Never fear, E. J. is here!

Magic portato in trionfo dopo la splendida vittoria di gara 6

Quando, parlando con il supercapo di Play.it, abbiamo deciso di aprire questa nuova rubrica, la prima domanda che mi sono posto è stata: da dove cominciare?

Facile dire parliamo di partite leggendarie che hanno segnato la storia della lega di basket professionistico più famosa al mondo.
Ma quale scegliere, come number one, fra la marea che cinquant'anni di vita di NBA ci hanno costantemente proposto?

Ce ne sarebbero tante. Troppe.
Ad iniziare dalla famosa gara 7 del '69, in cui migliaia di palloncini pendevano dal soffitto del Forum per festeggiare l'imminente vittoria dei Lakers, passando per l'ultimo atto di MJ contro Utah, con quei due minuti finali che, indelebili, rimarranno scolpiti nella memoria di ognuno di noi, per finire alle già  storiche sfide tra Lakers e Kings di recentissima memoria.

Non una semplice scelta. Ma una questione di basilare importanza!
Peraltro risolta con la consapevolezza che forse non c'è nulla di meglio che partire con qualcosa che abbia un sapore… come dire… Magico.
Con una prestazione che rimarrà  scolpita a caratteri cubitali nella storia di questo meraviglioso sport. Una prestazione Magica.

Immaginiamoci trasportati indietro nel tempo.
All'ultimo atto di quel decennio consegnato direttamente ai libri di storia come i favolosi anni '70. Anni di cambiamento a livello politico, sociale, economico.

Anni in cui la National Basketball Association aveva attraversato il momento più buio della sua fulgida storia.
I fasti degli anni 60 erano ormai lontani. Chamberlain e Russel ormai uno sbiadito ricordo.

L'ABA era stata un'agguerrita rivale e la NBA già  da tempo lottava contro lo spettro del fallimento. Un pubblico sempre più freddo ed un mercato in perenne calo sembrava avviare la lega verso un lento, inesorabile declino.

La stagione 1979/80 vide l'introduzione del tiro da tre punti, che tanto aveva furoreggiato nella defunta American Basketball Association.
Lo stesso anno i Jazz abbandonavano la natia New Orleans e le paludi della Louisiana, per trovare rifugio fra le montagne dello Utah, sulle sponde del Lago Salato.

Cambiamenti tesi a dare una svolta, quasi uno scossone, al gioco e alla geografia di una lega stantia ed impoverita.
Eppure sarebbero serviti a ben poco, se due ragazzi, diversi come il giorno e la notte, nell'estate del '79, non avessero varcato la fatidica soglia della NBA.

Magic Johnson e Larry Bird, freschi reduci da una delle più appassionanti finali del college Basket, saranno i veri salvatori.

Bird, nella stagione da rookie, portò i suoi Celtics ad un miglioramento di 48 vittorie rispetto alla precedente. Fu eletto matricola dell'anno, ma la sua corsa si arrestò in finale di conference contro i Sixers del Dottore.

La corsa di Magic invece non ebbe intoppi e giunse all'ultimo atto, la serie finale contro i Sixers, per poi trovare il suo culmine nella celeberrima gara sei. L'ultima di quell'anno. La prima per noi.

Dopo stagioni in cui a contendersi il titolo erano state squadre dal basso mercato pubblicitario (Seattle, Washington, Portland) per l'intera lega una finale che vedeva contrapposte Los Angeles e Philadelphia era un'autentica boccata di ossigeno.

Significava ascolti da capogiro e per certi versi, ritorni ai fasti del passato.
Ma soprattutto significava lo scontro fra i due migliori giocatori del pianeta, Kareem Abdul Jabbar e Julius Erving.
La stella che risulterà  più splendente sarà  tuttavia un'altra. La stella di Earvin Magic Johnson.

La serie non ebbe grossi sussulti fino a gara 4. Un equilibrio pressoché perfetto aveva fino a quel punto regnato fra le due squadre.
Due vittorie a testa. Due volte il fattore campo era stato rovesciato (in gara2 e gara3). Un totale di 415 punti per Philly e di 426 per LA.

Sul parquet volteggiava il meglio che il panormama cestistico potesse offrire. Oltre a Kareem e Doctor J, i vari Magic, Wilkes, Nixon da una parte, Darryl Dawkins, Caldwell Jones, il sesto uomo e superbo difensore Bobby Jones e l'eccellennte play Maurice Cheeks, dall'altra.

Di fronte a cotanto splendore, forse anche il Destino fu preso da manie di protagonismo. Probabilmente ripudiò l'idea di essere oscurato dalle stelle in campo. Ed allungò la sua mano fatale su quella che era diventata la più classica delle must win game. Gara 5.

Nel terzo quarto con i Lakers sotto di due, la caviglia sinistra di Kareem Abdul Jabbar si piegò. Aveva messo a referto 26 punti fino a quel momento e stava tenendo i Lakers in partita con una prestazione da incorniciare.

Il 33 gialloviola strinse i denti e rimase ugualmente in campo, portando la sua squadra alla vittoria e la serie sul 3 a 2, Lakers.

Ma Kareem, appena eletto MVP di stagione per la sesta volta (record NBA, Russel si era fermato a 5) dovette pagare un prezzo salatissimo per quella eroica prestazione. Il mattino dopo gli risultava impossibile persino camminare.

Lo staff medico dei Lakers consigliò al giocatore assoluto riposo, per presentarsi nelle migliori condizioni possibili per l'eventuale e decisiva gara 7.

In pratica gli stessi Lakers diedero per certa la sconfitta a Philadelphia nella partita successiva e puntarono tutto su gara 7, contando sul fattore campo e sull'eventuale recupero di Jabbar.

I giocatori in maglia gialloviola appresero la notizia dell'assenza del loro centro, nonchè leader carismatico del gruppo, all'aereoporto di Los Angels, poco prima di imbarcarsi per il volo che gli avrebbe portati a Philadelphia.

Coach Westhead si rese subito conto come le ripercussioni psicologiche che l'assenza di Jabbar avrebbe potuto causare alla squadra, sarebbero potute risultare disastrose.

Decise in quel momento di giocare la sua carta a sorpresa.
Prima di imbarcarsi, prese da parte il giovanissimo play della squadra e lo mise al corrente dell'idea di farlo giocare centro.

"Nessun problema coach!" fu la pronta risposta del ragazzo con la casacca numero 32.

Mentre la squadra era in volo, la notizia dell'assenza di Kareem, percorse da costa a costa gli interi Stati Uniti. E se da una parte dell'oceano si festeggiava, un'aria di rassegnazione pervadeva l'intera città  degli Angeli.

Il clima sull'aereo dei Lakers non era sicuramente migliore. Facce cupe. Sguardi preoccupati. Fu allora che quel giovane playmaker di 2.05 dal sorriso radioso, quel sorriso che ben presto sarebbe diventato un'icona dello sport mondiale, decise di prendere in mano la situazione.

Seduto al posto riservato a Kareem, che mai nessuno aveva osato violare, chiamò suo padre dal telefono dell'aereo: "Domani si torna all'high school! Giocherò centro!".

Quindi si girò verso i suoi compagni. Pronunciò poche parole. Ma che passeranno alla storia: "Never fear, E.J. is here".

A Philadelphia, anche dopo l'arrivo dei Lakers, nessuno credeva che LA sarebbe scesa in campo senza il suo miglior giocatore.
L'aereoporto fu teatro di un vero e proprio appostamento di giornalisti, tifosi e addetti ai lavori che attendevano l'arrivo solitario di Jabbar.

La mattina della partita, un tassista dichiarò ad una radio locale di aver appena accompagnato l'occhialuto centro gialloviola all'hotel dei Lakers.

Lo stesso coach Cunningham si dichiarò disgustato dall'atteggiamento dei Lakers: “Crederò che Jabbar non è venuto a Philadelphia solo quando la partita sarà  finita e non l'avrò visto scendere in campo!”.

L'aria che si respirava nella città  dell'amore fraterno era comunque di estrema fiducia ed euforia. In campo o meno, Jabbar sarebbe stato comunque fortemente menomato. Nella conferenza stampa prepartita, un gruppo di giornalisti arrivò addirittura a chiedere a Magic un commento sulla futura e scontatissima gara 7.

In realtà  così forte era la convinzione dei Sixers di vincere, quanto quella di tutti i Lakers di perdere. Tutti, meno uno.

In seguito lo stesso Magic dichiarerà  che proprio quelle erano le condizioni ideali per fare una grande impresa.

E grande impresa fu.

Tra l'incredulità  del pubblico presente quel venerdì 16 maggio allo Spectrum di Philadelphia, Magic saltò per la palla a due contro Dawkins.
Ma, nonostante le premesse, il numero 32 gialloviola non giocò centro in quella partita. Fece di meglio. Ricoprì tutti e cinque i ruoli.

Philadelphia partì molto contratta, quasi stordita dall'inizio arrembante di Los Angeles, e si ritrovò ben presto sotto, dapprima per 7-0, poi per 11-4.

I Sixers si svegliarono a metà  secondo quarto grazie a 16 punti del veterano Steve Mix dalla panca, riuscendo a portarsi sul 52-44. Ma i Lakers non mollarono e guidati da un Magic, in completa trans agonistica, riuscirono a chiudere il primo tempo sul 60 pari. Viste le premesse, comunque una grande impresa.

I Lakers scesero in campo dopo l'intervallo più convinti delle propire possibilità . Aprirono il terzo quarto con un parziale di 14-0, trascinati da un ottimo Jamal Wilkes che solo in quel periodo realizzerà  16 punti.

I Sixers iniziarono a macinare gioco e punti nell'ultimo e decisivo quarto. Erving (26 punti per lui alla fine) suonò la carica per la squadra di casa e a poco più di cinque minuti dalla fine, mise a segno il canestro che portava la sua squadra sul -2. 103-101.

Quando tutti ormai aspettavano il crollo dei Lakers e la defnitiva consacrazione dei Sixers, Westhead chiamò time out.

Non è dato sapere quel che avvenne sulla panchina dei Lakers durante quella sospensione di gioco. L'unica cosa che sappiamo è che quando le squadre tornarono in campo, non ci fu più partita.

Nei successivi 76 secondi i Lakers misero a segno un parziale di 7-0.
Nel silenzio assoluto dello Spectrum, Magic realizzò altri 9 punti che chiusero definitivamente la gara sul 123-107.

Il tabellino finale dirà : Wilkes 37 punti e 10 rimbalzi.
Magic 42 punti, 14 su 14 dalla linea della carità , 15 rimbalzi, 7 assist, 1 stoppata, 3 recuperi.

I Lakers tornavano ad essere campioni NBA dopo 8 anni, dai tempi di Jerry West e Wilt Chamberlain.

Magic fu eletto MVP delle finali ed è tuttora l'unico giocatore nella storia ad aver vinto il titolo di miglior giocatore delle finali NCAA ed NBA, consecutivamente.

Al termine della gara, il giovanissimo play esplose di felicità , prese in mano il microfono di un giornalista e in diretta televisa urlò:
“So che ti fa male, big fella, ma questa notte voglio che tu ti alzi e inizi a ballare”.

Si narra che a quelle parole, un uomo occhialuto e posato, alto 2 metri e 18 centimetri, lontano migliaia di chilometri da Philadelphia, spense la TV, andò sul terrazzo della sua villa, ed iniziò a ballare.

La magia ebbe inizio quella notte.

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