La seconda di Hubie

Hubie Brown, una stagione da incorniciare…

Pure nel caso di questo riconoscimento,forse uno dei più oggettivi in NBA, v'è più d'una corrente a proporre il proprio modello d'assegnazione del premio di "coach of the year" : chi sostiene, da un lato, che esso rappresenti il giusto premio per un'estenuante regular da 82 gare; c'è anche chi, d'altro canto, opterebbe volentieri per una sospensione del giudizio fino al termine dei playoff,indicando la post-season come elemento di valutazione determinante.

Ma sono episodi di storia recente a smentire quest'ultima ipotesi:data l'oggettiva difficoltà  di una simile Lega a 29 squadre con siffatti talenti da limitare, ben gestire e spronare,è giusto tenere in considerazione l'andamento di ogni singolo team,senza che la post-season influenzi più di tanto le quotazioni di un coach.

Ed è pur vero che se Doc Rivers (fresco fresco di nomina ai Celtics) rappresentò nel 2000 un modernissimo modello di player's coach che per l'appunto non approdò alle battute conclusive della stagione con degli Orlando Magic ben più competitivi di quelli attuali, Hubie Brown è un allenatore decisamente all'antica, e per quest'anno il premio non gliel'avrebbe negato proprio nessuno, neppure uno sweep a vantaggio degli Spurs di Popovich, vincitore uscente, vista l'entità  dell'opera compiuta in quel di Memphis in meno di due stagioni di lavoro effettivo.

50 vittorie nella Western sono impresa di per sé già  non da poco per dei qualunque Mavericks o Wolves(che non si sarebbero mai aspettati di ottenere tanto da una stagione come quella attuale), menzioni casuali ma che rendono l'idea del prestigio del traguardo.

Il tutto acquista poi smisurato valore se la franchigia beneficiata è giovane e dal passato non troppo glorioso: esattamente il caso dei Grizzlies,nati come noto nove anni fa assieme ai Toronto Raptors di Stoudamire e Vincenzo Esposito grazie a quello che fin'ora è l'ultimo expansion-draft effettuato nella Lega,in attesa di Charlotte.

Non nuovo a questo tipo di onori individuali, coach Hubert "Hubie" Brown fu premiato anche nel 1978 alla guida degli Atlanta Hawks,altra franchigia giovanissima ai tempi, che con un bilancio in esatto pareggio conseguirono la prima storica qualificazione ad un turno di playoff. E nel 2004 addirittura sesta piazza ad ovest,posizione ben più tranquilla rispetto al previsto e a contendenti del calibro di Rockets, Nuggets, Blazers o Jazz, con le ultime due che tra l'altro si sono fermate ad Aprile tra mille rimpianti ed improperi a quel Carmelo, che ha fatto tanto felice Jeff Bzdelik ed ha decisamente riacceso l'ambiente in Colorado, riportandolo ai fasti di Mutombo e LaPhonso Ellis.

E proprio tra le squadre a contendersi senza successo l'ottava piazza di ponente possiamo trovare l'unico serio rivale di Hubie Brown nella corsa al premio, ed è un volto assai noto agli addetti ai lavori: Jerry Sloan da Evansville, che per la prima volta da quando siede sulla panchina dei Jazz ha mancato l'appuntamento con la post-season, ma era, guarda caso,la prima volta senza il pick and roll che ne ha condizionato in buona parte la carriera,per non dire l'esistenza, ed aver rasentato l'obiettivo pare comunque,in definitiva, risultato encomiabile.

Se Hubie Brown si è calato a pieno nel concetto di "rotazione" ,valorizzando in pratica l'intero roster a propria disposizione con un utilizzo limitato a non più di 35 minuti a sera per ogni singolo membro della squadra,ed ha seriamente indotto alla disciplina un personaggio come Jason Williams, Jerry Sloan si è sempre più avvicinato alle mille vittorie in NBA proponendo una squadretta fatta per metà  da europei di non troppo successo (se si eccettuano naturalmente i numeri del sovietico Kirilenko,unica probabile star del roster) e da americani in decadenza o senza troppo da aggiungere alle proprie carriere,basti il nome di Tom Gugliotta.

Sloan ha inoltre ovviato all'obbligata defezione di Harpring per più di metà  della stagione,riuscendo a far entrare in ritmo giocatori come Gordan Giricek,apparso molto a proprio agio nel sistema di Sloan,o Carlos Arroyo,giocatore energicamente esploso in questo 2004. Per il primo vi sono state statistiche migliori rispetto al recente passato ad Orlando con ben cinque minuti in meno di utilizzo, il secondo ha giocato come mai in carriera,sia in fatto di minutaggio che di contributo personale,quadruplicando le proprie cifre.

Non è un caso dunque che nell'apposita graduatoria di categoria,Sloan sia arrivato ad un soffio dal settantenne vincitore.

C'è poi immancabilmente da segnalare un simpatico gruppetto di allenatori a movimentare il già  scosso panorama della Eastern, passando per Cleveland, Milwaukee, Indiana e Miami e senza dimenticare il buon lavoro di Larry Brown nella città  dei motori, in cui v'è fermento per dei playoff ancora tutti da giocare, che nei sogni dei tifosi potrebbero tranquillamente concludersi non prima della Finale assoluta.

Dopo i meriti acquisiti al timone degli Hornets, sia a Charlotte che a New Orleans, Paul Silas ha ricondotto i derelitti Cavs alla dignità ,con un 35-47 che ha del consistente, essendo la miglior performance in stagione regolare dal dopo-Price, oltre al fatto che 5 vittorie in più avrebbero significato,senza ombra di dubbio,qualificazione ai playoff.

A dire il vero,il ruolo di Silas viene più che lievemente sminuito se si prende in esame il non trascurabile fattore-James, che obbliga direttamente ad un accostamento Bzdelik-Silas, quanto meno come beneficiari della dea bendata. Ad ogni modo, anche Silas verrà  confermato, e naturalmente con l'attuale assetto i Cavaliers punteranno a più ambite destinazioni.

Apprezzabilissimo inoltre l'operato dei giovanissimi: le matricole Terry Porter, storica figura di una NBA comunque recente, nonché Stan Van Gundy, fratello maggiore del Jeff dei Rockets, ex-Knickerbockers.

Entrambi affidabili in fatto di esperienza; Porter può vantare una lunghissima e gloriosa carriera da giocatore alle spalle conclusasi appena due anni or sono, Van Gundy, oltre a possedere un gene con ottime percentuali di successo tra gli head coach della massima Lega, ha affiancato per la bellezza di tredici anni Sua Maestà  Pat Riley, tra Knicks e Heat, per l'appunto.

Il segreto del primo può agevolmente essere individuato nell'inevitabile abilità  acquisita nel relazionarsi ai propri uomini,tratto comune di moltissimi ex-giocatori che pone l'allenatore in una posizione privilegiata rispetto al team,o meglio allo spogliatoio, del quale può facilmente comprendere la psicologia: notori sono i casi di Bird, Rivers o Scott, nomi di spicco della Eastern del nostro tempo.

Ed il record, in esatto pareggio, è un'ottima prestazione per una Conference che ormai fatica a presentare più di cinque squadre con record positivo alla fine di aprile. Inoltre,con i giocatori che si ritrova,il vecchio Terry non potrà  che puntare a migliorare l'esito della prossima annata,mentre questa si è appena conclusa con un sonoro 1-4 a vantaggio dei Pistons.

Qualche nome per credere? Il sorprendente Michael Redd, uno dei realizzatori di punta dell'intera Lega, il sempre valido Van Horn,che evaso da New York non potrà  non trovarsi meglio a Milwaukee, l'eterno Kukoc, i rinnovati lunghi Joe Smith e Brian Skinner e giovani in crescita quali Damon Jones (che finalmente completa una stagione con la stessa maglia con cui l'aveva iniziata) e Desmond Mason, che ha confermato di non essere solo fatto di schiacciate"

Miami sta avendo miglior fortuna nelle serie di playoff,a dimostrazione che il 42-40 ottenuto in prospettiva della griglia non era solo un buon biglietto di presentazione:l'Odom in più si è sentito parecchio, ed è stato l'addizione di livello ad un nucleo che Van Gundy già  conosceva benissimo, imperniato su Eddie Jones e Brian Grant, sui quali la società  era stata in sostanza costretta a puntare avendo concesso loro contratti copiosi alla maniera del miglior Layden, e se Van Gundy ha grandi meriti, tra essi v'è senz'altro quello di aver velato d'ottimismo una situazione di per sé non ottimale, senza che le ossessioni salariali condizionassero troppo gli Heat.

Ma anche per l'ottima gestione di Alston,Wade e Haslem Miami non può che ringraziare Stan,in attesa di capire se l'orgoglio degli Hornets fosse o meno limitato a gara3 e gara4.

Nuovi non sono gli aficionados Popovich, Adelman, Jackson e Saunders, il profitto dei quali è spesse volte ridimensionato dagli altisonanti nomi che ne compongono i quintetti, peggio ancora se si tratta di una "Big Three" (e Saunders tale l 'ha lasciata, tarpando le ali alle scomode esigenze di Szczerbiak) o di una Big Four (anche se il "povero" Jackson tra malanni e processi vari se li sta ritrovando tutti in forma solo adesso).

Per ciò risulterà  molto più eclatante l'annata di Indiana alle disposizioni di Rick Carlisle,coach dell'anno 2002 e scaricato dai Pistons dopo 100 vittorie in due anni, per poi essere scelto immediatamente dai Pacers, e in particolare dal presidente Bird.

Vero è che tra Ben Wallace e Ron Artest, Carlisle non si è certo privato, nel cambio, del miglior difensore dell'anno, così come non dev'essere un dispiacere disporre, da qualche anno a questa parte, di tale Jermaine O'Neal, ma lo stesso si potrebbe dire per Harrington, o Bender.

Ma non tutto è così semplice: come essere così spudorati da togliere minuti a Reggie Miller, per quanto quest'ultimo abbia manifestato un palese calo di condizione? E poi Jamaal Tinsley, di contro, non è certo il soggetto più facile con cui convivere in campo. Anche perché 61 vittorie,soprattutto in questa NBA, sono davvero parecchie.

Alla fine di quest'analisi è comunque giusto che a spuntarla sia stato Hubie Brown, che ha operato il più grosso "salto" nella posizione del proprio team da una stagione all'altra, ed in questo combattuto campionato, di molto caratterizzato dai coach, si è incastrato niente meno che nella Western Conference.

Qualcuno avrà  persino potuto storcere il naso nell'osservare le strategie adottate contro gli Spurs, e pur riconoscendo la valenza del sistema di rotazione appositamente brevettato per la squadra, non sarebbe stata un'eresia aggrapparsi un po' di più ai leader del gruppo; non tanto a Williams o Posey, che sarà  migliorato ma deve ancora crescere, quanto piuttosto a Pau Gasol,che 40 minuti nei playoff se li gioca tranquillamente, specie in partite punto a punto nelle quali il suo impiego è di vitale importanza.

Va,in definitiva,un grosso plauso a Hubie Brown, eccentrico ed animoso soggetto della pallacanestro a stelle e strisce, chiamato a gran voce ad una difficile conferma.

Intanto,nella storia c'è già  entrato. Sembrerebbe,dalla parte giusta.

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