Shaq goes to Hollywood

Kobe, Phil e Shaq sorridono beati. L'anello è tornato a Los Angeles dopo 12 lunghi anni.

Nel giugno del 1989, dopo la netta sconfitta contro i Pistons in finale per 4 a 0, Kareem Abdul Jabbar annunciò al mondo intero il suo ritiro dall'attività  agonistica. Aveva 42 anni, 20 stagioni NBA alle spalle, oltre trentottomila punti e svariati record all'attivo.

Pat Riley abbandonò la squadra nel 1990.

L'anno dopo i Lakers, guidati da coach Mike Dunleavy, raggiunsero nuovamente la finale NBA. Contro un avversario più giovane e più forte, pronto ad istaurare una lunghissima dittatura, la loro sorte fu però ben presto segnata. I Bulls spazzarono via L.A. per 4 a 1, vincendo il primo titolo.

Qualche mese dopo, Magic si ritirò improvvisamente, annunciando al mondo attonito la notizia della sua sieropositivtà . Era finita ufficialmente l'epoca dello showtime.
La luce si era spenta. La squadra californiana precipitò nel buio.

Nel 1994, i Lakers non riuscirono neanche a qualificarsi ai playoffs. Agli inizi del 1996, Magic tornò a giocare nel bel mezzo della Regular Season, andando a minare i già  precari equilibri di una squadra che lentamente pareva potesse ritrovarsi.
L.A. vinse 53 partite, ma fu eliminata al primo turno dei playoffs da Houston per 3-1.

Quella stessa estate le sorti della franchigia sarebbero cambiate radicalmente.

Un ragazzino di 18 anni e 198 centimetri, tale Kobe Bryant, figlio di Joe “Jellybean” Bryant, prese la decisione di saltare il college e dichiararsi eleggibile al draft.

I pareri sul giovincello erano discordi.
Alcuni esperti ritenevano valesse la pena scommettere su di lui solo se si avevano a disposizione più prime scelte.
I Knicks le avevano. Avrebbero preso Kobe, perché di prime scelte ne possedevano tre. La 18, la 19 e la 21. Ma forse erano troppo basse.

Kobe poteva finire ovunque tra la settima scelta dei Clippers e la ventunesima dei Knicks. Né prima, né dopo.

Ma se i Clipeprs dormivano della grossa (selezionarono Lorenzen Wright, sigh!), altrettanto non si poteva dire dei Nets che, avendo la chiamata numero 8, fecero capire di essere interessati al ragazzo.

Temendo di finire nel New Jersy, Kobe dichiarò che avrebbe preferito giocato in Europa piuttosto che ai Nets.
Forse era un bluff, forse non lo era. Rimane la prima vera grossa caduta nella carriera del numero 8.

I Nets recepirono il messaggio e puntarono su Kerry Kittles, guardia di Villanova.

I Lakers avevano la ventiquattresima scelta. Decisamente troppo bassa per sperare di metter le mani sul figlio di “Jellybean”.
Eppure il gm Jerry West era pronto a rischiare il tutto per tutto.

La decisione era arrivata dopo il provino che Kobe aveva svolto nella palestra della YCMA di Inglewood, vicino al Forum, sotto lo sguardo sbalordito della dirigenza dei Lakers.

A sfidare Kobe c'era Dontae' Jones, 21 anni, ala piccola di 1.99. Non una stella ovviamente, ma all'epoca, reduce dalle final four con Missisipi State, Jones aveva un cera credibilità  fra gli addetti ai lavori.

Quel provino fu un autentico massacro. Bryant distrusse l'avversario senza alcuna pietà . Lo umiliò fino al punto da indurlo ad interrompere l'uno contro uno e lasciare il parquet.

Jerry West quel giorno aveva visto abbastanza.
Mosse le sue carte. E Kobe arrivò a Los Angeles via Charlotte (scelta numero 13) in cambio di Vlade Divac.

Ma il tassello Bryant, seppur importante, non era quello fondamentale.
La stessa estate nella città  californiana approdò fra rullo di tamburi, squilli di trombe ed esasperate critiche, addirittura il colosso Shaquille O'Neal.

Shaq, arrivato nella NBA nel 1992, aveva firmato un contratto di sette anni con i Magic, ma dopo il quarto poteva esercitare l'opzione per uscirne e diventare Free Agent.
Jerry West cominciò a scaricare contratti per liberare spazio e proporre qualcosa di importante al centrone dei Magic.

Peeler e Lynch furono regalati a Vancouver. Divac ceduto a Charlotte. La trattativa per il rinnovo di Campbell fu congelata.
I Lakers offrirono a Shaq 120 milioni di dollari per sette stagioni. Un'offerta faraonica.

Da un punto di vista prettamente cestistico, O'Neal non avrebbe avuto alcun motivo per accettarla. I Lakers erano una discreta squadra della Western Conference, i Magic erano una delle formazioni più forti e giovani dell'intera lega.

Avevano perso due anni prima la finale contro i Rockets per 4-0, pagando fondamentalmente lo scotto in termini di esperienza.
Quello stesso anno avevano perso la finale di Confernce contro i Bulls dei record, ancora per 4-0. Ma i Bulls, sebbene imbattibili, erano una squadra vecchia. Avrebbero avuto altri due anni di dominio assoluto, poi il futuro della NBA sarebbe stato in Florida.

Eppure Shaq rifiutò gli oltre 100 milioni dei Magic per approdare ai Lakers, perchè il basket non era tutta la sua vita. Perché incideva dischi, girava film, perché da tempo faceva il pendolare con Los Angeles. Perché si sentiva come un orso in gabbia in una Orlando che iniziava a stargli maledettamente stretta.
Perché il suo sogno si chiamava California.

In Florida l'opinione pubblica insorse.
Iniziarono a circolar voci sulla poca professionalità  del giocatore. Furono esposti al pubblico giudizio tutti gli scheletri che O'Neal aveva lasciato ben custoditi nel suo armadietto alla O-rena.
La sua poca voglia di allenarsi e di giocare. Il suo disinteresse per il basket e per le vittorie. La sua mancanza di cuore, il suo scomparire quando la partita si faceva davvero calda, lasciando tutto nelle mani del suo compagno Penny Hardaway.

Ed i primi anni in Calfiornia, sembrarono dar ragione ai denigratori del colosso che aveva abbandonato il 32 dei Magic per il 34 gialloviola.

Nei primi tre anni di Shaq e di un giovanissimo Bryant a LA, arrivarono tre colossali delusioni per i Lakers. Prima un'eliminazione in semifinale di Conference contro i Jazz per 4-1 nel 1997.
Poi addirittura due sweep. Nel '98 sempre ad opera dei Jazz in finale di conference (in gara 4, fecero a loro modo storia gli air ball di Kobe) e nel '99 ad opera degli Spurs che si apprestavano a vincere il primo anello della loro storia.

Alla fine di quella stagione, il clima in casa Lakers era a dir poco teso. La situazione frustrante. L'operazione Shaq/Kobe si era rivelata fino a quel momento un completo fallimento.
Un nervoso O'Neal fece involontariamente ridere pubblico e giornalisti con la storica frase “Nella mia carriera ho vinto dappertutto, tranne al college ed in NBA”.

Ma proprio quella fu l'estate della svolta.
Sulla panchina dei Lakers venne a sedersi Phil Jackson, reduce da un anno sabbatico dopo la seconda tripletta coi Bulls.
Sotto l'attenta direzione di coach Zen, Bryant maturò come giocatore. O'Neal prese decisamente in mano la squadra.

Era la stagione 1999-2000, quella che salutava l'avvento del nuovo millennio. E Shaq fu letteralmente devastante.

Segnò 29.7 punti per gara, tirò col 57% dal campo, primo in entrambe le categorie. Catturò 13.6 rimbalzi (secondo) e rifilò 3.03 stoppate a partita (terzo). Fu inoltre quarto nei minuti giocati.
Il sei marzo, il giorno del suo ventottesimo compleanno, realizzò 61 punti contro i Clippers.

Vinse il trofeo di MVP (ex aequo con Duncan) all'All Star Game.
Fu eletto indiscusso MVP di stagione (120 votanti su 121 lo misero al primo posto) e guidò i Lakers ad un record di 67 vittorie e 15 sconfitte, primi nella lega.

Nei PO fu ancora più devastante. 30.7 punti e 15.4 rimbalzi.
Ma fu in finale che i suoi numeri subirono un'impennata: 38.7 punti, 16.7 rimbalzi ed il 61% dal campo nelle sei gare contro Indiana. Ovviamente MVP delle finali.

Tutto facile? Tutto semplice? Non proprio.
Anche quei devastanti Lakers furono sull'orlo del baratro. Anche quello stratosferico Shaq fu sull'orlo di una nuova umiliante sconfitta.

Avvenne in finale di Conference. Contro l'altra grandissima squadra che quell'anno faceva da contraltare ai gialloviola: i Portland Trail-Blazers. Un concentrato di talento come poche volte si era visto nella storia della lega.

Il perno della squadra era Rasheed Wallace. Potenziale indescrivibile, ottime mani, ma dai ben noti problemi disciplinari.

Scottie Pippen in ala piccola portava esperienza, punti e tanta, tanta difesa.

Due esterni come Steve Smith, una delle migliori guardie della lega e Damon Stoudamire (all'epoca ancora considerato play di livello), garantivano un backcourt solido e con numerosi punti nelle mani.

Un centro dalle mani fatate, tecincamente favoloso, ma anche capace di opporsi fisicamente allo strapotere di O'Neal, come Arvidas Sabonis, completava il quintetto base.

Infine una panchina profonda e completa con gente come Bonzi Wells, Detlef Schrempf, Brian Grant.

I Trail-Blazers avevano tutto per vincere.
L'unica cosa che davvero mancava alla squadra, l'avrebbero pagata a caro prezzo nel momento decisivo.

Portland non aveva un leader nell'accezione classica del termine.
Mancava il più classico dei “go to guy”, colui a cui dare l'ultimo pallone quando questo scottava davvero, colui che avrebbe dovuto prendere per mano la squadra nei momenti del bisogno.

Inizialmente, il talento di cui disponevano i Blazers, sembrava non richiedesse la presenza di questa figura che mai era mancata in una squadra da titolo.
In Regular Season tutto il quintetto base andò in doppia cifra di media. Dai 16.4 punti a partita di Sheed agli 11.8 di Sabonis.

Eppure nel momento del bisogno questa assenza si rivelò decisiva.

I Blazers vinsero 59 partite in stagione, piazzandosi secondi, alle spalle dei Lakers.
Eliminarono nei Playoffs con irrisoria facilità  Minnesota e Utah. Si presentarono alla finale di Conference contro i Lakers col fattore campo avverso, ma tanta fiducia nei propri sconfinati mezzi.

Persero gara 1 allo Staples per 109 a 94. O'Neal realizzò 41 punti e prese 13 rimbalzi. Tentò 27 tiri dalla lunetta, mettendone solo 13.

I Blazers si rifecero in gara 2, giocando un basket perfetto, rovesciando il fattore campo ed imponendosi per 106 a 77.
Avevano mantenuto i Lakers al loro minimo stagionale. Avevano annullato Braynt (12 punti per lui con 2 su 9 al tiro) e tenuto Shaq a livelli normali: 23 punti, 12 rimbalzi ed un orrendo 5 su 17 ai liberi.
Dall'altra parte, Sheed era stato autore di 29 punti, Smith 24 e Pippen 21.

Los Angeles ebbe una reazione di orgoglio nelle due gare successive in Oregon.
Vinse fuori casa gara 3 e gara 4, portandosi sul 3 a 1, riprendendosi il fattore campo e mettendo una seria ipoteca sulla finale e quindi sul titolo.

Adesso i Lakers avevano gara 5 per chiudere i conti allo Staples.

Non ci riuscirono e precipitarono nel panico.
I Trail Blazers si imposero a Los Angeles per 96 ad 88, nonostante i 31 punti e i 21 rimbalzi di Shaq.
Nella casalinga gara 6 vinsero ancora per 103 a 93, impattando la serie sul 3 a 3, mantenendo O'Neal a soli 17 punti, mentre dall'altra parte uno straordinario Smith (26 punti per lui) ed un Pippen efficacissimo in difesa avevano fatto il resto.

Era necessaria una gara 7. Allo Staples Center di LA. Domenica. 4 Giugno del 2000.
Tutto sarebbe potuto accadere. E tutto accadde in quella incredibile partita.

I primi due quarti furono abbastanza equilibrati. 23 a 16, il parziale per Portland nel primo.
23 a 19 quello dei Lakers nel secondo.

All'intervallo il risultato era 42-39, Portland.

Ma nel terzo quarto i Blazers sembrarono poter chiudere la partita. Sabonis salì in cattedra ed annullò Shaq.
O'Neal chiuse il periodo con 0 punti sul boxscore, frutto di 2 errori sugli unici 2 tiri che era riuscito a prendersi. Rasheed invece aveva messo 4 tiri su 6, per 10 punti complessivi nel periodo.

Guidati da Smith e Wallace, a fine terzo quarto, i ragazzi dell'Oregon misero un parziale di 18 a 2, portandosi sul 68 a 53 e quindi sul 71 a 55. Più 16, massimo vantaggio.

A pochi secondi dalla sirena, Brian Shaw provò il tiro della disperazione dalla grande sistanza. Lo sbagliò, ma la palla si infilò ugualmente di tabellone. Era il 71 a 58 che chiudeva la terza frazione. Un canestro che si rivelerà  decisivo.

Prese il via l'ultimo quarto.
E fu il disastro da una parte. La gioia, il trionfo, l'apoteosi dall'altra.

Tutto inizia con Steve Smith ed il suo jump che scuote dolcemente la retina, dando l'impressione che nulla sia cambiato. E' il 73 a 58 per Portland.

Bryant riporta i suoi sul meno 13.
Poi, nell'azione immediatamente successiva, un evento fondamentale per le sorti dell'incontro.
Gli arbitri fischiano il quarto fallo di Sabonis su Shaq. E' l'inizio della fine per la squadra in maglia rossonera.

Bonzi Wells dalla lunetta sigla il 75 a 60. Ancora più quindici. Saranno gli ultimi punti dei Blazers per diversi, interminabili minuti.
Da quel momento in poi ci sarà  solo una serie interminabile di errori al tiro che porterà  i Lakers alla magica ed incredibile rimonta.

Shaq da sotto mette il 75 a 62. E' appena la sua settima conclusione della partita, limitato ottimamente da Sabonis.

Dall'altra parte del campo, Braynt vola a stoppare una conclusione di Wells. Transizione dei Lakers ed è Shaw da 3 a regalare il meno dieci ai suoi.
Mancano 9 minuti e 36 secondi alla fine. Portland ha ancora saldamente il comando della partita. Ma il suicidio collettivo è vicino.

Scottie Pippen prova la tripla. Palla sul ferro. Kobe dalla lunetta mette un tiro libero. Ed è 75 a 66.

Rasheed sbaglia dalla distanza, rimbalzo in attacco di Portland. Ancora Wallace al tiro. Ancora un errore.

Transizione dei Lakers. E qui cambia definitivamente la partita.
Sabonis commette nuovamente fallo su Shaq. E' il quinto. Si accomoda mestamente in panca, lasciando campo libero al 34 gialloviola.

Kobe sbaglia da 3, rimbalzo offensivo di Shaq che va al tiro. Stoppata pulita di Wallace, ma gli arbitri fischiano ancora fallo.
1 su 2 di Shaq dalla linea della carità . E' 75 a 67.

Poi accade tutto in pochissimi secondi.
Kobe sbaglia ancora da tre in transizione. Bonzi Wells lo imita con una tripla che entra ed esce. Ci prova Brian Shaw ma anche la sua tripla coglie il ferro. Wallace si catapulta a rimbalzo. Non ci arriva. La palla finisce nelle mani di Horry che fa un passo indietro oltre l'arco e fa partire il tiro. Solo rete.
Mancano 6 primi e 5 secondi alla fine ed è 75 a 70.

I Nervi dei giocatori di Portland, iniziano a cedere.
Pippen sbaglia. Rimbalzo difensivo di LA.
Horry va in transizione, ma Scottie recupera la posizione in difesa e prende sfondamento. E' il quarto sfondamento subito da Scottie in partita.

Rasheed Wallace sbaglia nuovamente. Bryant, no. E' 75 a 72 adesso. Portland ha mancato le ultime 9 conclusioni.

Ancora Sheed tenta il tiro, ma nulla da fare. Sbaglia anche Bryant da 3.
I Blazers sono 1 su 11 dal campo nel'ultimo periodo. I Lakers, 5 su 10.

Grant prova da sotto, ma Shaq lo stoppa. Sheed recupera la palla e prova ancora. Di nuovo un errore. Quattro minuti e dieci secondi alla fine.

Una nuova tripla di Shaw impatta la partita sul 75 pari. I Lakers hanno un parziale di 15-0.
Il principe del Baltico si alza dalla panchina per tornare sul terreno di gioco.

Rasheed sbaglia ancora. Mancano 3 minuti e mezzo alla fine. Portland è 1 su 14 al tiro.

Kobe forza una conclusione che coglie il ferro, Wallace prende il rimbalzo.
Sabonis porta Shaq fuori dall'area, si aprono maggiori spazi per i Blazers. Stavolta Sheed, pescato splendidamente da Arvidas, la mette.
Più due Portland. 77-75.

Ma dura pochissimo. Sul possesso successivo, gli arbitri fischiano un fallo inesistente a Sabonis su Shaq. E' il sesto fallo del centro lituano, costretto a lasciare definitivamente la partita. Si spengono qui le speranze di Portland.

Shaq fa 2 su 2 dalla linea ed impatta di nuovo sul 77 pari a 3 minuti dalla fine. Il sorpasso arriva subito dopo, ancora grazie a Shaq, dopo un errore di Brian Grant.

Gli ultimi bagliori, nel bene e nel male, li regala ancora una volta Wallace. Prima mette il canestro del 79 pari. Poi, dopo un 2 su 2 di Kobe dalla lunetta a 94 secondi dalla fine, subisce fallo da Shaq.

Sono i liberi del nuovo possibile pareggio, ma li sbaglia entrambi.
Subito dopo Kobe mette il canestro che chiude i conti. Quindi alza uno splendido lay up per Shaq che schiaccia di potenza.

La partita si chiude sull'89-84 per i Lakers.
Per Bryant, 25 punti, 11 rimbalzi e 7 assist.
O'Neal, 18 punti e 9 rimbalzi.
Wallace, 30 punti e 4 rimbalzi, ma tanti, troppi errori decisivi nei momenti chiave della partita.

I Lakers volano in finale. Volano verso il primo di tre titoli consecutivi dell'era targata Shaq-Bryant-Jackson.

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