Quei palloncini al Forum di LA

L'ultima grande vittoria di Bill Russell…

Se uno dei migliori giocatori della lega, nonchè uno dei centri più dominanti di sempre, compie un viaggio senza ritorno da una costa all'altra degli Stati Uniti, dal Pacifico all'Atlantico, la geografia della lega deve essere per forza di cose completamente ridisegnata.

E' ciò che è successo quest'estate, col recentissimo passaggio di Shaquille O'Neal da Los Angeles a Miami, dipinto infatti dalla stampa di tutto il mondo come una specie di terremoto per l'intera NBA.

Terremoto?

E' vero che oggi LA si ritrova verosimilmente a dire addio ai sogni di gloria in cui l'intera città  si era crogiolata dal 1997, vale a dire dall'anno in cui Shaq era approdato sulla costa californiana.

Ma sull'altra costa, in Florida, gli Heat non diventano improvvisamente una squadra pronta a competere per l'anello, perchè per accapparsi le grazie dell'ex bambinone di Louisiana State, hanno dovuto smembrare una squadra giovane ed interessante che negli scorsi playoffs aveva piacevolmente stupito tutti.

Dunque uno scambio che ha avuto come prinicpale effetto eliminare una pericolosa concorrente al titolo, senza crearne un'altra.

Più che un terremoto è sembrato una violenta folata di tramontana che, Staples Center a parte, non ha lasciato vistose crepe sulle facciate in solida muratura dei palazzetti NBA, contribuendo anzi, a ringaluzzire le velleità  di argenteria di molte squadre della costa occidentale.

Nulla di paragonabile a quello che avvenne trentasei anni or sono, quando Wilt Chamberlain abbandonò la natia Philadelphia, stravolgendo completamente la geografia della lega.

Correva l'estate del 1968.
E colui che a torto o a ragione, viene spesso considerato il più grande centro di ogni epoca, lasciava i Sixers di Philadelphia, dove l'anno prima aveva vinto il suo primo titolo in carriera per approdare a Los Angeles, in una squadra dal talento spaventoso e dalle infinite possibilità .

Wilt trovava come compagni di squadra la superba guardia bianca Jerry West, le cui movenze e la cui sconfinata eleganza sono state immortalate nel logo della NBA, ed Elgin Baylor, una guardia-ala atleticamente strepitosa, un Micheal Jordan di quarant'anni fa, per la capacità  di stare in aria sempre più degli altri ed inventare canestri impossibili per i comuni mortali.

Baylor, arrivato anche a toccare i 38.3 punti di media in una stagione, l'unico capace di contendere all'allora Warriors Chamberlain i titoli di miglior realizzatore di stagione, veniva da sei sconfitte in altretante finali NBA (tutte con la maglia dei Lakers).

Una sconfitta in meno per West, al secolo Mr Clutch per la caratteristica di segnare con irrisoria facilità  i canestri decisivi.

Per entrambi lo scoglio insuperabile era sempre stato rappresentato dai Celtics del grandissimo Bill Russell.
Ad entrambi mancava l'anello per coronare le loro carriere che tuttora hanno pochi eguali nella storia della lega.

L'arrivo di Chamberlain sembrava essere il tassello che era sempre mancato ad una squadra già  forte di per sè per diventare un'autentica corazzata difficilmente contenibile.

E per la prima volta nella storia delle magiche sfide tra Lakers e Celtics, i gialloviola potevano oppore un centro di livello assoluto allo spauracchio Russell.

I Celtics iniziarono la stagione 1968-'69, avvolti da un alone di scetticismo. Erano da tutti considerati troppo vecchi ed il titolo dell'anno prima, conquistato in sei gare di finale proprio contro i Lakers, era stato già  da tempo celebrato come il canto del cigno di una squadra e di un ciclo irripetibile.

Il record di 48 vittorie e 34 sconfitte ed il quarto posto nella Eastern Conference non fecero altro che confermare questa diffusissima opinione.

A Boston, in cabina di regia, già  da anni non dirigeva più le operazioni il mitico Bob Cousy, ritiratosi alla fine del '63 e sostituito degnamente da K. C. Jones, in più dopo il titolo del '66 il coach Red Auerbach, passato assieme al suo sigaro alla dirigenza della franchigia, privò la squadra del suo straordinario apporto dalla panchina.

Il faro della squadra continuava ad essere l'anziano Bill Russell, ora anche nelle vesti di coach (primo allenatore di colore nella storia della NBA), alla sua ultima stagione da professionista.

I Celtics in post-season riuscirono a far la voce grossa con una spaesata Philadelphia, priva di Chamberlain, e con la franchigia nascente della lega, i New York Knicks.

Ma la finale era tutt'altra cosa.
Era contro Los Angeles. Era contro Chamberlain. Contro West. Contro Baylor.

I Lakers avevano perso sei finali su sei contro i Celtics fino a quel momento (una quando ancora erano a Minneapolis), ma stavolta sarebbe stato diverso.
I Celtics erano vecchi e logori. I Lakers avevano Wilt Chamberlain. Mr 100 punti.

Dirà  in seguito Jerry West: “La maggior parte degli anni precedenti loro erano più forti di noi, ma nel '69 non erano assolutamente migliori. Period. Noi eravamo migliori. Period. E Non abbiamo vinto. E quella fu la sconfitta più frustrante”.

I Lakers avevano chiuso la regular con un record di 55W e 27L e questo assicurò loro il fattore campo per la serie finale.
Per la prima volta nella storia delle loro finali i Lakers avevano un centro da opporre a Bill Russell.

Bill aveva ormai visto volar via gli anni migliori della sua carriera. Aveva 35 anni ed aveva chiuso la regular con soli 9,9 punti per partita.

La migliore arma offensiva dei Celtics era il grandissimo John Havlicek, colui che viene considerato unanimanete il milgior sesto uomo di sempre, che durante l'arco della stagione, aveva realizzato 21,6 punti per partita.

Gara 1 fu un'autentica battaglia. West siglò 53 punti, Havlicek 39 e i Lakers si imposero 120-118.

West replicò in gara 2 con 41 punti, Havlicek 43. Chamberlain siglò solo quattro punti, ma fece registrare un appassionante duello con Russel a rimbalzo, Baylor siglò gli ultimi 12 punti dei Lakers e anche gara due andò a LA per 118-112.

Dopo due gare si era sul 2-0 LA, e la serie come da pronostico pareva già  segnata.

Mentre da più parti si iniziava a favoleggiare di uno storico sweep, e già  si sprecavano le omelie funebri per la fine (non troppo prematura) della dinastia Celtics, si tornò a Boston per gara 3 e gara 4.

Forse l'errore dei Lakers, fu quello di non credere in gara 3.
Considerarla naturalmente persa per un normale rigurgito dello smisurato orgoglio dei Celtics.
Persero gara 3. Ma con somma sorpresa di tutti gli states, persero anche una tiratissima gara 4 per 89-88.

E i Celtics riuscirono ad impattare la serie sul 2 pari.

Per gara 5 si tornò al Forum di LA.
I Lakers comandarono fin dalla palla due e si imposero grazie a 39 punti del solito ed immenso Jerry West.

Dal canto suo, Chamberlain stravinse il duello a rimbalzo contro Russell per 31 a 13.

Se Russell, autore di una prestazione incolore (dominato da Wilt a rimbalzo e 2 soli punti per lui in gara 5) poteva essere un ottimo segnale per i Lakers, lo strappo alla coscia destra che West si procurò a cinque minuti dalla fine della partita era quanto di peggio potesse loro capitare.

Al Boston Garden per gara 6, Jerry si presentò imbottito di novocaina.
Aveva bisogno dell'aiuto dei suoi compagni per violare lo storico palazzetto dei Celtics, ma quell'aiuto non arrivò.

Chamberlain mise a referto soli due punti, subì Russell a rimbalzo e Baylor fu limitato bene dalla difesa di Boston.
West siglò 26 punti ma non furono sufficienti per portare i suoi Lakers alla vittoria e quindi al titolo.
Boston si impose per 99-90.

Nulla di troppo grave rappresentò comunque questa sconfitta per tutta Los Angeles e soprattutto per la dirigenza della franchigia.

La decisiva gara 7 era al Forum, dove i Lakers si erano dimostrati pressocchè imbattibili e i Celtics nella serie vi avevano perso 3 volte su 3.

In più Boston era parsa più volte stanca e le vittorie casalinghe erano giunte più che altro per limiti, demeriti ed anche un po' di sfortuna degli avversari che per meriti propri.

Insomma tutto lasciava pensare ad una gara 7 decisamente a senso unico.

I Lakers prepararono un vademecum per le celebrazioni post-vittoria.
I progetti per i festeggiamenti di un titolo che mancava dai tempi di Mikan e che a Los Angeles non era mai giunto, assorbivano tutte le energie della dirigienza della squadra in maglia gialloviola.

Il proprietario della franchigia, Jack Kent Cooke ordinò migliaia di palloncini colorati e gli fece appendere sul soffitto del Forum.
Quei palloncini avrebbero dovuto invadere il terreno di gioco non appena la partita sarebbe finita e avrebbero date il via alle celebrazioni per la vittoria.

Quando, quel lunedì 5 maggio 1969, giorno di gara 7, i giocatori fecero ingresso sul terreno di gioco, si narra che le reazioni dei due uomini simboli delle due squadre alla vista di quei palloncini colorati, furono contrastanti.

Bill Russell sorrise.
E con la sua solita flemma, bisbigliò ad un compagno vicino: “Glieli ricacceremo ad uno ad uno nel c…!”

Jerry West invece andò su tutte le furie. Conosceva bene i Celtics verso cui nutriva un profondo rispetto e quasi timore per il loro smisurato orgoglio.
Pensava che quei palloncini potevano rappresentare la motivazione estrema che i Celtics cercavano e che, dopo anni e anni di incontrastate vittorie, sembravano aver smarrito.

Almeno all'inizi andò proprio così.
I primi 8 tiri su 10 dei Celtics si tramutarono in altrettanti canestri per un parziale iniziale di 24-12 Per Boston.

Jerry West, che prima della gara faceva persino fatica a camminare, ma come Willis Reed un anno dopo, non volle mancare a quella finale e, imbottito di antidolorifici, scese ugualmente in campo, prese letteralmente per mano la sua squadra e la portò alla fine del primo periodo ad essere sotto solo di 3 punti.
28-25, Celtics.

Un secondo quarto equilibratissimo portò il risultato all'intervallo sul 59-56, Celtics. Ancora un più 3, Boston.

I Celtics sembrarono riuscire ad andarsene durante il terzo periodo quando si ritrovarono anche sul più 9 e solo uno stratosferico West riuscì a mantenere i Lakers in partita.

A 3 minuti e 39 secondi dalla fine del terzo quarto, Russell andò a canestro. Chamberlain tentò inutilmente di contrastarlo ma tutto ciò che ottenne alla fine fu di commettere anche fallo per un gioco da tre punti.

Bill trasformò il gioco da tre punti e portò i Celtics sul 79 a 66, mentre il suo avversario, si ritrovava già  5 falli sul groppone.

Chamberlain andava davvero fiero del fatto che durante tutta la sua mirabolante carriera non era mai uscito per falli. Giocò contratto tutto il quarto periodo, impostando una difesa molto soft nei confronti di Russell e i Celtics ne apporfittarono per volare sul 91-76.

Il vantaggio salì fino a 17 punti, ma quando per i Lakers embrava ormai tutto perso, Russell e K.C. Jones commisero in rapida successione i loro quinti falli personali.

A quel punto salì in cattedra Jerry west. Praticamente da solo, ridusse lo svantaggio a 12 punti.

A complicare la vita dei Celtics arrivarono il quinto fallo di Havlicek, seguito a ruota dal sesto di Jones che chiudeva così la sua carriera in NBA. Aveva realizzato 24 punti fino a quel momento.

Ancora West ridusse lo scarto per i gialloviola e con sei minuti da giocare, col solo Havlicek a sostenere il peso di tutto l'attacco dei Celtics, il risultato era di 103-94 per Boston.

A 5,45 minuti dal termine Chamberlain (per lui fino a quel momento 4 su 13 ai liberi, 7 su 8 dal campo e 27 rimbalzi) durante uno scontro con Russell nella sua aerea, cadde male, infortunandosi la gamba. Sebbene l'infortunio non sembrasse affatto grave, lo stesso Wilt chiese di uscire dal campo.

Tra il disappunto generale di un intero palazzetto che vedeva Jerry West trascinarsi una gamba in campo pur di portare la propria squadra sul tetto del mondo, il coach dei Lakers Van Breda Kollf fu costretto a mandare sul terreno di gioco il centro di riserva Mel Counts.

I Celtics non avevano più gambe e fiato. Immobili, speravano solo che il cronometro viaggiasse più velocemente possibile, confidando sugli errori dei Lakers.

Ma West sembrava non essere letteralmente in grado di sbagliare.
Continuò la sua personale battaglia contro tutto e tutti.
Con due tiri liberi portò lo svantaggio a meno sette. Successivamente con due jump dalla media in rapida successione, portò il risultato sul 103-100.

A tre minuti dalla fine il panchinaro Counts, il sostituto di Chamberlain, ricevette un assist delizioso ancora da West e mise a segno il canestro del meno. 103-102.

A quel punto Chamberlian si alzò dalla panchina e si dichiarò disposto a tornare in campo.

Ma la raggelante risposta del coach fu:

“Mi spiace, ma andiamo abbastanza bene anche senza di te! Andremo fino in fondo con gente che vuol stare in campo anche soffrendo!”.

West rimase ignaro di tutto questo siparietto fra coach e proprio centro, ma quando ne fu messo a conoscenza dalla stampa, si dichiarò incredulo.

I Lakers ebbero più volte nell'ultimo minuto la possibilità  di sorpassare i Celtics ma sbagliarono diversi tiri liberi (per loro alla fine un misero 28 su 47 dalla lunetta) e alla fine furono puniti.

Don Nelson mise a segno il jump che voleva dire 108-106, Celtics. E Russel a pochi secondi dalla fine della partita stoppò proprio Mel Counts.

Jerry West chiuse con 42 punti, 13 rimbalzi e 12 assist, ma fu Boston a vincere partita e titolo.

Uscì dal campo zoppicando. Si rintanò negli spogliatoi e cominciò a piangere a dirotto. E non solo per il dolore.

Havlicek entrò nello spogliatoio dei Lakers, lo abbraccio e gli disse:
“Jerry, ti voglio bene!”.

Ancher Russel entrò nello spogliatoio dei Lakers. Salutò Chamberlain poi si mise di fronte a West, gli strinse forte la mano, lo fissò intensamente per qualche secondo e se ne andò senza dire una parola.

Un silenzio che valeva più di mille parole.

Quell'anno venne istituito il premio per il miglior giocatore della finale. Lo vinse proprio West, e tuttora rimane l'unico giocatore ad esserselo aggiudicato pur avendo perso la finale.

Qualche giorno dopo quella storica partita, William Felton Russell annuncerà  a tutto il mondo il suo ritiro.

Furono in molti a rimpiangere quel ritiro, ma furono ancora di più coloro che si ritrovarono a tirare un sospiro di sollievo e ad escalamare: “Domani è un altro giorno!”.

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