L’erba del vicino…

Il nostro calcio uno come Stern non ce l'ha, e se ce l'avesse non saprebbe che farsene!

Ebbene si, gli anni passano anche per il sottoscritto, e con essi anche l'atteggiamento “tutto bello il loro, tutto brutto il nostro” che mi accompagnava quando raffrontavo il mondo sportivo americano al nostro.

Ora, se ne facciamo una mera questione di organizzazione, ci sono dei secoli di distanza.

Qualche istantanea, senza andare a pescare troppo lontano.
Nella NBA, in una sera di novembre, ad un gruppo di simpatici ragazzi vestiti di giallo viene in mente di mostrare tutto il loro disappunto per la qualita' di coca e pommes frites del Palace di Auburn Hills. Risultato, il Galliani delle loro lande (che pero' non e' presidente di nessuna squadra, strano ma vero) piglia in mano la situazione e sistema i 3 birbanti per le feste, comminando squalifiche che, in soldoni, hanno come effetto secondario la contravvenzione di milioni di dollari 12 (DODICI!!!!!).

In Italia non ci sono casi di “giocatori vs tifosi” ma di sicuro non e' nemmeno pensabile una multa che superi i 100.000 Euri, neanche se Totti e Vieri pigliassero il mitra e sparassero alle vecchine dal cerchio di centrocampo.

Nell'Italico calcio, una societa' della capitale si trova a far fronte ad un pauroso deficit, con conseguente mancato pagamento delle tasse. Si riuniscono i migliori cervelli della piazza, si decide di prendere il debito (70 e fischia milioni di Euri) e di spalmarlo per anni x, secondo il principio che “almeno cosi' lo stato vede i soldi”.

Se per caso vi domandate per quale motivo le altre societa' pagano puntuale e che cosa ottengono in cambio per la loro correttezza, significa che siete i soliti dietrologi italiani. E se vi adirate se vi spiegano che tale decisione e' stata presa per ragioni di ordine pubblico (“perche' altrimenti i tifosi si sarebbero incavolati”, e' sembrato di sentire) siete sempre un'accozzaglia di senza cuore.

Ad 8000 km di acqua da qui, se le squadre non funzionano, semplicemente si spostano. Charlotte e' diventata New Orleans, Vancouver si e' trasformata in Memphis, e possiamo continuare. Non risulta che ci siano stati casi di guerriglia urbana. Cambiando leggermente orto, quest'anno l'hockey non e' neanche partito, perche' e' meglio fermarsi un anno che mandare in vacca il sistema con accordi che non vanno.

Grado di applicabilita' nel Bel Paese: scusate, mi ritiro a ridere…

E non stiamo confrontandoci con un sistema perfetto. Parliamo di un mondo dello sport che, fino a ieri l'altro, aveva un sistema di controllo del doping formato Stanlio ed Ollio.

Per anni campioni del baseball, anche tra i piu' grandi, si sono gonfiati fisico e conto corrente come dei bibendum qualsiasi, sparando palline fuori dal parco e vaccate se interrogati sull'aumento delle masse muscolari. Adesso, complice qualche tragedia nel football o qualche non piu' sporadico caso di malattia grave in ex giocatori, siamo alla vigilia di un giro di vite epocale. Se vogliamo, quelli piu' indietro sono proprio i baskettari, e c'e' gia' qualche commissione politica che ha definito “comico” il regolamento sulle droghe della NBA.

Vogliamo parlare di quello che succede da noi? Lasciamo stare il caso del ciclismo, che andrebbe trattato con molta cautela, non fosse altro che per il fatto che il doping e' stato la causa scatenante della piu' grande tragedia sportiva italiana degli ultimi 10 anni (a proposito, ciao Marco!).

Il calcio e' davvero la fiera dell'indecenza. Ti dopi? Ti squalifico 3,4,6 mesi, possibilmente con in mezzo l'estate, cosi' ne perdi solo 2 di campo. C'e' la possibilita' di inserire gli esami del sangue nei test? Certo, ma e' facoltativo, e quindi qualche calciatore puo' tranquillamente rifiutarsi di fare il prelievo.

Sia chiaro, non ho la ricetta per togliere le farmacie dallo sport. Dipendesse da me, si potrebbe anche pensare di legalizzare tutto, poi daremo le medaglie olimpiche ai farmacisti per aver scoperto la proteina del salto in lungo o l'enzima dei 70KmH in bicicletta. E se poi, dopo 10 anni di onorata carriera e siringate, sei un rottame da dialisi, non dire che non lo sapevi. Ma davvero vogliamo questo?

In tutto questo disordinato sfogo, un vecchio innamorato di sport come il sottoscritto vive di attimi e di sensazioni. Sono quelle immagini, belle e rare, nelle quali senti un nodo alla gola e non ti devi vergognare di buttare giu due lacrime perche' “e' solo sport” (d'altronde la mamma o la ragazza piangono come vitelli per uno che muore in sceneggiatura, potremo dare una lucidata agli occhi anche noi!!).

Mi piace condividere con voi queste istantanee di grande umanita' sportiva. Mi piace gioire con voi per Alonzo Mourning, un uomo che ha visto il mondo dall'alto di un talento fisico straordinario, ma che poi ha dovuto confrontarsi con un malanno non certo da atleta.

Oggi combatte, ad armi non pari, con la stessa ferocia di un tempo, addirittura in coppia al suo eterno alter ego, accettando un ruolo da comprimario ma svolgendolo in maniera tale da essere il beniamino assoluto della Florida. Visto che non mi sono ancora scelto un “cavallo” per questi playoff, sto con Zio Zo, sperando che abbia piu' fortuna di quanta ne abbia portata al Postino lo scorso anno.

E poi c'e' Reggie Miller. Lo confesso, l'ho sempre detestato, una specie di Pippo Inzaghi, con quel calcetto che ha fatto piu' danni delle locuste. Ma come potevano i grigi cascarci ancora dopo vent'anni? Pero' anche lui e' uno della vecchia guardia.

E quando coach Carlisle lo ha chiamato fuori per il saluto finale, anche Sua Maesta' Larry si e' alzato in piedi e gli ha tributato la meritata ovazione. E vedere Reggie seduto, triste e stranito per l'ennesimo assalto infruttuoso a quello stramaledetto anello, ho pensato a tutta quella schiera di grandi giocatori che non hanno mai gioito alla fine, ma hanno trovato il giusto riconoscimento ad una carriera straordinaria.

Chiudo con il classico “last but not least”. E ritorno con piacere nel nostro paese, al nostro tanto vituperato pallone.

Domenica scorsa, alle 17, a Bergamo si consuma un “dramma sportivo”, quello della retrocessione. I tifosi dello Stadio Azzurri d'Italia, storicamente noti per essere non troppo addomesticabili, fanno una cosa che mi lascera' senza parole.

Chiamano sotto la curva prima i giocatori e poi un allenatore in lacrime. Un'autentica ovazione, un applauso interminabile. Sono sicuro che chi era allo stadio non dimentichera' tanto facilmente quella scena. Ancora adesso che scrivo, la gola si chiude.

I tifosi dell'Atalanta hanno abbondante materiale per essere orgogliosi di cio' che hanno fatto. Questo e' un episodio, purtroppo ancora isolato. Ma va sottolineato, perche' non e' vero che e' “tutto bello il loro, tutto brutto il nostro”. Statemi bene

Kicco

PS: per il pubblico ludibrio, pronostici in allegria. Il cuore vorrebbe Heat e Suns in finale dopo 7 tiratissime gare, la testa invece dice Detroit e San Antonio in finale dopo 6 partite.

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