Solid as a rock

Mitch Richmond, la roccia…

L'iter cestistico percorso da Mitch Richmond ha a suo modo dell'incredibile. Perché se da un lato sarebbe stato difficile da prevedere, d'altro canto potrebbe risultare scontato con il senno di poi:un percorso per certi versi da manuale, che ha ripreso in buona parte una serie dei luoghi comuni legati all'America a stelle e strisce .

Cammino "classico", al quale non manca nulla per non essere tradizionale;un avvio sfavillante con l'immediata conquista del premio per la migliore matricola, ed una chiusa invidiabile, almeno a giudicare dall'evento che l' ha caratterizzata:la conquista del titolo. E poi, per non essere da meno a decine di colleghi, ecco le difficoltà  a scuola ed in famiglia, nonchè l'iniziale interesse al football prima di darsi anima e corpo al basket.

Ma, a dispetto delle apparenze, non si è affatto trattato di un'ascesa. Al contrario sono stati vistosi i segni di cedimento, evidenti tra i passaggi di franchigia ed il trascorrere del tempo, inesorabile per chi, come Richmond, si è ritrovato ad avere pochi, pochissimi anni di vera autonomia.

Non è un riferimento alla quantità  di tempo trascorsa nella Lega, tra l'altro abbandonata a 37 anni e dopo 14 stagioni, ma alle esigue possibilità  che Richmond ha avuto per emergere dall'anonimato;ma se anche in questo caso la predominanza di vari eroi del parquet è stata netta e duratura tanto da lasciare "a secco" diversi campioni dell'ultimo ventennio, è pur vero che parte della responsabilità  va ricercata in Richmond, per molti versi non troppo lontano dalla mediocrità  e fautore di scelte non sempre ottimali.

I più affezionati ad Oakland e dintorni potrebbero facilmente obiettare a quest'ultima considerazione facendo presente la prima cessione di cui Richmond, allora al terzo anno, fu vittima:i Golden State Warriors allenati da Don Nelson, nel lontano 1991, pensarono bene di smembrare il trio delle meraviglie, il Run TMC di Timmy Hardaway, Mitch Richmond e Chris Mullin nella convinzione che un lungo di valore sotto i tabelloni fosse il tassello mancante per arrivare in fondo.

C'è del paradossale nel pensare che quel mostro da 72,5 punti complessivi in tre venisse fatto fuori a scapito di uno degli artefici della conquista di due accessi consecutivi alla post-season, per di più in cambio di quel Billy Owens che Mitch si sarebbe rivisto transitare davanti più tardi, ai tempi di Sacramento senza troppo brillare.

Ovvio che Richmond non fosse raggiante, nella prima grande circostanza in cui qualcuno dovette decidere per lui, sacrificandolo. Realisticamente, in quel frangente i Warriors si stavano giocando tutte le chances di competere per traguardi importanti, e perdevano al contempo uno dei più grandi penetratori puri esistenti nella NBA, optando per confermare l'efficiente ma più malandato Chris Mullin.

I rapporti tra i tre componenti del TMC, ai tempi non la sigla di una nota guardia degli anni futuri, rimasero molto stretti, tanto che nei primi tempi in maglia Kings, Richmond mantenne la residenza ad Oakland spostandosi quotidianamente alla ARCO Arena, oltre al fatto che ora è a tutti gli effetti membro dello staff dei Warriors in qualità  di osservatore. E non c'è da stupirsi del fatto che pochi mesi dopo il trasferimento avesse insistito per essere nuovamente ceduto, tante erano le difficoltà  a rimanere in una città  nella quale i Golden State Warriors avevano persino più visibilità  della squadra locale (memorabile il "Benvenuto all'inferno" che Spud Webb riservò ad un nuovo compagno come accoglienza).

Poi, piano piano, anche Sacramento iniziò ad apprezzare Richmond, ad avvicinarsi progressivamente al basket per meritò di quel "2" (per ruolo e divisa) dal fisico talmente compatto da essere soprannominato "The Rock", vale a dire "la roccia", che ne metteva a ripetizione. Senza rendersene conto Richmond toccò proprio ai Kings l'apice della sua condizione, e quel magico '95 da MVP dell'All Star Game con 22 punti in 23 minuti(10/13 da 2 e 3/3 dalla lunga) non era l'inizio dei sogni di gloria, ma l'occasione che questa guardia da Kansas State ebbe per ottenere una platea in ginocchio, senza paragoni né raffronti.

Senza pensare al numero 2 sulle spalle, etichetta degli esperti ma pure signorile tributo di Mitch a MJ, inarrivabile compagno di reparto. Senza che qualcuno stesse a rimarcare, come poi gli successe per gran parte della carriera, la mancanza di un titolo e senza spettri di cessioni o cedimenti. Fu quello il suo acme. Non un sottovalutato, come usavano sostenere in molti, ma una splendida meteora del basket giocato; non da Hall of Fame ma da riconoscimenti più crudi, quotidiani e gratificanti come i ricordi della gente.

Non per caso proprio con Sacramento coincise l'ultima stagione della carriera ad almeno 21 punti di media, la decima consecutiva come Jabbar, Jordan e Robertson. Dopo la quale, Mitch si fermò. E scese prima sotto i 20, poi si fissò a 17. 4 e, alla fine, a 16. 2 prima di lasciare posto sul campo al proprio dirigente, curiosamente ancora Michael Jordan.

Non si riuscì ad evitare il declino, ed una volta che questo sopraggiunse, a Washington con l'infortunio che lo tolse di mezzo per 45 gare ma forse anche nell'ultima annata ai Kings, ci fu veramente poco da fare, e si prende in esame il fatturato di punti segnati non perché sia la sola voce significativa, ma perché senz'altro la più veritiera per un giocatore per antonomasia offensivo.

Almeno, in cuor suo, Richmond avrà  la coscienza pulita per aver lasciato ai tifosi della ARCO Arena un bel ricordino, come può essere considerato Chris Webber pure in seguito a stagioni non sempre esaltanti.

L'ombra di MJ si è dunque sentita in tutto il suo peso anche in questa situazione, ma senza avere le proporzioni distruttivi che ha assunto con un Barkley o un Ewing. Grande cruccio dell'avventura di Richmond va considerata forse una scarsa predisposizione a sfruttare al meglio le proprie qualità , e non solo per volere altrui. 23 partite nei playoff vanno ritenute una miseria, magari bruciano se si ha convissuto per un po' con Juwan Howard e Rod Strickland al massimo della forma, e a parte le felici imprese con Golden State il bottino è piuttosto scarno; strano per uno che fin da giovanissimo risultava decisivo.

Addirittura il suo primo college nel Missouri, il Meberly Area Junior College, raggiunse con lui un 69-9 in due anni ed un terzo posto assoluto nel 1985. , e con Kansas State, nel suo secondo biennio, arrivò ad un soffio dalle Final Four, tanto da guadagnare la convocazione per le Universiadi nel 1987. Questa tendenza(o incapacità ) ad evitare il gradino più alto del podio sembrava non avere fine già  con il bronzo di Seul '88, ma fortunatamente per il nostro arrivò qualche salvagente di considerevole entità .

All'oro olimpico rimediò il Dream Team del'96, dopo che nel '92 era stato escluso senza troppi fronzoli. Nell'occasione "Hammer"(così denominato per il gioco molto fisico) mostrò al mondo i progressi in difesa tenendo a stecchetto nientemeno che Sasha Danilovic, e non sfigurò per nulla .

Per il titolo accorse invece in suo aiuto il carrozzone di Phil Jackson, che ha fatto di questi favori anche ai vari Rice, Rider o Horace Grant, beninteso che ai Lakers difficilmente sarebbe servita un'altra guardia di quel tipo con Kobe Bryant nel pieno del proprio splendore. Il minutaggio divenne di un terzo rispetto a quello della precedente stagione, ed in undici giri di lancette Mitch non riuscì a raggranellare di meglio che 4.1 punti, 1.5 rimbalzi, 0.9 assist e 0.2 recuperi ad incontro, mentre le medie carriera parlano di 21 punti di media, 5.3 rimbalzi e 3 assist, senza che mai prima fosse sceso sotto gli 1.04 palloni rubati.

Giocatore completo per il proprio ruolo, muscoloso e con braccia lunghe ad agevolarne parecchie fasi del gioco, anche se la sua arma letale resta la penetrazione, mossa cercata spesso e volentieri per ottenere tiri liberi, che hanno sovente incrementato il suo score(proprio contro Sac'to ha un record di 19 liberi ottenuti) . Sei volte di fila All Star, tre volte secondo quintetto ed un'inclusione nel terzo, ha sempre condotto i Kings nei punti realizzati, potenziandosi in quel di Sacramento sia in ambito difensivo che nel tiro da fuori;inevitabile il ritiro della maglia numero 2, avvenuto il 5 dicembre 2003.

E poi il titolo;da veterano, o comunque da non-protagonista.

Ma in quel minuto scarso di finale che ha avuto l'opportunità  di disputare, da vecchia volpe ha lasciato la firma. E non per il timore di un trilione, ma perché quel minuto, come l'All Star Game del '95, è stato un momento esclusivamente suo. Un minuto, un tiro. E un canestro in fade away, invocato dal pubblico.

In grande stile, da sontuoso attaccante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *