L’anello approda ad L.A.

Il primo, meritatissimo anello per il grande Jerry West

Ladies and Gentlemen, from Los Angeles, California, The Ring!

E adesso non aspettatevi l'inconfondibile giro di chitarra che apre Roadhouse Blues, caso mai sarebbe d'uopo l'attacco di una versione riveduta e corretta di The Star Spangled Banner, l'inno nazionale americano.

E' la tarda primavera del 1972.
Los Angeles conquista il suo primo titolo NBA. Agognato, sofferto, più volte sfiorato, ma mai ghermito.

Dapprima il più che decennale incubo Russell, poi il cuore di Willis Reed e dei giovani guerrieri della Grande Mela, infine lo strano connubio generazionale Robertson-Alcindor.

Quell'anello pareva essere maledetto.
A dispetto dei Chamberlain, dei West, dei Baylor, dei record e delle innumerevoli finali, sembrava davvero non dovesse mai arrivare.

Ma per una volta lasciamo spazio ai numeri.
Pur sempre riduttivi, ma mai come in questo caso altamente esplicativi.

Los Angeles: Fa il suo ingresso nella NBA nella stagione 1962-'63. Sette finali disputate in dieci anni. Sette sconfitte.

Elgin Baylor: Arriva nella NBA nella stagione 1958-'59. Otto finali disputate (una coi Minneapolis Lakers). Otto sconfitte.

Jerry West: Esordisce nella stagione 1960-'61. Sette finali disputate. Sette sconfitte.

Wilt Chamberlain: Per lui anno da rookie nel 1959-'60. Quattro finali NBA disputate. Tre sconfitte (due a LA, una a San Francisco, tutte contro Boston) ed una vittoria (nel 1967 con Philadelphia). Quattro finali di conference perse contro i Celtics, su cinque disputate.

Tutto questo fino a quel lontano 7 maggio 1972. Domenica. Gara 5 di finale.
I Lakers piegano definitivamente la resistenza dei Knicks e riescono a raggiungere l'anello.
Ad infrangere quei record negativi, a ritoccare quelle statistiche pesanti ed ingiuste.

Ma non per tutti.
Per Elgin Baylor, la meravigliosa guardia-ala che per 14 anni aveva illuminato i parquet di mezza America con le sue giocate spettacolari, l'anello non arriverà  mai.

All'inizio della stagione 1971-'72, dopo appena 9 gare giocate con un record di 6 vittorie e 3 sconfitte, il trentasettenne Baylor si ritira.
Una decisione aggravata dall'infortunio alle ginocchia che non gli davano tregua e che lo avevano costretto a giocare solo due partite nella stagione precedente.

Un brutto, tragico scherzo del destino.
Dopo il ritiro, i Lakers iniziano quella famosa striscia di vittorie consecutive, che nel giro di pochi mesi li porterà  alla conquista del mondo.

Ironia della sorte, gran parte del merito va al nuovo coach della squadra, Bill Sharman, un vecchio nemico mortale, ex giocatore dei mitici Celtics di Russell.

Dopo il ritiro di Baylor, Sharman inserì Gail Goodrich nello starting five, per togliere pressione nella realizzazione all'ormai trentatrenne West, e convinse Chamberlain a concentrare il suo gioco più sulla difesa che sull'attacco.
Inserì il giovanissimo Jim McMillian al posto di Baylor, mentre consegnò a Happy Hairston il ruolo di rimbalzista della squadra.

Hairston passò in una sola stagione da quasi 19 punti per partita ad appena 13, in compenso catturò 15 rimbalzi per partita, diventando il primo giocatore che giocava con con Chamberlain a prendere oltre mille rimblazi in una stagione.

Il 5 novembre del '71, il giorno dopo il ritiro di Elgin, i Lakers sconfissero per 110-106 i Baltimore Bullets, poi non persero più per oltre due mesi.

Il 12 dicembre sconfissero Atlanta, arrivando a 21 vittorie consecutive e migliorando il precedente record che era di venti vittorie, siglato dai Bucks nella stagione precedente.

La sconfitta arrivò proprio contro Milwakee il 9 gennaio del '72. La striscia, appena interrotta, parlava di trentatrè vittorie consecutive.
Un record tuttora imbattutto, che persino i fantastici Bulls non sono riusciti a migliorare.

Los Angeles chiuse la stagione con 69 vittorie e 13 sconfitte.
Record che ha resistito agli assalti delle varie squadre per 24 anni, fino al 1996, anno in cui Bulls di tale Michael Jordan finiranno la season con 72 vittorie e 10 sconfitte.

Jerry West aveva messo a referto 25,8 punti per partita, conditi da 9,7 assist e 4,2 rimbalzi. Per Wilt Chamberlain 14,8 punti a partita, 19,2 rimbalzi e 4 assist.

I Lakers si presentarono ai playoffs come la squadra da battere.
Al primo turno spazzarono via Chicago con un sonante 4-0.

In finale di conference lo scontro più difficile. Contro i Bucks di Oscar Robertson e Lew Alcindor (eletto per la seconda volta consecutiva in tre stagioni da pro MVP della stagione), che solo l'anno prima avevano conquistato il titolo. 4-2, Lakers, e tutti a casa.

Adesso ancora una finale. Per Los Angles e per Jerry West l'ottava in undici anni. Gli avversari erano i New York Knicks, in una riedizione dell'epica serie finale di due anni prima. Quella dell'eroica impresa di Willis Reed che aveva portato NY alla vittoria in sette gare.

Era l'occasione buona per una grande rivincita per i Lakers.
Stavolta infatti, l'ago della bilancia pendeva inesorabilmente dalla parte di LA.
Reed era fuori per infortunio. Dick Barnett pure. I Knicks non erano quelli di due anni prima. E soprattutto i Lakers sembravano avere una sconfinata sicurezza nei propri mezzi.

Eppure in gara 1, New York si impose al Forum per 114-92, grazie a 26 punti di Lucas. I Lakers si ritrovarono in un baleno a perdere fattore campo e parte della loro sicurezza.

Vecchi fantasmi riemersero a turbare i sogni dei tifosi di LA.
Ricordi di finali già  vinte in partenza, ma perse agli ultimi secondi di gara sette.

Quella volta dei palloncini al Forum contro i Celtics. Quella volta al Madison, quando Reed sbucò dal tunnel, per folgorare il pubblico ed i giocatori in campo.
Troppi ricordi, troppe storie che sembravano essere definitivamente dimenticate almeno per una stagione ed ora tornavano a galla. Nuovi spettri tornavano a ripopolare gli incubi di un'intera città .

Ma la fortuna questa volta si schierò dalla parte dei Lakers.
Gara 2 diventava già  decisiva per l'anello. Dave DeBusschere si infortunò alla fine del primo quarto, e i Knicks già  privi di due dei migliori giocatori della squadra, si ritrovarono in situazione di emergenza.

I Lakers si imposero per 106-92.

Quindi ci si spostò sull'altra costa. Al Madison Square Garden, dove quasi non ci fu più partita. Gara 3 andò ancora ai Lakers, ma la gara cruciale della serie fu la quattro.

Nel primo quarto, Wilt Chamberlain si infortunò ad un polso.
Forse memore delle critiche piovutegli addosso qualche anno prima in occasione della finale del '69, quando chiese di uscire per una leggera botta rimediata contro Russell, mentre West, seriamente infortunato, stringeva i denti e portava avanti la sua squadra, decise di continuare a giocare.

Portò i Lakers alla vittoria di misura, maturata nell'overtime. In più si fece imbottire di antidolorifici per essere presente anche nella decisiva gara 5.

Siglò 24 punti, tirò giù 29 rimbalzi. I Lakers si imposero per 114-100.

A Los Angles arrivava il primo anello della sua storia.

Per Chamberlain alla fine della serie c'erano 97 punti, 116 rimbalzi ed un 60% al tiro. Ed il premio di MVP della finale.

Negli spogliatoi West pianse. Questa volta però di gioia.
E ringraziò pubblicamente Il proprio centro per quella vittoria:
“Wilt? E' semplicemente l'uomo che ci ha portato fin qui!”

Anche per Jerry West, quella finale fu uno strano scherzo del destino.

Aveva portato i Lakers a sette finali, giocando un basket fantastico per dieci anni nella lega. Aveva lottato quasi da solo nella finale del '69 contro i Celtics. Aveva tenuto in piedi i suoi Lakers nella finale del '70 contro i Knicks, aveva strabiliato il mondo, aveva conquistato la stima di avversari e tifosi ed aveva sempre perso. Aveva sofferto e pianto per questo, come mai nessun'altro.

Ora che aveva appena giocato in quella serie finale il peggior basket della sua gloriosa carriera, aveva vinto un titolo. Il primo ed unico titolo.

Ho giocato un basket terribile in queste finali e abbiamo vinto. In tutto questo sembra non esserci giustizia per me. Io ho contribuito così tanto negli anni scorsi per far vincere questa squadra, ma perdevamo sempre. Ora abbiamo vinto. Proprio quando ero solo una pezzo del macchinario. E' particolarmente frustrante per me. Ho giocato in maniera così misera che la squadra avrebbe potuto benissimo far a meno di me e vincere comunque.

L'anno dopo, nel 1973, West perderà  la sua ottava finale, ancora contro i Knicks, rinforzatisi grazie all'arrivo di Earl “The Peal” Monroe.
Quella serie finale sarà  l'ultimo atto della carriera di Wilt Chamberlain. Gara 5 di quella finale (4-1 per i Knicks) sarà  la sua ultima partita. La sua ultima sconfitta.

West si ritirerà  alla fine del 1974, chiudendo definitivamente una delle più belle epoche che la NBA ricordi.

Quei favolosi anni '60, in cui alcuni fra i più grandi giocatori di tutti i tempi (Cousy, Russel, Robertson, Baylor, West, Chamberlain, ecc.), concentrati in pochissime irripetibili squadre facevano sognare tutta l'America in sifde dal sapore irripetibile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *