I grandi esclusi

Pistol Pete Maravich. Probabilmente il più grande fra gli esclusi.

Prima di entrare nella top quindici di questa biblica (nel senso di tempi) classifica, sospendiamo un attimo la carrellata dei venticinque migliori giocatori della storia per soffermarci su un aspetto che inizialmente avevo inteso trascurare, ma che poi sollecitato da svariate richieste, ho deciso di approfondire.

Il discorso sui Grandi Esclusi dalla ristretta cerchia dei Magnifici Venticinque.

Personalmente forse ho sottovalutato un po' la questione.
Nell'articolo di apertura a questo ranking (Anno Nuovo, Rubrica Nuova), accennando brevemente ad alcuni di coloro che, usando un linguaggio di matrice elettorale, potremmo definire i “trombati”, avevo inteso risolvere la questione con uno sbrigativo “…tagli dolorosi, ma motivati dalla consapevolezza che 25 nomi sono pochi e che tutti coloro che rientrano in questa classifica, per un verso o per un altro, credo abbiano fatto meglio degli esclusi”.

Ho sempre infatti reputato questa rubrica come un semplice pretesto per parlare di alcuni fra i migliori giocatori della storia e chi ne rimaneva fuori, beh… poco male!
Alla fine le posizioni erano pur sempre limitate e non significava necessariamente che gli esclusi, pur non presenti nella “Top 25 del Vangelo secondo Goat”, fossero oggettivamente inferiori agli altri.

E' persino banale sottolineare infatti come stiamo parlando di argomenti che quasi mai sono supportati da fattori concreti e tangibili, ma si basano principalmente su opinioni personali e sensazioni spesso soggettive, senza alcuna pretesa di verità  assoluta.

E' anche vero però che, come mi è stato fatto notare, stiamo portando avanti un gioco. E per quanto affrontato seriamente ed in maniera più scientifica possibile, rimane pur sempre tale. Allora forse vale la pena di cavalcare il vecchio e freddo serpente per tutte le sue sette miglia di lunghezza e giocare a tutto tondo. Fino in fondo.

Non tiriamoci indietro e rispondiamo alle grandi domande della vita.
Perché sono rimasti fuori giocatori del calibro di Pete Maravich, Clyde Drexler e Scottie Pippen?
E uno fra Kevin McHale, Patrick Ewing o Elvin Hayes non avrebbe potuto ritagliarsi un misero posticino?
Inoltre, il nome che sta prendendo piede ultimamente, quello… ehm… di Kobe Bryant, è da scartare a priori, senza neanche la minima considerazione?

Questi sono alcuni dei nomi più gettonati fra gli assenti. O almeno quelli più degni di considerazione, perché mi sembra inutile dover mettermi a giustificare l'assenza del pur fantastico Dennis Rodman, di cui qualcuno mi ha chiesto conto.

Ben consapevole, quindi, che potrei innescare un perverso meccanismo secondo il quale se malauguratamente dovessi trascurare di spiegare l'assenza di qualcuno invece degnissimo di considerazione, mi verrà  subito chiesto perché costui non rientra appunto fra i Grandi Esclusi, provo ad esporre le motivazioni, a volte crudeli, che mi hanno portato al più o meno doloroso taglio di questi players.

Una precisazione però va fatta.
Stiamo parlando di giocatori che appartengono tutti all'Olimpo della National Basketball Association, fra i migliori nella storia del gioco. E spesso la discriminante fra l'uno e l'altro, l'hanno fatta fattori minimi. Difetti che magari presi di per sé non sono tali, ma in questo contesto vanno comunque tenuti in considerazione, valutati e utilizzati cinicamente per una selezione.

Cominciamo.
Il taglio più difficile è stato sicuramente quella di Pete Maravich.
In teoria era un giocatore da top 25, in pratica nessuno sarebbe stato da togliere per far posto a lui.
Pete è stato infatti sia al college sia in NBA, uno splendido solista. Eccellenti risultati personali. Modesti risultati di squadra.

Alla Louisiana State University ha strabiliato il mondo con le sue giocate che precorrevano i tempi, ma soprattutto con i suoi record individuali.
In tre anni di college ha polverizzato qualsiasi record realizzativo a livello collegiale. Ha realizzato rispettivamente 43.8, 44.2 e 44.5 punti a stagione, risultando in ogni singolo anno miglior scorer e elevandosi senza dubbio al ruolo di principe fra i realizzatori All Time NCAA.
Ma il bottino di squadra risulta un modesto 49-35.

Già  durante i suoi anni a LSU era più volte stato avanzato il dubbio che Pete non fosse proprio il prototipo del giocatore vincente.

Il problema vero però è che fra i pro questa idea si è andata via via rafforzando.
Al suo primo anno in NBA, con Atlanta nel 1970, i suoi numeri sono stati ottimi le sue giocate spettacolari, ma la squadra ha vinto qualcosa come 12 partite in meno rispetto all'anno prima, quando aveva chiuso al comando della Eastern Conference.

Il resto della sua carriera non è stata così differente dall'esordio. Grandissimi (spesso superbi) numeri, affascinanti prestazioni individuali, una concezione della pallacanestro e del ruolo di playmaker rivoluzionaria, ma pessimi risultati di squadra.
Specie se consideriamo che in dieci anni di carriera, Pistol Pete ha avuto una sola stagione in cui la sua squadra ha chiuso con un record positivo. Una sola.

Qui non stiamo discutendo di titoli, di anelli, di delicatissime e combattute partite di Playoffs, su cui spesso abbiamo dibattuto per decidere se sia stato meglio il giocatore X o il giocatore Y.
Stiamo semplicemente parlando di capacità  di condurre la propria squadra a record superiori al 50%.

Al suo primo anno ai Jazz, ad esempio, i risultati di squadra parlavano di 23 vittorie e 59 sconfitte. Numeri che avrebbero affossato chiunque.

Nonostante ciò siamo comunque qui a chiederci se Maravich rientri o meno fra i primi venticinque giocatori di sempre. E' questa forse è la miglior dimostrazione della grandezza e della spettacolarità  del giocatore.
Ma purtroppo la risposta non può essere che negativa.
Non ce ne voglia da lassù l'indimenticabile Pistol Pete.

Più semplice invece il discorso su Clyde Drexler. Più semplice perché avevo un punto di paragone da cui partire. E questo punto di paragone si chiama Charles Barkley.
Piazzare sir Charles al ventiquattresimo posto della classifica, significava escludere automaticamente il buon Clyde.

Charles a cavallo degli anni '90 era universalmente considerato il secondo miglior giocatore della lega dopo Jordan. Questo forse già  basterebbe a spiegare il taglio di The Glyde.

Ma soffermiamoci un attimo sulla questione.
Drexler ha vinto un titolo che sir Charles non ha mai conquistato. Ha disputato due finali contro una sola giocata da Barkley, vero. Però vanno considerate alcune situazioni a contorno, comunque nel contesto in cui ci stiamo muovendo rilevanti.

Drexler, per quanto splendido giocatore, ha vinto il titolo da secondo violino in una squadra condotta da un Hakeem Olajuwon che in quegli anni giocava a livelli celestiali.
La sua prima finale poi era maturata in un contesto diverso da quello in cui agiva Charles.

La Western Conference, complice il ricambio generazionale dovuto al quasi declino del ciclo dei Lakers, era di un livello competitivo inferiore rispetto alla Eastern in cui operava Charles.
Non per niente l'anno in cui Barkley si spostò da Philadelphia a Phoenix, sbaragliò ogni sorta di concorrenza (la “drexleriana” Portland compresa), vincendo l'MVP di stagione e portando i suoi a giocare per il titolo.

Ovviamente non è mia intenzione sminuire la classe o la grandezza di un giocatore come “Il Veleggiatore”, fra i miei preferiti sia per l'eleganza sul parquet sia per la classe e la signorilità  al di fuori dello stesso.
Quanto provare a spiegare le motivazioni di alcune scelte fatte. Talune anche sofferte o basate su piccole cose, su minuzie che magari potrebbero sembrare trascurabili.

Discorso a parte merita invece la dolorosissima esclusione di Scottie Pippen.
Scottie è stato un giocatore a dir poco fondamentale nel dominio dei Bulls degli anni '90.
Un difensore formidabile, atleta di livello assoluto, giocatore completo che incarnava pienamente dentro di sé lo spirito dell'Around Player di robertsoniana memoria.

Purtroppo però la carriera di Scottie è stata troppo condizionata dal fattore Jordan per poterla valutare appieno ed in maniera obiettiva.
E nell'anno e mezzo di MJ al baseball, quando pure Scottie era nella piena maturazione cestistica, non è sembrato, soprattutto psicologicamente, uno dei primi 25 giocatori della storia.

Il fattore psicologico ha influito notevolmente nel giudizio complessivo sul giocatore.
Pippen non era fatto per assumersi la responsabilità  di un intero team che puntasse alla vittoria finale.

Caricarsi la squadra sulle spalle, trascinarla per le ostiche ed impervie partite di playoffs, assumerne il controllo, essere il punto di riferimento per compagni, avversari, coach e giornalisti, non era nelle sue corde.

E quando è stato costretto a farlo ne ha subito la pressione in maniera eccessiva. La storica serie contro i Knicks del 1994, con la sedia scagliata in campo, la lite con Jackson, i risentimenti nei confronti di Kukoc, ne sono stati buona dimostrazione.

Ad inizio carriera era considerato il giocatore più debole mentalmente dei Bulls.
Quello sui cui Knicks e Pistons, ad esempio, concentravano gli attacchi fisici e psicologici per annullarlo. Alcune delle sue disastrose prestazione in carriera sono arrivate proprio contro queste due squadre (il famoso mal di testa nella serie dell'89 contro Detroit, l'intimidazione che subiva nei confronti di Xavier McDaniel nella serie del 1992).

Scottie col tempo è cresciuto.
Ha saputo dare il meglio di sé a cavallo fra i due titoli vinti, diventando quello splendido giocatore che tutti abbiamo ammirato, quell'insuperabile difensore capace di coprire 4 ruoli contemporaneamente, quel meraviglioso secondo violino che ha contribuito in maniera fondamentale a portare 6 titoli a Chicago. Il più grande secondo volino che la storia ricordi e che probabilmente mai calcherà  i campi di gioco.

Ma tutto ciò comunque è maturato sotto la lunga ombra di Jordan che lo alleviava da pressioni e responsabilità .
E questo comunque è un fattore troppo importante per essere trascurato.

Michael ha beneficiato della presenza di Pippen da un punto di vista cestistico, è ovvio.
Ma ancor di più Scottie ha beneficiato della presenza di Jordan. Da un punto di vista cestistico, ma anche e forse soprattutto mentale.
E in quei Bulls, in quelle particolari condizioni, con quell'invulnerabile compagno, ha trovato la dimensione ideale per esprimersi come uno dei più grandi di sempre.

Un altro giocatore il cui giudizio è stato fortemente condizionato dall'aver militato in uno squadrone quale i Celtics di Bird, è stato Kevin McHale.
Forse il miglior interprete di sempre del post basso.

Come disse lui stesso avrebbe potuto mettere 30 punti a sera sfruttando la sua superiorità  in post rispetto agli avversari, ma a lui questo interessava relativamente e sicuramente meno rispetto all'apprendimento del gioco nella sua completezza.

Kevin, col suo gioco spalle a canestro, era semplicemente instoppabile.
Le braccia lunghissime, la sua velocità , i perfetti e diversificati movimenti, rendevano improba al difensore di turno la speranza di contenerlo.

Ad inizio carriera da sesto uomo era un'arma impropria per quei Celtics. Il suo ingresso in campo portava energia, aggressività , punti, rimbalzi.
Entrato in quintetto a partire dalla stagione 1985-86, la migliore dell'era Bird, ha formato con Larry the Legend e il capo Parish, probabilmente la migliore frontline di sempre.

McHale non aveva di certo i problemi di Pippen. Anzi, mentalmente era un giocatore solido, un combattente nato, un trascinatore, un motivatore in una squadra di motivatori.
Non ha però neanche avuto la carriera di Scottie, nè toccato i suoi picchi.

E rimane indubbio che per quanto Kevin sia stato un fantastico giocatore ed una delle migliori ali forti di sempre, quei Celtics andavano fin dove li portava Bird.
Ed il giudizio su di lui rimane inevitabilmente condizionato da questo fattore.

Patrick Ewing, paga invece la mancanza di un anello.
La sua colpa è stata l'essersi sempre fermato un attimo prima del passo decisivo che l'avrebbe consegnato verso l'immortalità .

Centro molto dotato tecnicamente, con uno dei jump più belli che la storia ricordi, grandissimo combattente, vero e proprio guerriero della Grane Mela, è andato due volte ad un passo dalla grande impresa.

Nel 1993 i suoi Knicks si erano portati sul 2-0 contro i Bulls di Jordan nella finale della Eastern Conference, salvo poi subire la grande rimonta.
L'anno successivo, con MJ impegnato nel baseball, era arrivata la finale contro Houston. Ma Hakeem si era dimostrato un avversario troppo forte da battere. E per i Knicks e per Ewing era stata sconfitta in una tiratissima gara 7.

E' indubbio che il buon Pat paghi anche un inizio di carriera folgorante, da predestinato (era stato accolto da New York come colui che avrebbe riportato la squadra sul tetto del mondo; era stato battezzato ai tempi dell'High School come un futuro Bill Russell ma più dotato offensivamente), senza che poi però sia stato in grado di rispettare aspettative e speranze.

A dispetto di una carriera numericamente molto importante (tredici stagioni consecutive senza mai scendere sotto i 20 punti di media), gli è sempre mancato quel quid che probabilmente tutti fra i magici 25 (ed anche qualcuno fra gli esclusi) hanno invece avuto.

Titoli a parte, non ha mai toccato ad esempio in Regular Season i picchi di un Charles Barkley, di un Karl Malone o tanto meno di un Elgin Baylor. Giocatori anche loro rimasti a fine carriera privi di argenteria.

Né quando ha avuto la possibilità  di giocare per l'anello, anche a fronte di una sconfitta, ha cavato dal cilindro numeri o prestazioni fuori dall'ordinario, cosa che invece ad esempio aveva fatto sempre Barkley nelle finali del 1993.

Michael Jordan disse di Patrick che aveva il cuore di un campione vero.
Probabilmente era vero, ma il grande Pat deve accontentarsi di quel riconoscimento.
Fra i citati in questo articolo è stato il giocatore, purtroppo, su cui ho avuto meno dubbi circa l'inclusione.

Chi un titolo l'ha vinto è stato invece Elvin Hayes.
Ai Washington Bullets, nel 1978. Centro di quella squadra era un altro grande di questo sport, Wes Unseld.
Titolo a parte, per Hayes vale un po' lo stesso discorso fatto per Maravich con l'aggravante che La Grande E aveva pure un pessimo carattere e spesso si è reso protagonista di atteggiamenti biasimabili.

Al college Hayes è stato un eccellente realizzatore ed un superbo rimbalzista. Ma non vinse mai il titolo.

Quando nelle final four del 1967, la UCLA di un travolgente Lew Alcindor sconfisse la Houston di Hayes per 73 a 58, Elvin non aveva esitato ad incolpare per la sconfitta i suoi compagni e a definire, fra lo stupore generale, Jabbar “un sopravvalutato”.

Il suo nome assurse alla fama nazione quando fu protagonista assoluto di quella che viene considerata una delle più belle partite di college di sempre. Quella che fece diventare grande il basket NCAA.

Sempre contro UCLA. Nel 1968.
Si giocò all'Astrodome di Houston, uno degli stadi coperti più grandi al mondo, solitamente riservato per le partite di baseball e di football.
Per adeguarlo alle esigenze del basket, furono spesi 10.000 dollari di allora e si fece arrivare il parquet direttamente da Los Angeles.

In un'atmosfera surreale, col campo in mezzo all'impianto, lontanissimo dal pubblico, di fronte ad oltre 52.000 spettatori ed in diretta televisiva nazionale, Houston sconfisse i Bruins, imbattuti da 47 gare consecutive, per 71 a 69.
Per Hayes 39 punti, 15 rimbalzi ed il canestro decisivo.

Le due squadre si ritrovarono di fronte nelle Final Four dello stesso anno e Kareem si prese la sua rivincita. 101 a 69, con Elvin contenuto ad appena 10 punti.
E la sua esperienza al college si concluse senza il taglio della retina.

In NBA il titolo invece arrivò. A fine carriera.
In precedenza Hayes era stato uno dei protagonisti di quello che viene considerato il più grande upset nella storia delle finali.
Correva l'anno 1975 e i suoi superfavoriti Bullets furono sweepati dai più modesti Warriors, guidati però da un incontenibile Rick Barry.

Per quanto fosse amato da suoi tifosi che ne apprezzavano lo stile di gioco e l'applicazione (in 16 anni di NBA, ha saltato in totale 9 partite), Hayes era spesso mal sopportato dagli allenatori e dai compagni di squadra.
Secondo molti critici la sua presenza in squadra alla lunga minava i sottili equilibri che spesso venivano a crearsi.

Sono stati parecchi gli allenatori con cui ha litigato e che ha fatto allontanare dalla dirigenza, le squadre che lo hanno ceduto a dispetto di numeri da superstar assoluta, i viaggi fatti da San Diego a Houston a Baltimore/Washington per poi ritornare nuovamente a Houston.

I numeri per lui sono stati eccelsi. Gli atteggiamenti ed i record di squadra un po' meno.
Rimane una delle migliore Powers Forward della storia ed uno dei Grandi Esclusi dal nostro ranking.

E arriviamo infine all'ultimo nome. The last but not the least.
Kobe Bryant.
Uno dei giocatori più amati e odiati della NBA di oggi.
Potrei cavarmela a giustificarne l'esclusione con la semplice affermazione che la carriera di Kobe è in piena evoluzione e che un giudizio ad oggi su questo giocatore, ancora ventinovenne e nel pieno della sua maturità  cestistica, sarebbe per forza di cose riduttivo e parziale.

Sarebbe un'ottima risposta che taglierebbe la testa al toro, ma non è veritiera.
Vuoi perché più avanti in classifica troveremo due giocatori ancora in attività  ed almeno uno di loro può ancora dare e ricevere molto da questo sport.
Vuoi perché in fin dei conti Kobe ha già  una decennale carriera alle spalle, ha vinto tre titoli e, a suon di record realizzativi, ha scritto pagine importanti nella storia della lega.

Il problema vero è che se da una lato Kobe va considerato come una delle più devastanti macchine realizzative nella storia della NBA al pari di Wilt Chamberlain e Michael Jordan, di Elgin Baylor e Rick Barry, dall'altro l'ex numero 8 gialloviola ha più volte evidenziato quei difetti che hanno avuto tanti giocatori prima di lui e che fanno la differenza (stavolta neanche troppo sottile) nello stilare un certo tipo di classifica.

La carriera di Kobe è sotto gli occhi di tutti ed è inutile starne a discutere in questa sede.

Gli esordi giovanissimo in quel di Los Angeles, i titoli vinti da secondo violino ad uno straripante O'Neal, i paragoni sempre più insistenti con Jordan, la fine del ciclo dei Lakers, la stagione senza post season, i record realizzativi (su tutti gli 81 contro Toronto).

Per lui vale un po' a metà  il discorso fra Scottie Pippen e Pete Maravich.
Se il giudizio su Pippen è stato troppo influenzato da Jordan, analogamente quello del primo Kobe viene (si voglia o no) comunque influenzato da O'Neal.
Il che, come per Pippen, non significa che Kobe non sia stato componente fondamentale nelle vittorie dei Lakers, anche se Kobe come secondo violino non ha mai minimamente eguagliato le vette di Scottie.

Significa che vincere da secondo violino è diverso sia ai fini pratici, sia nell'immaginario collettivo, dal vincere come leader assoluto del proprio team. E questo lo stesso Kobe lo sa benissimo, non per niente ha premuto per prendere in mano i Lakers.

Poi Shaq, complice una scarsissima concorrenza nel ruolo di centro, è stato così dominante nella tripletta Lakers che difficilmente la sua presenza non abbia falsato i reali valori.

Con la fuga di O'Neal, in parte causata dai dissidi con Bryant, in parte voluta dalla dirigenza dei Lakers che ovviamente ha puntato sul più giovane fra i due contendenti, il Kobe leader della propria squadra e artefice del proprio destino, se numericamente è stato straripante, non ha saputo (per ora) dare quella svolta in termini di risultati al team, che in molti (forse) si aspettavano.

Siamo tuttavia ancora se non proprio alle battute iniziali di questa nuova avventura, in una fase in cui esprimere giudizi definitivi è comunque prematuro perchè le variabili in gioco sono molte, tanto più che segni di miglioramento ci sono stati in tal senso.
Ma questo è un altro discorso.

Il punto che a noi interessa è che per ora Kobe rimane fuori dalla classifica.
Lui comunque, a differenza degli altri, ha tutto il tempo per entrarci.
Non avvisatelo però, mi raccomando. Giocherebbe solo per quello se lo sapesse.

A questo punto le doverose spiegazioni, più o meno condivisibili, sono arrivate.
Possiamo andare avanti.
Dal prossimo appuntamento si entrerà  nella Top 15.

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