New York ed un destino infame

Nelle mani di quest'uomo il prossimo destino dei Knicks

Ciak. Scena prima. Motore. Azione.
Settemila infreddoliti spettatori assiepati sulle tribune del Maple Leaf Garden di Toronto, aspettano incuriositi l'inizio della partita.
Corre l'anno 1946, primo giorno del mese di novembre. New York Knickerbokers e Toronto Huskies stanno per dar vita alla prima partita della BAA, la neonata lega di basket professionistico americano, dalla cui fusione con l'NBL, nascerà  tre anni dopo l'attuale NBA.

New York si impone per 68-66. Il coach della squadra è tale Neil Cohalan, mentre Leo “Ace” Gottlieb è il miglior realizzatore dell'incontro con 12 punti.

Se ci fosse giustizia a questo mondo quella partita avrebbe pur dovuto significare qualcosa. Un segno premonitore, un dito benevolo che il Fato ha puntato sul prescelto. I Knicks vincono la prima partita assoluta della lega, i Knicks ne faranno la storia. I Knicks saranno destinati ad essere la franchigia più gloriosa di sempre. I Knicks. E non i Celtics.

Scena seconda.
Jackie Robinson è già  una giocatore di successo. Il suo sport, il baseball, è stato il primo ad aprire le porte ai giocatori di colore. Lui è il primo giocatore nero a partecipare ad un campionato professionistico americano.

Nathaniel "Sweetwater" Clifton dei Knicks non ebbe mai la fama di Robinson, ma sarà  ricordato assieme a Chuck Cooper dei Celtics, come il primo giocatore di colore della lega professionista di basket americano. E sarebbe stato anche il primo in assoluto a festeggiare un titolo nazionale, se quel Destino che aveva illuso la squadra, l'aveva additata come prediletta, coccolata e posta sotto il suo mantello protettivo, non avesse sgarbatamente cambiato idea, e New York non avesse perso la sua prima finale contro i Rochester Royal, alla settima e decisiva sfida. Anno del Signore 1951.

La sconfitta in gara sette di finale diventerà  una triste abitudine per i Knicks. Si ripeterà  nei due anni seguenti. Ed anche in seguito. Again and again.

Scena terza.
Tre minuti all'inizio della palla a due. Tre minuti all'inizio dell'ennesima finale che i Knicks avrebbero perso alla settima gara. Di fronte i Los Angeles Lakers. Di fronte Wilt Chamberlain e Jerry West. Di fronte il Destino avverso ed irrispettoso delle languide promesse di venticinque anni prima, mai mantenute. Ma mai dimenticate.

Il Madison Square Garden trasuda rassegnazione, quasi impotenza, si piega al Fato crudele, che in gara5 ha deciso l'infortunio del capitano della squadra. Quel Willis Reed, guerriero e combattente indomito, che avrebbe potuto e dovuto portare New York finalmente al titolo.

Tre minuti all'inizio della disfatta, ed il Madison viene scosso da un fremito. Dal sottopassaggio sbuca un uomo. Tuta bianca. Colore nero. Zoppica. Si sussurra che si sia fatto imbottire di antidolorifici. Si bisbiglia che abbia appena chiamato sua figlia per informarla della decisione di scendere in campo. Si dice che i medici siano contrari. Si narra che qualcuno si oppose al Destino. E lo sconfisse.

Willis Reed, l'eroe. Prende la palla fra il silenzio generale. Zoppicando si avvicina a canestro e lascia partire un tiro di riscaldamento. Gli stessi giocatori dei Lakers sospendono l'allenamento e rimangono impietriti a guardare la scena. Quando la palla scuote la retina un boato assordante si leva dal pubblico.

Non c'è più rassegnazione. Un'aria strana si inizia a respirare fra le fila del pubblico. Una sorta di fibrillazione. Qualcosa di grande sta per accadere.

Palla a due e Reed salta più alto di Chamberlain. I suoi primi due tiri sono solo rete. La partita è già  segnata. I Lakers sono annichiliti. Walt Frazier realizza 36 punti, 19 assist e 7 rimbalzi, per quella che viene ricordata come la più grande prestazione della storia di un giocatore in una gara7 di finale.

1970. I Knicks conquistano il primo titolo della loro storia. E scusate il ritardo.


Scena quarta.

Il primo bussolotto che viene estratto, porta il nome dei New York Knickerbockers. E' il 12 maggio del 1985 e i Knicks hanno appena ottenuto la prima scelta al draft.

Nessun dubbio su quale sarà  la prima chiamata assoluta. Quel Patrick Ewing, di cui si dice sia arrivato all'università  di Georgetown con grosse difficoltà  nel leggere e nello scrivere. Colui che ha portato il suo college alla finale NCAA per due anni di seguito. Dapprima persa, davanti ai 65000 spettatori del Dome e 80milioni di americani sintonizzati davanti al televisore, contro North Carolina, con un tiro allo scadere di un certo Micheal Jordan, ma l'anno dopo vinta contro Houtson, guidata da tale Hakeem Olajuwon.

La storia della franchigia di New York sta cambiando. Forse.

Scena quinta.
John Starks, il guerriero dei Knicks, ha in mano il tiro della vittoria. Il tiro che ogni giocatore, che non si chiami Nick Anderson, vorrebbe avere. Il tiro che consegna alla propria squadra l'anello. Quell'anello che a New York manca da ventuno anni, dai tempi di Reed, Frazier e di Earl The Pearl Monroe.

E' gara 6 di finale del 1994, con i Knicks avanti 3-2 nella serie, e Houston avanti di due nella partita. Ma l'ultimo possesso è blu-arancio. Starks non ha avuto finora buone percentuali , ma Riley vuole che sia lui l'uomo dell'ultimo tiro.

Il ninja fa partire la tripla. Solo rete? No.
Una mano. Una mano vellutata, di quelle che il 99% dei centri che hanno attraversato i parquet di mezzo mondo vorrebbe avere, si contrappone fra la palla e il canestro. Hakeem Olajuwon devia il tiro ed i Razzi escono indenni da gara sei.

Gara sette andrà  ancora a Houston. Crolla un sogno. L'ennesimo.

Scena sesta.
Una storia già  vista. Una finale. Ed il vecchio guerriero che potrebbe quanto meno farti avvicinare all'insperato titolo siede in panchina. Stroncato dal proprio tendine d'Achille che ha deciso di rompersi in gara due della finale di conference contro Indiana. E' una battaglia contro i mulini a vento, che persino Don Chisciotte si sarebbe rifiutato di combattere. Contro una squadra più forte. Per tutti, specie per una compagine che si è classificata ottava alla post-season e ha già  compiuto il miracolo di essere lì, in finale.

Finisce come tante altre volte. Gli avversari, in questo caso gli Spurs, festeggiano e si ingioiellano le dita. I Knikcs tornano negli spogliatoi sconfitti.

Non sempre nasce un Willis Reed, capace di gareggiare col Destino. E batterlo.

Ciak. Scena settima. Motore. Azione.
Sweep. Fuori le scope.
Spazzati via dagli odiati cugini. 4-0. E tutti a casa.
Noi. Noi che avremmo dovuto essere la storia della lega. Noi che abbiamo giocato e vinto la prima partita di basket americano. Noi che insieme ai gloriosi Celtics siamo gli unici ad avere lo stesso nome di cinquant'anni fa. Noi che abbiamo il palazzetto che tutti ci invidiano ed il pubblico più competente d'america. Noi che siamo New York. La capitale del mondo.

Spazzati via da una squadra che fino a qualche anno fa non sapeva neanche cosa fossero i playoffs, dai nostri cugini poveri e da sempre derisi dalla lega.

E quel che è peggio, spazzati via con pieno merito. Inchinatici ad una squadra che da tre anni a questa parte gioca il miglior basket della eastern. Che ha il miglior play del mondo.

Ci sono squadre che continuano a correre ed altre che, ancora una volta, come ormai avviene da tanti, troppi anni, sono costrette a fermarsi ancor prima che i giochi si facciano davvero caldi e a riporre le proprie speranze di gloria nel domani.

Ma New York dovrebbe guardare al futuro con ottimismo? Forse. O forse no.

Di certo c'è che i Knicks hanno iniziato la stagione come una squadra allo sbando, in una derelitta eastern conference. Il peggio del peggio per intenderci. Sotto di noi solo Atlanta (ma è una franchigia?) e Orlando che almeno può vantarsi di avere in casa un certo McGrady.

E di certo rimane che i Knicks hanno comunque finito la stagione ai Playoffs. Nel mezzo un autentico maremoto.

A metà  dicembre James Dolan, il capo assoluto, dava il benservito all'inutile Scott Layden. Inutile? Magari fosse stato inutile. Dannoso Layden.

Che dire? Una ventata di freschezza in mezzo alla torrida atmosfera di casa Knicks. Ma una decisione comunque tardiva, visti i disastri che l'ex gm dei Jazz aveva combinato. Ottanta milioni di soldi spesi per una squadra che da due anni non riusciva a raggiungere i Playoffs. Grazie a lui, ma più che altro con lui, i Knicks erano diventati la barzelletta degli Stati Uniti. Avevano perso qualsiasi forma di credibilità  a livello cestistico. Nonostante la tradizione, il Madison, il pubblico. E la città .

Designato per la sostituzione, Isiah Thomas. Un nome importante. Ma quello giusto?

Premesso che a sostituire e non far rimpiangere Layden sarei stato capace pure io, è arrivata comunque una figura un po' particolare del variegato mondo NBA.

Già  da giocatore, Isiah si era distinto oltre che per le sue ineguagliabili abilità  di playmaker, anche per il carattere difficile. Nel 1985, invidioso del clamore che un rookie suscitava attorno a sé, decise di punirlo, estromettendolo dal gioco durante l'all star game di quell'anno. Quel ragazzino non toccò una palla per larga parte dell'esibizione delle stelle. Il suo nome era Micheal Jeffrey Jordan. E se la sarebbe legata al dito.

Nel 1987, durante gara 5 della finale di conference contro i Celtics, Isiah sbagliò una rimessa. Bird rubò palla e Dennis Johnson segnò il canestro decisivo della partita e della serie. Al termine della gara, il bad boy Rodman, attaccò Bird sui giornali sostenendo che "se fosse nero, sarebbe solo un buon giocatore come gli altri".

Se alla frase del rookie Rodman, nessuno prestò troppa attenzione, quando a dire che la pensava alla stessa maniera fu proprio Thomas, scoppiò la polemica. L'NBA obbligò il play dei Pistons a volare a Los Angeles, dove Celtics e Lakers si stavano contendendo l'anello, per chiedere scusa a Bird. Le scuse furono porte, ma la pace non fu mai siglata.

Nel 1991 dopo tante sofferenze e umiliazioni, i Bulls riuscirono finalmente a spazzare via i Bad Boys di Detroit, in finale di conference. Ma Thomas guidò la sua squadra verso gli spogliatoi senza aspettare la fine della partita, per evitare il doveroso saluto ai vincitori. Un gesto che, fra gli altri, gli costò la chiamata alle Olimpiadi del 92, perché Jordan non gradiva la sua presenza in squadra.

Nel settembre scorso, anche Bird ha avuto la sua rivincita. Chiamato a sedersi dietro la scrivania dei Pacers, la sua prima mossa è stata dare il benservito proprio a Thomas, coach della squadra, amato dai giocatori e specialmente dalla stella della squadra, Jermaine O'Neal. Touchè.

Ma Isiah ha una personalità  forte. Uno che non si piega. Un uomo che vuole essere al centro dell'attenzione. Sempre e comunque.
Il suo esordio nella Grande Mela è col botto: "Il mio obiettivo non è fare i Playoffs, ma vincere l'anello".

E qui ci stava bene una fragorosa risata generale, ma a NY in pochi hanno voglia di ridere, dopo l'esperienza Layden.

Eppure alle dichiarazioni, Thomas fa seguire i fatti. Una piazza come quella della Grande Mela gli permette la ribalta che gli si confà . Non crede a chi gli dice che i disastri passati non possono essere risolti per magia in pochi mesi. Impone le mani al cielo ed iniziano a fioccare miracoli.

– Ai Knicks manca un play degno di questo nome da quando Frazier ha appeso le scarpe al chiodo? No problem. Direttamente da Phoenix per voi, signore e signori, il play che ogni squadra desidera. Un esclusivo prodotto locale, Stephooooooon Maaaaaarbury. E se nell'affare rientra anche l'ex prediletto di Jordan, Penny Hardaway, tanto di guadagnato.

– Il pubblico dal palato fine del Madison non gradisce troppo KVH, perché mollaccione e bianco? Ecco a voi dall'università  di Villanova, Tim Thomas. Sicuramente uno su cui ci si può lavorare. Ma c'è di più. Via Doleac ed ecco Mohammed. Uno che ad est può dare il suo contributo.
E che ci frega del salary cap? Stiamo mettendo su una squadra per andare ai Playoffs.
(Ma a lui non interessava il titolo?)

– E ancora: l'allenatore non piace? Chaney è fischiato ad ogni gara e pensate abbia fatto il suo tempo a NY? Ecco arrivare uno di quei coach che hanno esperienza, ma un'esperienza" uff, quanta esperienza! Lenny Wilkes, l'allenatore più vincente della storia. E fa nulla che per quelle 1200 partite che ha vinto, ce ne sono quasi altrettante che ha perso.

– Ci sono evidenti lacune in post? Nessun problema. Arriva Vin Baker, ex stella di Milwakee, ex mezza delusione di Seattle, ex fallimento di Boston, ex giocatore, ax alcolista, ex tutto.

– Il pubblico vuole atletismo e difesa? Ok, i cambi apportati ci danno anche quello. Peccato poi che i Knicks, complice l'infortunio di Houston, abbiano perso completamente gioco perimetrale.

E poi? E poi basta. Perché il salary cap è ingolfato. Il futuro? Vedremo. Si sta lavorando per il titolo, no? Un altro che vuole sfidare il Destino, probabilmente. Ma gliel'hanno spiegato che a NY è una battaglia persa da oltre cinquant'anni? Forse no, ma a ricordarlo arriva la prevedibile e sonora scoppola dei Nets.

E adesso non rimane che chiedersi cosa ha fatto Thomas di concreto per la squadra? Ha agito per il suo bene o ha agito più per sè stesso?
E' un dato di fatto che alcune sue mosse di mercato, sono state dettate dall'esigenza di mettersi in mostra. Di diventare subito l'idolo della folla.

Dicevamo appunto gli piace stare al centro dell'attenzione. E sicuramente Isiah passerà  alla storia come colui che ha portato un play a NY e non uno qualsiasi, ma addirittura un prodotto di Coney Island. Come colui che ha liberato il Madison dell'odiata presenza di Van Horn. E perché no, colui che ha allontanato il bistrattato (e benvoluto da Layden) Chaney.

A New York serviva una mezza rivoluzione e lui l'ha fatta. Poco importa se il cap è ancora più ingolfato e non permette grosse manovre, a meno di più o meno dolorose trade. Nessuno se n'è accorto. O se anche a qualcuno non è sfuggito, sempre meglio questo, che un Layden che saturava il cap con scambi senza alcun senso, per ritrovarsi comunque a veleggiare nei bassifondi dell'Atlantic ed essere gli zimbelli della lega.

Poi c'è sempre l'eccezione salariale. Quella che servirebbe per portare ai Knicks il sogno (non segreto) della città , quel Rasheed Wallace, che già  durante la season, Thomas aveva tentato di soffiare ai Trail-Blazers. Lo scambio sfumò, ma all'epoca si vociferava in quel di Portland che Sheed aveva rifiutato l'estensione del contratto per firmare coi Knicks a luglio.
Da allora tante cose sono cambiate. Dapprima Sheed si è accasato ad Atlanta, poi addirittura a Detroit, da dove non sarà  facile spostarlo, specie se per i Pistons dovesse arrivare la finale.

Il futuro di New York, Wallace o meno, passa comunque per le mani del suo nuovo GM. Finora le sue scelte hanno portato ad un netto miglioramento del roster e dei risultati di squadra, ma siamo ancora abbastanza lontani dalla sufficienza. Come la società  deciderà  di muoverà  nei mesi a seguire è difficilmente pronosticabile. Possiamo solo azzardare un'ipotesi/speranza: Wilkes non durerà  a lungo (ma allora perché dargli un contratto di tre anni?).

Per il resto, troppi fattori, troppe variabili, potrebbero influenzare le scelte e l'operato di Thomas, che comunque rimane fortemente limitato dal salary cap. Una cosa è però certa. Il periodo di luna di miele fra lui e i tifosi dei Knicks non sarà  eterno. E' stato accolto come un Salvatore (ma sarebbe stata l'accoglienza per chiunque altro fosse subentrato a Layden), ha fatto le sue mosse, ha portato la squadra ai Playoffs.

Adesso però è tempo che i Knicks ritrovino il posto che compete loro all'interno della lega. La voglia c'è, l'entusiasmo anche. Manca la libertà  di movimento, ma un buon gm (Jerry West insegna) riesce a cavare oro dalla pietre. Sempre e comunque.

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