L’anno che verrà 

Ed Tapscott nominato presidente degli Charlotte Bobcats

You say you want a revolution, well you know, we all want to change the world.

Così cantavano i Beatles. Era il 1968 e l'lp è quello passato alla storia sotto il nome di "White Album".

Rivoluzione appunto. Come quella che trentacinque anni fa sognavano ragazzi dai capelli lunghi e collanine al collo. La magica e festosa epopea hippie, nata a San Francisco alle soglie del 1966 e che nel giro di pochi anni avrebbe attraversato gli Stati Uniti da costa a costa per ritrovarsi, e trovare il suo culmine, sulle sponde dell'Atlantico, in quello splendido e bugiardo mito che è stato Woodstock.

Rivoluzioni.
A volte nascono per caso. Spesso sono la base del progresso. Quasi sempre provengono dal basso. Ma non sempre i risultati sono soddisfacenti.

Ci sono situazioni che vorremmo fossero cristallizzate per sempre. Ed ogni seppur minimo cambiamento che potrebbe modificare in piccola parte lo status delle cose, verrebbe visto come il male in persona. Lungi da me, revolution, we all DON'T want to change the world.

Un po' quello che ci ricordava la vecchia pubblicità  della vigorsol. La gomma che può cambiare il gusto della tua vita. Ben venga, a patto che non si faccia la vita del giovane miliardario, circondato da donne semisvestite e pronte ad agitare enormi ventagli a ritmo di musica.

Quando un sistema produce migliaia di miliardi l'anno, quando un'azienda diventa una macchina da soldi tale da avere pochi eguali al mondo, chissà  perché si ha la tendenza a diventare leggermente conservatori. E prima di accettare un pacchetto di gomme da un estraneo, ci si guarda sempre attorno con sospetto.

E' il caso della NBA, la lega di sport professionistico più famosa al mondo. Sulla porta dell'ufficio di David Stern, a New York, immaginiamo campeggi in bella mostra un avviso: "Le cose ci vanno da Dio. I cambiamenti non sono ben accetti. Period."

L'ultima rivoluzione in NBA, se così la si può chiamare, prese corpo nella stagione 1995/96, quando due nuove franchigie entrarono a far parte della lega. Il che di per sé non sarebbe una novità  se Raptors e Grizzlies non fossero state due franchigie in terra canadese. L'NBA era stata esportata fuori dal territorio statunitense.

Una scelta di cui si discuteva da anni, vagliata, ponderata fin nelle sue più piccole sfaccettature, eppure per metà  fallimentare.
Un po' complici le tasse che in Canada sono più alte e quindi non invogliano troppo i ricchi giocatori all'espatrio, un po' per essere fuori dai grandi mercati televisivi e di immagine degli USA, l'esperienza canadese si può considerare non troppo riuscita.

Com'è finita l'epopea dei Vancouver Grizzlies lo sappiamo tutti: 101W, 359L, 21% di vittorie, giocatori che rifiutavano l'esilio in terra canadese. Nel 1999 fece notizia il rifiuto di Steve Franchis di approdare a Vancouver. Il play di Maryland impose alla franchigia che lo aveva scelto come secondo assoluto al draft, la cessione ai Rockets.

Nel 2001, complice un pubblico canadese tiepidino nei confronti della squadra e del suo rendimento, i Grizzlies attraversarono la frontiera per prendere casa nel cuore del Tennessee. Profondo sud. Più America di così si muore.

Memphis. La patria della musica, la città  di colui che, se ancora oggi si va in giro per gli Stati Uniti a chiedere del Re, non vi parleranno di Jordan o di Russel, né di Babe Ruth o Joe Di Maggio, tanto meno di Alì o di Joe Montana, ma vi parleranno di lui. The King, colui che diede il via alla rivoluzione della musica.

Revolution, appunto. Fallita a Vancouver.

Ma per una Vancouver abbandonata dalla lega, c'è una Toronto ancora in vita.
I Raptors hanno persino avuto per un certo periodo in squadra due giocatori dal talento e dall'avvenire radioso. Due cugini, che però non andavano troppo d'accordo.

Tracy McGrady fu scelto al draft del '97 con la nona chiamata assoluta. Veniva direttamente dall'high school. Era un ottimo prospetto futuro, ma poco più.

Vince Carter, era da tutti considerato l'erede naturale di Micheal Jordan. Fu scelto da Golden State al draft del '98 (quinta chiamata assoluta) e poi girato subito a Toronto in cambio di Antawn Jamison (scelto appunto dai Raptors col quarto pick).

Sin da subito Carter si rivelò nella lega come uno dei migliori schiacciatori mai visti su un parquet. I paragoni con MJ per il resto, si limitavano a questo e alla comune provenienza da North Carolina.

Ma più pronto e più maturo di McGrady, Vince ben presto assunse il comando della squadra. Eppure, rivalità  e bisogno di spazi da parte di entrambi, portarono la società  a cedere uno dei due cugini ad Orlando. Quello sbagliato si dirà  in seguito.

Il più giovane e meno quotato Tracy iniziava la sua avventura in Florida a suon di trentelli, mentre Vince passava da un infortunio all'altro, con poca gloria e molte frustrazioni.

In quel preciso istante svanirono le immediate speranze di gloria dei Raptors che, unica franchigia al di fuori degli States, conducono tuttora un'esistenza dignitosa all'interno di una poco dignitosa Eastern Conference.
Revolution, appunto. In questo caso, andata a buon fine.

Rivoluzioni. Come quella che la lega si appresta a vivere dalla prossima stagione con l'arrivo nell'NBA degli Charlotte Bobcats.

Charlotte non è nuova nel mondo della NBA. Fino a due anni fa qui alloggiavano gli Hornets, ma il disinteresse generale della città  per la squadra locale ha obbligato l'anno scorso le Vespe al trasferimento in Louisiana, New Orleans, patria del jazz e di quei Jazz che ormai da anni hanno preso stabile dimora fra le montagne dello Utah.

Adesso Charlotte sembra essere pronta per rientrare nel basket che conta. Ed il suo ritorno porta il numero delle franchigie dell'NBA a varcare la fatidica soglia dei trenta.

Un tempo esisteva l'antico adagio che per vincere l'anello era necessario avere in squadra un giocatore fra i primi cinque della lega ed uno fra i primi dieci. Successivamente con l'ampliamento dell'NBA, l'adagio fu rivisto e si passò ad affermare che era comunque necessario avere in squadra due stelle.
Adesso per il titolo serve al massimo una stella ed mezzo. Gli Spurs ne sono l'esempio.

Inutile dire che con trenta squadre, il talento sarà  ancora più diluito che in passato, ma non stiamo qui a sindacare sull'opportunità  o meno di un ulteriore allargamento. Parliamo di rivoluzione.

In molti avevano sperato che questa trentesima franchigia sarebbe servita a mischiare un po' le carte. A riequilibrare le Conference.

Ad ovest il livello medio è ormai da cinque anni più elevato. La concorrenza per un posto alla post season, spietata. Ed alla notizia della trentesima franchigia, Memphis e Minnesota hanno premuto un bel po' per essere spostate ad est, dove avrebbero avuto vita notevolmente più facile.

Altri addirittura si erano spinti a chiedere un ridisegnamento generale della griglia dei PO. Basta con East ed Ovest, ai playoffs dovrebbero accedere le migliori 16 squadre del campionato, indipendentemente dalle Conference.

Questa sì, sarebbe stata una bella rivoluzione! Ma chiedere una cosa del genere, era un po' come chiedere al Vaticano di sostituire le Guardie Svizzere con gli Alpini. Calpestare una tradizione consolidata. Buttare all'aria 50 anni di storia della lega, in cui squadre dell'est e dell'ovest si sono sempre e comunque ritrovate in finale per contendersi l'anello. Nonché umiliare oltremodo la costa orientale, da sempre espressione di un basket, se non proprio spettacolare, di certo vincente.

Non dimentichiamo che il confronto est-ovest è ancora a favore dei primi con 31 anelli vinti contro 26. E che prima di quest'ultimo quinquennio dominato dall'ovest, il bilancio parlava addirittura di un 31-21, inequivocabile.
Proposta bocciata. Obviously.

L'America sportiva da sempre poggia sulla antinomia Eastern-Western. E poco importa che, clamorosi colpi estivi a parte, l'ago almeno per un po' continuerà  a pendere soltanto da una parte della bilancia. Risorgerà  il sol dell'avvenire anche per gli orientali.

La rivoluzione c'è comunque. Di certo non secolare. Ma Charlotte cambia comunque un po' le carte in tavola. Insomma una semirevolution.

Dall'anno prossimo la geografia della NBA prevederà  questa nuova situazione:

EASTERN CONFERENCE:
Atlantic Division: New Jersey, New York, Boston, Philadelphia, Toronto.
Southwest Division: Washingotn, Miami, Atlanta, Charlotte, Orlando.
Central Division: Detroit, Chicago, Cleveland, Indiana, Milwakee.

WESTERN CONFERENCE:
Northwest Division: Seattle, Portland, Utah, Denver, Minnesota.
Pacific Divion: Sacramento, Lakers, Clippers, Golden State, Phoenix.
Southwest Division: Houston, Memphis, New Orleans, Dallas, San Antonio.

A parte che dovremmo abituarci all'idea che ad esempio Houston non è più nella Midwest e che Miami non è più nell'Atlantic (e non sarà  facile dribblare inevitabili refusi), in fin dei conti, cambia pochino.

Ai playoffs, andranno ovviamente otto squadre per Conference. Le prime di ogni Division, più le cinque meglio classificate, indipendentemente dalle Divisions.
Tutto come da vecchio regolamento, insomma.

Inutile dire che il livello medio degli orientali continua ad essere inferiore.
Qui la Division più dura sarà  sicuramente la Central.

Pistons e Pacers sono le due squadre che si stanno contendendo il titolo di campioni di Conference. Due ottime squadre in generale, ma se parliamo di difesa, allora giù il cappello perchè queste due, insieme agli Spurs, giocano il miglior basket difensivo della lega (BigBen, Prince, Ron ron, J.O'Neal, giusto per far qualche nome).

Sempre nella Central c'è Cleveland, ormai abituata a stare al centro delle attenzioni, da quando la stella di Akron vi è approdata la scorsa estate. Dalla squadra della città  più brutta d'America sono pretesi sensibili miglioramenti in classifica.

Infine ci sono i Bucks di coach Porter, un po' la sorpresa della stagione appena conclusa, ed i Bulls che verosimilmente avranno il ruolo di fanalino di coda.

Sembra invece essere (e con molte probabilità  lo sarà ) altamente ridicola la Southeast Division. Senza offesa per nessuno, ovviamente, ma guardando quello che hanno combinato Orlando, Atlanta e Washington nella regular appena conclusa, le premesse per ridere dei sudorientali ci sono tutte.

Se poi Orlando dovesse perdere anche la stella McGrady, si potrebbe scadere nel patetico. Tracy infatti, il cui contratto scade nel 2007, ha la possiblità  di uscirne già  a partire dal 2005 e non è improbabile che i Magic possano metter su uno scambio per non perderlo senza nulla in cambio.

Atlanta, manco a dirlo, non è messa meglio, ma più che altro quello che preoccupa degli Hawks è che la dirigenza sembra non avere la minima idea su come muoversi per rendere la franchigia un minimo competitiva.

Miami, ovviamente, dovrebbe fungere da capoclasse in questa Division ed essersi assicurata anche per l'anno prossimo l'accesso ai playoffs.

Per i Bobcats invece molto dipenderà  da come andrà  l'expansion draft, e non è detto che non possa centrare i PO sin da subito, considerando che potrebbe esserci la possibilità  di vedere giocatori di valore ma dal contratto esagerato rispetto alle loro qualità , non venire coperti dalle rispettive squadre.

Se la Central sarà  certamente dura e la Southeast sarà  scandalosa, l'Atlantic Division si presenta invece come un grosso punto interrogativo.

I Nets sono una certezza, anche se voci più o meno incontrollate, mormorano di una possibile rivoluzione con l'allontanamento di Martin (destinazione Western) ed in questo caso New Jersey perderebbe un terminale offensivo ed un apporto difensivo non indifferente.
Fantabasket comunque.

Oltre ai Nets, c'è l'incognita New York, vincolata dai contratti capestro di Houston e di Shandon Anderson, ed in cui tutto passa dalle mani di Thomas (Isiah) e dalle sue mosse di mercato.

Altre incognite sono rappresentate da due nobili decadute, Boston e Philadelphia, che in questa stagione hanno attraversato parecchi problemi e non poche tribolazioni, non riuscendo a conquistare l'accesso alla post-season.

Se i Celtics del neo coach Doc Rivers, sono comunque sicuri di poter ripartire dalla stella della squadra Pierce, altrettanto non si può dire per i Sixers, su cui è sospesa l'incognita Iverson. Cosa farà , lo daranno via, cercheranno di tenerlo? Tenerlo è ovviamente l'obbiettivo dichiarato del nuovo allenatore di Philly, quel Jim O'Brien appena silurato da Boston.

Tutto sommato l'Atlantic, anche a voler essere buoni, non sembra comunque esser messa così bene. Anzi c'è il forte rischio che faccia concorrenza alla Southeast.

Ad ovest, ci sono le solite corazzate pronte a scannarsi per il titolo anche l'anno prossimo. Qui comunque c'è maggiore equilibrio.

La Southwest, le cui squadre si sono tutte qualificate ai PO nella stagione appena conclusa, ovrebbe essere la più difficile.

Gli ex campioni in carica degli Spurs se la dovranno vedere con una Dallas, che dopo tre anni di costanti miglioramenti, in questi playoffs si è arenata al primo turno.

In più c'è la Houston di Yao Ming, una delle squadre maggiormente interessata a McGrady. I Razzi avrebbero messo sul piatto della bilancia per lo scambio con orlando, niente poco di meno che Franchis più un giocatore a scelta del roster, escludendo ovviamente il cinesone. Certo che un'accoppiata TMC/YAO sarebbe altamente gustosa.

Infine completano la Division, Memphis, rivitalizzata dal suo primo accesso ai PO, ed una New Orleans, che avrà  un non troppo piacevole impatto col duro mondo della Western Conference.

La Pacific offre due squadre che hanno già  il posto garantito per i playoffs dell'anno prossimo e saranno sicure protagoniste del campionato: Lakers e Kings. Ma anche nel primo caso sarebbe opportuno aspettare un po' prima di stilare giudizi definitivi. Molto dipende da come finirà  la stagione, in cui i Lakers eliminati gli Spurs, sono i favoriti numero uno per l'anello.

Esiste un problema Bryant ed è innegabile. Esiste un problema O'Neal, che a parte le manifestazioni di affetto durante i PO tollera poco gli atteggiamenti da primadonna di Kobe. Esiste un problema Jackson.

La sensazione è che (specie se il titolo dovesse arrivare), i Lakers rimarranno esattamente come quest'anno per tentare un'ultima corsa al titolo, prima di dare il via alla revolution. Un po' come successe ai Bulls del secondo three-peat. Eppure proprio di questi giorni sono le voci incontrollate che danno Shaq già  con le valigie in mano.

Sacramento dal canto suo, dopo tre cocenti eliminazioni consecutive in una gara sette di playoffs (2 volte in finale di conference e quest'anno in semifinale), ha appena dato il benservito a coach Adelman. Al momento non si sa chi sarà  il candidato alla sostituzione.

Si parla dell'ex allenatore di Golden State, Musselman, silurato dalle parti di San Fancisco, a causa della sua incompatibilità  con le stelle della squadra, su tutte Jason Richardson e soprattutto Mike Dunleavy.

Il resto della Pacific, a meno di clamorose smentite, dovrebbe essere da bassifondi della Western, anche se un po' di curiosità  personalmente c'è per i Warriors del nuovo vice-presidente operativo Chris Mullin.

Infne la Northwest Dvision. Sembra la meno competitiva dell'ovest.
Minnesota e Denver a parte, Jazz, Sonics e TrailBlazers, quest'anno sono rimaste tutte escluse dalla post season.

All'interno della Northwest si bisbiglia di un possibile scambio fra Seattle e Portland: Ray Allen per Shareef Abdur-Rahim. Accontenterebbe entrambe le squadre ed i contratti sono preessocchè identici. Nel qual caso, occhio a Portland, che dopo aver interrotto quest'anno la sua striscia di 21 stagioni consecutive ai playoffs, potrebbe subito riprenderla.

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