto ancora senza aria condizionata, si raggiunse quel pomeriggio la temperatura di 36°.
Jabbar più volte fece ricorso alla mascherina dell'ossigeno durante la partita. I ventilatori ronzavano furiosi ma rigettavano solo aria bollente.

In quel clima rovente in tutti i sensi, i Celtics giocarono la miglior partita della serie. Bird segnò 34 punti, frutto di un 15 su 20 al tiro. Dennis Johnson segnò 22 punti. Boston si impose per 121 a 103 e per la prima volta si ritrovò in vantaggio nella serie. L.A. era spalle al muro.

I Celtics sembrarono poter chiudere la faccenda in gara 6 al Forum. Ma Jabbar segnò 30 punti e prese 10 rimbalzi. I gialloviola recuperarono nel terzo quarto uno svantaggio di 11 punti e si imposero per 119 a 108.
Un ottimo Bird (28 punti, 17 rimbalzi, 8 assist e 3 stoppate) non era bastato ai suoi.

Tutto era rimandato all'ultima terribile partita. Nel Massachussets.
Lakers da un lato, Celtics dall'altro. Una serie finale. Una gara 7. Il Boston Garden. Nessuno avrebbe potuto aspettarsi di meglio.

Quella gara rappresentò l'apoteosi biancoverde. Cedric Maxwell, poco prima di scendere sul parquet, dichiarò ai suoi compagni di saltare sulle sue spalle. Era pronto a portarli alla vittoria.
E lo fece.

A metà  tempo, Maxwell aveva messo 11 canestri su 13 tentativi. Terminò la partita con 24 punti, 8 rimbalzi e 8 assist. Bird realizzò 20 punti e catturò 12 rimbalzi. Parish, 14 punti e 16 rimbalzi. DJ 22 punti.

I Lakers si ritrovarono ad inseguire per tutta la gara. Rimontarono dal meno 14 fino a portarsi sul meno 3 quando mancava poco più di un minuto da giocare. 105 a 102.
Magic aveva il possesso del possibile pareggio. Ma Dennis Johnson gli rubò la sfera. La palla fu recuperata da Michael Cooper che servì ancora Magic.

Il numero 32 avanzò verso l'area avversaria, vide Worthy sotto canestro. Ma ancor prima che riuscisse a servirlo, Maxwell andò a rubargli nuovamente l'arancia.
La partita dei Lakers finì in quel momento.
I Celtics si imposero per 111 a 102. Arrivò il titolo.
Larry Bird fu eletto MVP della serie. E la stagione si chiuse ancora una volta con Boston sul tetto del mondo ed il popolo biancoverde in delirio"

Quella del 1984 era stata la settima finale dei Lakers contro i Celtics. La settima sconfitta.
Per Los Angeles sembrava davvero una maledizione. Boston in finale sembrava essere imbattibile. Il parquet incrociato del Garden inviolabile.

L'orgoglio celtico, la Mystique del Garden, il folletto che deviava le parabole di tiro degli avversari e agevolava quelle dei biancoverdi, mai come nell'estate del 1984 sembrarono fattori tangibili e non solamente leggende.

Boston era una di quelle squadre che costruiva le proprie vittorie ancor prima che sul campo, nella testa dei loro avversari.
L'alone di leggenda che vent'anni prima l'immenso Bill Russell aveva contribuito a creare attorno ai Celtics a suon di vittorie, l'aurea di invincibilità  di cui la squadra era circondata, facevano sì che battere Boston in una serie finale fosse un'impresa ben più improba di quanto le reali forze in gioco potessero dire.

Fino al 1985, il ruolino di marcia dei Celtics era stato impressionante. Sedici finali disputate. Quindici vittorie. Una sola sconfitta.
Wilt Chamberlain, Jerry West, Elgin Baylor, Paul Westphal, Kareem Abdul Jabbar, lo stesso Magic Johnson si erano dovuti a turno inchinare alla dura legge dei ragazzi del Massachussets.
Solo Bob Pettit, l'ala di St. Louis, era riuscito nella mitica impresa di sconfiggere Boston in una finale. Era accaduto nel 1958. Ere precedenti. E Russell quella serie non l'aveva neanche giocata per infortunio.

Ma tutti i cicli sono destinati a finire. Tutti i record sono destinati ad essere battuti. Tutti i re sono destinati a cadere dal trono. E magari, ad essere applauditi, nonostante tutto.
Successe fra il maggio ed il giugno del 1985. La straordinaria striscia vincente dei Celtics in finale arrivò al suo epilogo. Il tabù era stato sfatato. La leggenda abbattuta.

Da Il Re è morto! Evviva il Re!:
""…
Ancora una volta il protagonista assoluto della Season fu Larry Bird.
Il biondino in casacca verde giocò come meglio non aveva mai fatto prima. Chiuse con 28.7 punti, 10.5 rimbalzi e 6.6 assist per gara. Vinse il suo secondo MVP consecutivo e condusse Boston al miglior record NBA. 63 vittorie. 19 sconfitte. I playoffs dei Celtcis fino alla finale furono quasi una formalità .

I Lakers vinsero una partita in meno in stagione. In offseason sweeparono Phoenix, vinsero in 5 gare contro Portland e Denver e si presentarono in finale per la rivincita dell'anno prima.
Il fattore campo pendeva nuovamente dalla parte biancoverde. Ancora una volta, i Lakers per sfatare il tabù celtico, avrebbero dovuti imporsi almeno una volta al Garden. Un'impresa che ai più pareva disperata.
Per la prima volta nella lega la finale prevedeva la formula che oggi tutti conosciamo del 2-3-2. Due partite a Boston. Tre consecutive a L.A. Due ancora al Garden.

Gara 1 si giocò il 27 maggio, il Memorial Day.
Fu un massacro. Un imbarazzante massacro. Scott Wedman, trentatreenne ala di riserva dei Celtics, mise tutti i suoi primi 11 tiri, incluso 4 canestri dalla distanza. Danny Ainge chiuse il primo periodo con 15 punti. I Celtics giocarono una delle migliori gare della loro storia.
“E' uno di quei giorni in cui se ti bendi, fai due giri su te stesso e poi lanci la palla, va dentro!” dichiarò il coach K.C. Jones a fine gara.
Jabbar fu annullato da Parish e finì con 12 punti e 3 rimbalzi. Magic mise un solo canestro dal campo. La partita si chiuse sul 148 a 114 per Boston e tuttora è ricordata in America come “The Memorial Day Massacre”.

Il giorno dopo in una conferenza stampa che i Lakers tennero nel loro albergo, le uniche parole di Jabbar di fronte ai giornalisti furono: “I was embarassed!".
Il re era vivo e vegeto. Il re era invincibile in finale. Tutti se ne dovevano fare una ragione.

Tutti, ma non Riley.
Il coach dei Lakers era convinto che l'ago bilancia della sfida fosse Kareem. Prese il suo centro da parte e gli parlò a lungo. Quindi lo esortò a tenere un discorso alla squadra. Jabbar era il leader carismatico dei gialloviola, era importante si assumesse le proprie responsabilità  e spronasse i compagni.
Pat contravvenne anche ad una delle sue regole ferree e permise che il padre di Kareem salisse sul bus che avrebbe portato i Lakers al Garden per gara 2.

30 punti, 17 rimbalzi, 8 assist e 3 stoppate. Furono il biglietto da visita di Jabbar in gara 2. Cooper completò l'opera con un 8 su 9 dal campo e 22 punti complessivi. I Lakers espugnanorono il Garden per 109 a 102. Avevano ora tre gare consecutive in casa.

Nella prima al Forum, Worthy segnò 29 punti. Jabbar ne mise 26 e catturò 14 rimbalzi. Los Angeles si impose in gara 3 per 136 a 111, vendicando in parte lo smacco di gara 1.
Bird aveva tirato con 17 su 42 dal campo nelle ultime 2 gare, era afflitto da un infortunio, ma i maligni più volte si ritrovarono a dichiarare che il suo vero problema avesse un nome ed un cognome. Michael Cooper, il meraviglioso difensore di L.A.

Gara 4 fu la partita più equilibrata della serie. Sul risultato di 105 pari, i Celtics avevano l'ultimo possesso. Larry Bird servì Dennis Johnson che, a due secondi dalla sirena, mise il canestro della vittoria. La serie era sul 2 a 2. Il fattore campo era stato ristabilito.
Gara 5 era ancora a LA. Gara 6 e 7 erano al Boston Garden.
I Celtics erano virtualmente imbattibili in una gara 7 casalinga. L'unica speranza per i Lakers era vincere le due gare successive, senza possibilità  di errore.

McHale segnò 16 punti nel primo tempo di gara 5 e obbligò Riley a spostare addirittura Jabbar su di lui, mettendo Rambis su Parish.
La mossa pagò. I Lakers piazzarono un parziale di 14 a 3 e si portarono a condurre per 64 a 51.
L.A. portò il proprio vantaggio sull'89 al 72. Coach Jones fece leva sul cuore dei propri ragazzi. Boston rimontò e a sei minuti dalla fine si portò sotto di quattro. 101 a 97. Ma stavolta il cuore non bastò.
Magic piazzò tre canestri e Jabbar altri 4 chiudendo a 36 punti per il 120 a 111 finale.

Si ritornava a Boston sul 3 a 2 Lakers.
Jerry West si rifiutò di volare con la squadra e preferì rimanere a L.A. Chiese ai suoi ragazzi il tutto per tutto in gara 6. Non si doveva arrivare alla settima, era la parola d'ordine in casa gialloviola.

Durante i primi due quarti della sesta partita, i Celtics ruotarono solo 7 uomini. All'intervallo il risultato era fermo sul 55 pari.

Riley vide i biancoverdi palesemente a corto di fiato. Erano stanchi, glielo si leggeva in faccia. Ordinò a Magic di metter loro pressione, di attaccarli senza sosta, di metterli alle corde.
Magic eseguì. Jabbar segnò 18 dei suoi 29 punti nel secondo tempo.

McHale tenne i Celtics in partita con 36 punti, ma uscì per falli a circia 5 minuti dalla fine. Cooper limitò Bird e lo costrinse a tirare con 12 su 29 dal campo.
E ai Celtics capitò qualcosa che mai era successo prima.
Persero una serie finale in casa.
111 a 100 il risultato al suono della sirena. Gli ultimi secondi di gara 6 furono giocati in un silenzio quasi irreale. Un silenzio che era la più dolce delle melodie per i Lakers.

Jabbar fu nominato MVP della serie. Aveva 38 anni. Il giocatore più vecchio nella storia della lega a raggiungere l'ambito premio.

Il re moriva di sabato. Il 9 giugno del 1985, per la precisione.
Boston perdeva la seconda serie finale della sua gloriosa storia. La prima al Garden. Deponeva le armi davanti all'avversario più degno che avesse mai potuto incontrare"

Finalmente il tabù dei Celtics per Los Angeles era stato sfatato.
Ed ora i Lakers potevano permettersi di guardare al futuro con più ottimismo. Quella che per anni era stata una spada di Damocle sulle loro teste, non esisteva più.
Il verde dell'Irlanda, il parquet incrociato del Garden, i folletti che popolavano gli spogliatoi, non facevano più così paura.

Ciò che era stato possibile una volta, sarebbe stato possibile ogni volta. E la dimostrazione arrivò appena due anni dopo, nel 1987. In una finale che avrebbe sancito la fine di un'era. Forse del periodo più bello della storia dell'intera lega.
Gli anni '80, la gloriosa epoca che aveva riportato fasto e splendore nella NBA, stavano per giungere al loro capolinea.

Lakers e Celtics avevano dominato per tutto il decennio, ma in realtà  si erano incontrate in finale solo due volte. Una vittoria a testa.
Ora si apprestavano alla terza e decisiva sfida.
Quella del 1987 in pochi potevano saperlo, ma sarebbe stata l'ultima.
L'ultima sfida fra Magic e Bird.
L'ultima fra Celtics e Lakers. Fino oggi.

Fra le due squadre si stava infatti scavando un incolmabile solco che aveva radici lontane. La superiorità  della Eastern Conference e le durissime battaglie che i Celtics avevano dovuto affrontare ogni singolo anno ad est, avevano logorato la squadra molto più di quanto non fosse successo a L.A.

Gli infortuni, alcune scelte discutibili ed una buona dose di sfortuna avevano creato una forbice fra le due contendenti. I Celtics non avrebbero più rivinto il titolo da quel 1986, anno capolavoro dell'epoca Bird. Non sarebbero più arrivati in finale da quel 1987, l'anno dell'apoteosi gialloviola.

Da Quando lo Sky-Hook è… junior:
………
Alla finale del 1987, Boston ed L.A. si presentarono con stati d'animo e situazioni completamente differenti. Boston aveva piegato solo alla settima tiratissima partita la dura resistenza dei futuri bi-campioni di Detroit, in finale di conference.
Los Angeles veniva da un facile sweep ai Supersonics. Boston aveva impiegato diciassette partite per giungere a quella finalissima. Los Angeles appena undici.
Per L.A. la Regular ed i playoffs erano stati un'autentica cavalcata vincente. 65 vittorie in stagione, 11 vittorie su 12 partite in post-seson.

La stagione dei Celtics era stata invece costellata da infortuni e tragedie.
Subito dopo la finale vittoriosa con Houston, una tragedia era venuta a turbare le festività  biancoverdi. La prima scelta Len Bias (seconda assoluta) era morto la notte dopo il draft per overdose di coaciana.
Molti ritengono che le sfortune degli anni successivi dei Celtics abbiano avuto inizio proprio quella notte.

Per tutta la season, Bill Walton era stato afflitto dai suoi cronici infortuni, Jerry Sicthing stroncato da un misterioso virus e Scott Wedman aveva giocato poco e male, ancora a causa di infortuni. Bird, McHale, Parish, Ainge e DJ si erano ritrovati a giocare quasi 38 minuti ogni singola partita, senza possibilità  di rifiatare, per mantenere la squadra ai vertici della Eastern.

I playoff erano stati massacranti. Sette tiratissime gare per piegare Milwaukee. Altre sette contro i Pistons. La battaglia con Detroit era costata a Parish un brutta botta in gara 7. Lo stesso McHale ne era uscito dolorante.
I Celtics si presentarono a quella finale col fiato corto e le ossa rotte.
Eppure c'era in palio qualcosa di ben più importante di un semplice anello, per poter alzare bandiera bianca. Il diritto a proclamarsi squadra regina degli anni '80.

Gara 1 al Forum fu subito showtime.
Magic realizzò 29 punti, 13 assist, 8 rimbalzi e non perse alcun pallone. Worthy realizzò 33 punti e catturò 9 rimbalzi.
I Lakers si portarono sul più 35 nel secondo quarto ed arrivarono all'intervallo sul più 21. La rimonta dei Celtics fu inutile. 126 a 113 L.A., il risultato finale.

In gara 2, K.C. Jones provò ad aggiustare gli equilibri difensivi della squadra. Spostò Danny Ainge su Magic e la mossa parzialmente pagò. Ma fu Michael Cooper a risolvere quella partita.
Mise 6 triple su 7 nel secondo quarto. Jabbar segnò 23 punti con 10 su 14 al tiro. Magic 22 punti, conditi da 20 assist. Solo nel secondo quarto aveva smazzato 8 assist, record per una finale NBA.
La partita si chiuse sul 141 a 122. Boston perse la sesta partita esterna consecutiva in quei palyoffs.

Gara 3, al Boston Garden. I Celtics erano spalle al muro.
Come si dice? Mai sottovalutare il cuore di un campione. In questo caso, di una squadra di campioni. McHale segnò 21 punti e prese 10 rimbalzi, limitò Worthy a 13 punti. Bird realizzò 30 punti. Dennis Johnson 26.

Ma la vera sorpresa di quella partita fu Greg Kite, il centro di riserva della squadra che aveva giocato 10 minuti a partita in Regular segnando 1,7 punti e catturando 2,3 rimbalzi.
Quella sera Kite giocò venti minuti di altissimo livello.

Prese 9 rimbalzi, stoppò un facile layup di Magic. Difensivamente spostò l'inerzia della gara. Nel secondo quarto i Celtics tirarono con 17 su 21 dal campo. Boston si impose per 109 a 103.

Solo per un attimo, sembrò che la serie stesse potesse ancora in bilico. Solo per un attimo sembrò che il vecchio cuore celtico potesse ancora dire la sua. Solo per un attimo. Perché due giorni dopo arrivò gara 4. E Magic Johnson scriverà  la storia. La sua.

Boston era sopra di 16 punti all'intervallo. Los Angeles diede il via ad una furiosa rimonta. Le gambe ed il fiato iniziavano a scarseggiare fra i biancoverdi.

A 3 minuti e mezzo dalla sirena i Lakers era sotto di appena 8 punti. La rimonta fu completata a mezzo minuto dalla fine. Boston 103, Los Angeles 102 e possesso della sfera.

Ci fu un time out per i gialloviola. Pick and roll fra Magic e Jabbar, il più semplice dei giochi made in NBA, il più difficile da marcare. Lakers sul più uno.
Dodici secondi alla fine e Larry Bird fece partire la tripla. Solo rete. Boston avanti per 106 a 104. I Lakers rimisero in gioco la sfera. La palla arrivò ancora a Jabbar. Il centone gialloviola subì fallo. Mise il primo libero. 106-105. Sbagliò il secondo.

McHale volò a rimbalzo. Thompson lo spinse leggermente da dietro. Kevin perse la palla che volò fuori dal terreno di gioco.
Per gli arbitri era stato McHale l'ultimo a toccare.
Nonostante le proteste dei biancoverdi e gli ululati del pubblico in contestazione, Los Angeles si apprestò alla rimessa.

Magic ricevette palla e penetrò in area leggermente spostato sulla destra. Kevin McHale si alzò per ostruirgli la visuale del canestro. Magic lo evitò, accentrandosi. Parish e Bird andarono verso di lui. L'intera storica front-line dei Celtics a contrastare il 32 gialloviola.

Magic si alzò in aria e lasciò andare un gancio oltre le mani protese degli uomini simbolo di Boston. Solo rete. 107 a 106.

Mancavano due secondi al termine della sfida. I Celtics avevano ancora un possesso per vincere. I Lakers incredibilmente lasciarono libero Bird per la tripla. Ma la storia era già  stata scritta. La palla scagliata con mano sicura, entrò ed uscì dal cesto. Poi ci fu solo il suono della sirena a decretare la fine delle ostilità .

I Lakers avevano vinto gara 4 grazie ad un gancio. Ma non era stato di Jabbar. “Junior sky-hook”, lo ribattezzò lo stesso Magic a fine gara.

“Ti aspetti di perdere con i Lakers per colpa di un gancio. Quello che non ti aspetto è che a farlo sia Magic!” le parole di Larry Joe Bird.

La frittata era fatta. Los Angles si era portata sul 3 a 1. I Celtics si imposero in gara 5 in casa per 123 a 108, nonostante 29 punti, 12 assist, 8 rimbalzi e 4 recuperi di un Magic che ebbe scarso apporto dai suoi compagni.

Ma ora Los Angles aveva due gare casalinghe da giocare per chiudere i conti. Alla prima i gialloviola non delusero. Partirono male.
All'intervallo i Celtics conducevano per 56 a 51. Magic aveva solo 4 punti a referto. Di nuovo l'incubo celtico aleggiava su un Forum silenzioso.
Ma quando le squadre tornarono sul terreno di gioco, la partita prese un'unica direzione. Wothy realizzò 22 punti.

Jabbar ritornò ai fasti del passato per scrivere sul suo box score 32 punti, 6 rimbalzi e 4 stoppate.
Magic ebbe 16 punti, 19 assist, 8 rimbalzi. I Lakers rimontarono e vinsero gara 6 (106-93) e titolo.
Magic fu nominato MVP delle finali per la seconda volta in carriera.

Con la finale del 1987, si chiuderà  la magica era degli scontri fra Bird e Magic.
Si chiuderà  per ventuno lunghissimi anni anche l'epoca delle sfide fra Boston Celtics e Los Angeles Lakers.

Finchè un pugno di ragazzi, alcuni con la maglia gialloviola di nome Bryant, Odom, Gasol, altri con quella biancoverde di nome Garnett, Pierce, Allen, decideranno che era tempo di rinverdire questa eterna, meravigliosa sfida. La più grande che la NBA abbia mai conosciuto.
E anche stavolta, siamo sicuri, sarà  autentico, meraviglioso spettacolo.

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