NBA 10 Finals, Gli anni ’90.

Se non fosse stato per questo swing ci sarebbero state solo due Finals senza Jordan, '90 e '99.

Il quinto libro che esaminiamo è “NBA Ten Finals – Gli anni ‘90” di Claudio Limardi, capo-redattore di American Superbasket.

E’ uscito nel 1999 per Libri di Sport, la collana ormai leader in Italia per il mercato letterario del basket. Oh, non è che ci siano tante altre alternative, ma questo è un altro discorso.

Di cosa parla il libro ? Di tutte le finali NBA degli anni ’90, dai Bad Boys 1990 al Duncan atto primo del 1999. Costante ? Limardi, ovvio. Girardengo ? Ah, sì, certo che è andato di persona a Detroit come a Portland, a Chicago come a Houston. Il ragazzo in 10 anni si è fatto il giro degli USA.

Ogni capitolo è un focus profondo su quello che è successo nella serie di finale e anche oltre. Nel suo stile. Cioè preciso, semplice, esaustivo e ricco di insegnamenti. E’ il Tacito della letteratura NBA. Mai retorico, mai urlato. Tacito.

L’apprezzamento maggiore che rilevo alla sua opera è l’allontanamento della pura cronaca, del puro play by play. Il suo racconto comprende la vita dei giocatori, il loro background personale e cestistico, il resoconto della stagione della squadra.

Oh, e la critica maggiore ? Il suo allontanamento dalla pura cronaca…personale. Ok, abbiamo già  spiegato. Limardi non è “that type of guy”, quello che ti racconta che ha visto Shaq in albergo in pantofole e accappatoio con due belle pollastrelle pronte per essere palpate. Quello è Buffa.

Ma, damn ! Possibile che non c’è stato nessun episodio scemo, curioso, non relativo alla partita degno di essere raccontato ? Le sue emozioni personali nelle varie arene sono a mio modo di vedere un po’ sottovalutate rispetto al bene sommo della cronaca. Storica e attuale.

Ok per Tacito, ma devo dire la verità . Quando ho comprato il libro, sapendo che l’aveva scritto Limardi, mi aspettavo il suo stile limpido e preciso. Sì questo sì.

Ma poi leggo e non trovo così tanti riferimenti alla città  di Portland, alle strade di San Antonio. Mi aspettavo cioè che il basket cooperasse con una presentazione generale e personale della città  ospitante le Finals.

Oh, detto questo aggiugiamo un altro rimorso : Limardi questo lo sa fare e pure fin troppo bene. E’ per questo che avrei voluto qualcosa in più. Mi riferisco agli inserti di ASB che ci offrono il profilo, non solo cestistico, delle città  o delle regioni americane.

Penso ai suoi pezzi su Philadelphia, Washington, New York e seguito, e agli altri poi griffati anche da Gotta. Perché nemmeno un accenno di questa maestria descrittiva in questo libro ?

Come on, ci sei vissuto, minimo, non lo so, quattro o cinque giorni in ciascuna delle città  delle Finals…Un minimo di diario personale era addirittura necessario.

Tant’è : io amo come scrive il “livornese”, come lo chiama, penso per rimarcare un’amicizia, Federico Buffa nella prefazione. Il libro è comunque godibile, perché anche la biografia di Hardaway non vale un penny ma molto di più e certo nessuno può dire che i tanti flashback allentano il ritmo del libro.

Perché ? Per chi sa come è andata a finire tra Orlando e Houston cambia poco, anzi, non vorrebbe un Penny ma qualche manciata di dollari. Per chi invece non sa che Nick Anderson buttò nel cesso gara 1 per colpa dei liberi tanto meglio. Suspense, suspense, suspense.

Piccolo segreto di Pulcinella : anche se questo libro l’avesse scritto mio nonno sarebbe stato un gran bel racconto. Di nuovo : nessun discredito al “livornese”, allo stesso modo per cui non mi sento di dire che il “chiunque potrebbe vincere un titolo al posto di Frank” fosse diretto da Brown a negare le qualità  dell’ex portaborse di Bobby Knight ad Indiana.

E’ solo l’idea che la materia, le mitiche Finali NBA, siano così belle e dense di leggenda che quasi si commentano da sole. Togliete pure il quasi. Prendete le foto : favolose, con un’ottima risoluzione.

Come, qual è il problema ? Ci sono troppi Bulls, troppi Michael Jordan e Phil Jackson ? Risoluzione : in un libro pure abbastanza lungo diventano quasi dei personaggi fissi, i protagonisti di un romanzo lungo una decade.

Dio solo sa, a qualsiasi livello di sintassi, quando un autore abbia bisogno di qualche eroe, di una storia che si evolve come e con i suoi uomini.

Per Jordan : dal 1991 al 1998. Per Phil Jackson : pure. Oh, Limardi è stato fermato dal Millennium Bug, quello del Terzo Millennio. No, non ho detto di Tim Bug Hardaway, il mago del crossover e del tiro sulla sirena.

Tant’è : il crossover di Limardi è quello di svariare nel narrare le vite di Hornacek e Rodman (credetemi, il Papa e Bin Laden hanno più punti in comune…) con la stessa identica tonalità . Come la sirena di una stazione dei vigili del fuoco.

Chiamate i pompieri, altre finali NBA si stanno avvicindando e Limardi è sempre lì. On fire. Appuntamento al 2009.

DA RICORDARE : “Nate McMillan decise di giocare garaquattro nonostante i dolori al polpaccio che, in un fisico logorato dall’attività  agonistica, si distribuivano in altre parti del corpo, schiena inclusa.

Il giorno di garatre, durante la telecronaca della NBC, il velenoso Peter Vecsey aveva ipotizzato che quello di McMillan fosse un mezzo sciopero generato dall’entità  del suo contratto.

Il giorno seguente, mentre Vecsey si trovava a Seattle, in un negozio di giocattoli udì una coppia che, dopo averlo notato, stava parlando di McMillan definendolo “idiota”. Sui media si scatenò una rissa : Vecsey venne querelato e la NBC lo sospese fino al termine della Finale.”

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