Il meglio e il peggio dell’NBA

Hubie Brown, il

PROMOSSI

Hubie Brown e i Grizzlies
Che fantastico lavoro sta svolgendo “Hubie-Wan Kenobi”!
A metà  stagione i Grizzlies sono a tre W dalla loro miglior annata di sempre, e al momento sarebbero saldamente ai playoffs nella Western Conference con un record di 25-18.

Nelle ultime 11 gare il record parla di undici vittorie ed una sola sconfitta (di misura contro i Sonics), comprese affermazioni importanti contro squadre da playoffs come Rockets, Lakers, Kings, Jazz, Nuggets.

Analizzando le statistiche della squadra in questo periodo, il meccanismo perfetto costruito da Brown viene fuori in tutto il suo splendore: la divisione dei minuti e dei tiri all'interno della squadra è rigorosa, certosina, nonchè apparentemente fuori dal mondo in una lega dominata da Ego smisurati; si va dai 33 minuti di Williams ai 19 di Swift, l'ottavo giocatore della rotazione, ma anche Outlaw e Watson non vengono assolutamente dimenticati in panchina e hanno avuto i loro momenti di gloria; chi si prende più tiri è ovviamente Pau Gasol (13 a gara), ma il quinto in questa classfica è vicinissimo alla vetta (Posey, che sta cercando di affrancarsi dall'etichetta di mero specialista difensivo, sfiora i 10), e infatti la squadra in questo periodo ha avuto 5 diversi top scorer (Wells, Miller, Gasol,Posey e Swift).

Tutti contribuiscono, nessuno si tira indietro, nessuno si lamenta (vabbe' forse Gasol mugugna un pochetto perchè si sentiva già  un All-Star, ma con quella faccia che pretendevate da lui?). Nelle ultime partite Mike Miller ha viaggiato a 21 punti, 4 assists e 61% dal campo in una trentina di minuti, Gasol ha risposto con 20 punti, 8 rimbalzi, 4 assists e più di due stoppate, mentre JWill ne ha messi 17 con 10 assist. Notevole anche il contributo di Stro' Swift, il cui rendimento sui 48 minuti direbbe 26 punti, 14 rimbalzi e 5 stoppate, sempre imprescindibile l'apporto degli esterni Posey, Battier e Wells, una miniera d'oro dal punto di vista tattico per i Griz: il primo è l'arma difensiva più efficace a disposizione, ma ha dimostrato di poter essere anche una opzione offensiva credibile; il secondo è sempre presente quando la squadra piazza un parziale difensivo, ed è efficace a rimbalzo come un'ala forte; il terzo ha rivoltato più di una partita per i suoi venendo dalla panchina, con la sua innata capacità  di costruirsi un tiro dal nulla.

Una varietà  pressochè infinita di soluzioni tattiche a propria disposizione, giocatori che si butterebbero nel fuoco per lui, la striscia vincente più lunga della storia della franchigia ancora aperta… cosa potrebbe chiedere di più da questa prima metà  di stagione il buon vecchio Hubie?

Darrell Armstrong
L'elettrico “Flash” non sarà  mai abbastanza rimpianto in Florida: i Magic non hanno perso soltanto un leader carismatico, un vero “pastore di anime” dello spogliatoio, ma anche un giocatore ancora in grado di dire la sua, ancora in grado di fare la differenza e addirittura di non far rimpiangere Baron Davis; nelle ultime 4 partite ha messo a referto 25ppg, 5apg e 3spg, con un sontuoso 38/69 al tiro (55%), regalando ai suoi due W importanti contro squadre di livello come Nuggets e Spurs.

In particolare la gara migliore dell'anno (se non proprio della sua carriera) è stata quella contro i Campioni del Mondo: gli Hornets venivano da 3 W e 7 L nelle prime 10 gare di Dicembre, ma la mano di Flash non ha tremato, e ha messo a referto 35 punti (career-high!) e la tripla della vittoria proprio all'ultimo secondo. “Era tutta la vita che sognavo una partita come questa”.

Carlos Boozer
Per spiegare il suo fantastico rendimento qualcuno potrebbe pensare che essere stato scelto così in basso gli abbia fornito motivazioni extra, dandogli quella rabbia in più rispetto a chi ha avuto una carriera universitaria inesistente o clamorosamente inferiore alla sua (cioè il 99% dei giocatori sceglibili), ma è stato scelto in posizioni più nobili e remunerative.
Niente di più falso, l'ex pretoriano di coach K avrebbe dato tutto quello che aveva in corpo anche se fosse andato alla #1 assoluta.

Nessuno ne ha mai messo in dubbio il cuore, la grinta e l'abnegazione, qualità  che ne hanno ormai sancito la consacrazione a giocatore di alto livello, unitamente alla sua notevole comprensione del gioco e ad un istinto rodmanesco nell'intuire le intenzioni di quella sfera arancione che rimbalza buffamente sopra al ferro: il tutto per la gioia di Paxson, che ne ha azzeccate veramente poche da quando è ai Cavs, ma per cui Boozer è il fiore all'occhiello, l'unico giocatore certo di essere a fianco di LeBron nel futuro dei Cavs (sempre che qualcun altro non voglia svenarsi per lui).

Nelle ultime due settimane solo una volta è sceso sotto ai 10 punti e solo una volta sotto ai 10 rimbalzi, viaggiando nel complesso con un sontuoso 18+13, cifre da giocatore d'elite; inoltre nelle ultime partite è stato davvero irresistibile: 32 punti e 18 rimbalzi contro i Jazz, 32, 20 e 4 assists contro i Sonics.

Yao Ming
Nelle settimane scorse abbiamo visto tutti con quale “cattiveria” Van Gundy gli abbia chiesto di essere più aggressivo offensivamente, di far contenti meno i compagni e andare più spesso per il bersaglio grosso, se possibilie limitando i propri falli, e come per motivarlo non si sia fatto problemi e fargli assaggiare la panchina.

La reazione è arrivata, repentina ed inequivocabile: nelle ultime due settimane viaggia comodamente sopra al 20+10 di media (restando sempre ben lontano dai 40' giocati), fatidica soglia dell'eccellenza per un lungo, superata 5 volte nelle ultime 7 gare dopo avercela fatta solo 5 volte in tutto il resto della stagione; aggiungete a questo contesto i molti tiri tentati in rapporto agli assist (segno di un inusitato “egoismo”), i pochi falli (solo una volta sopra i 3 nelle ultime 12 gare), e soprattutto il 6-1 dei Rockets, e avrete un quadro che non può che far gongolare JVG.

Kwame Brown
Guardate queste due linee statistiche (parametrate sui 48 minuti):
21.2ppg, 51%fg, 10 ftapg, 13.2 rpg, 1.6blk, 2.2apg
22.3ppg, 48%fg, 4.9 ftapg, 11.6 rpg, 1.8blk, 5.1apg
Non sapendo a chi appartengono, come le valutereste?

Probabilmente arrivereste alla conclusione che si tratta di due giocatori sostanzialmente equivalenti: il secondo è più “all-around” e più giocatore di squadra, ma il primo è più efficace sotto i tabelloni e soprattutto molto più aggressivo (il doppio dei liberi tentati) e con la tendenza a guadagnarsi tiri a più alta percentuale.

A questo punto vi sorprenderà  sapere che la prima linea appartiene a Kwame Brown nel mese di Gennaio, la seconda nientemeno che a Kevin Garnett alla stessa età , ovvero l'attuale miglior giocatore della lega!

Ovviamente nessuno si sogna nemmeno lontanamente di pensare che questi freddi numeri indichino che finalmente Kwame è uscito dal bozzolo, avviandosi a ripercorrere le orme di colui che per la lega è stato una “Revolution”; una dozzina di partite non è un campione statisticamente significativo, e i tremendi dubbi sul futuro della prima scelta assoluta rimangono sempre quelli: mani piccole e deboli rispetto al fisico ed al suo ruolo, movimenti di bellezza abbacinante ma accoppiati ad una pessima efficacia nel concludere (anche a pochi centimetri dal ferro), comprensione del gioco e della partita vicina allo zero assoluto, oltre alla sua ormai proverbiale capacità  di sembrare un clamoroso campione in una manciata di azioni ed un brocco irrecuperabile a distanza di pochissimi minuti.

Però, per la prima volta da quando ha messo piede in questa lega, sta mostrando un abbozzo di continuità  di rendimento: con l'anno nuovo, da quando gioca i minuti di un titolare (ed è partito in quintetto ben nove volte in Gennaio), è andato nove volte su dieci sopra ai 10 punti e sette volte su dieci sopra agli 8 rimbalzi; viaggia a 15 e 8 in 26 minuti nella seconda parte del mese, e quel che più conta è che in questo periodo i pessimi Wizards (4W e 18L fra Dicembre e l'inizio di Gennaio) sono arrivati ad un passo dal 50% di vittorie (4W e 5L da allora, battendo squadre quotate come Sonics e Pacers).

Nessuno ha il coraggio di confidare troppo nel fatto che, finalmente, la più grande scommessa di un giocatore d'azzardo abituale come MJ sia destinata a pagare dei dividendi: tutti si aspettano un rapido ed improvviso crollo nel suo rendimento, il ritorno a lunghi minuti di panchina, l'ennesimo sospirato “cribbio, stavolta sembrava aver voltato pagina sul serio”.
Però sperare non costa nulla, ed è difficile non fare il tifo per lui.

————-

RIMANDATI

Speedy Claxton
E' stato l'eroe inatteso degli scorsi playoffs, il vero playmaker della squadra che ha vinto il titolo NBA, e all'improvviso da gregario di lusso si è trovato ad essere molto ambito nel mercato dei FA. I Warriors sono riusciti ad assicurarsi i suoi servigi rimpinguando notevolmente il suo portafoglio, ma la prima parte della stagione è stata negativa: 8 punti, meno di 4 assist, percentuali grigie dal campo (attorno al 43%) e angoscianti dalla distanza (16% nei primi tre mesi), la sensazione di avere tra le mani l'ennesimo giocatore che azzecca il mese della vita e lo sfrutta oltre alle sue capacità , portandosi a casa un contratto superiore ai suoi meriti.

Da metà  Gennaio invece la sua stagione ha subito un drastico cambiamento di direzione; anche grazie ai problemi fisici e all'incostanza di Van Exel, la fiducia di Musselman nei suoi confronti e di conseguenza il minutaggio sono drasticamente aumentati, ed il rendimento è lievitato con essi: nelle ultime 7 gare giocate ha sempre giocato almeno 30 minuti e sempre segnato più di 10 punti, viaggia a poco meno di 15 punti e 7 assist di media, cui aggiunge 2.8 palle rubate e ben 4.5 rimbalzi (si parla sempre di uno sotto al metro e 80).

La cosa più importante è che in questo periodo, sotto la sua guida, i Warriors sembrano lentamente scrollarsi di dosso l'abulìa che li aveva colti fra Dicembre e la prima parte di Gennaio, che sembrava aver rovinato irrimediabilmente uno splendido inizio di stagione.

Slava Medvedenko
E' stato il miglior giocatore dei Lakers delle ultime due settimane, viaggiando a 18 punti e 8.8 rimbalzi in 40' di media; roba da raccontare ai nipotini, una gioia indicibile per un giocatore che sembrava destinato ad una onesta carriera da nono-decimo uomo, e che si è invece ritrovato improvvisamente gettato nella mischia come seconda opzione della squadra dopo il tremendo Gennaio dei Lakers, che hanno perso in un colpo solo Malone, O'Neal, Bryant e Horace Grant.

Non ha potuto fare molto per la propria squadra (2-5 nelle ultime partite), non è diventato all'improvviso un campione e non lo diventerà  mai, visto che con l'aumentare dei minuti è aumentata la sua visibilità  ma anche la conoscenza dei suoi difetti congeniti ed ineliminabili. Però quantomeno ha sfruttato al meglio l'occasione che il fato gli ha fornito, e probabilmente si è guadagnato qualche minuto in più nella rotazione dei lunghi gialloviola, anche quando torneranno i pezzi da novanta.

Marko Jaric
Che giudizio dare alla stagione del talentuoso play serbo? Dopo una incoraggiante annata d'esordio sembrava che il futuro dei Clippers fosse nelle sue mani: Miller in viaggio verso il Colorado, Dooling in perenne crisi d'identità , Overton che non può essere un avversario per uno col suo talento. Invece Marko ha vissuto una stagione di clamorosi alti e bassi, ben esemplificata dal suo mese di Gennaio, caratterizzato da “mini-striscie” alternativamente ottime e disastrose.

Nelle prime 4 gare 6ppg, 30% dal campo, 4apg, 1rpg e ben 3topg.
Nelle successive 4 la reazione: 15ppg, 52% dal campo, 7.4apg, 4rpg e 2.8spg.
Altro giro, altro regalo, con un crollo nelle 5 gare seguenti: di nuovo 6ppg, 32% dal campo, 3apg, 1rpg.

Il talento per poter essere un giocatore importante anche da questo lato dell'Oceano c'è, e si sapeva. Ma per un playmaker titolare questa costante inaffidabilità  (se mi passate l'ossimoro) è inaccettabile; se non cambia registro è facile che venga definitivamente bollato come “combo guard, buona al massimo come cambio delle guardie titolari” e si giochi qualunque possibilità  di una carriera di buon livello.

————-

BOCCIATI

Zach Randolph
La prima parte di stagione del ragazzo prodigio da Michigan State ha fatto spalancare gli occhi a tutti gli appassionati ed agli addetti ai lavori: diventato ormai titolare inamovibile e prima opzione della squadra, la sua energia, grinta ed esplosività  gli hanno permesso di mettere assieme numeri da All-Star, soprattutto in Dicembre (25 punti e 12 rimbalzi a partita).
Però nell'NBA poco e niente viene lasciato al caso, e chi gioca da all-star deve aspettarsi di ricevere anche un trattamento da all-star dalle difese avversarie, ed è proprio questo il momento in cui si scremano i grandi campioni dai buonissimi giocatori: al momento non ci sentiamo di dire che Zach abbia superato questa scrematura, visto che il suo rendimento è diminuito (17.8ppg 9.9rpg, 43% dal campo contro il 48% di Dicembre) e soprattutto considerando il fatto che il ragazzo ha mostrato gravissime lacune in quanto a capacità  e voglia di far girare decentemente il pallone quando raddoppiato o triplicato.

Fra i compagni ed il coaching staff si fanno frequenti i mugugni che lo etichettano come un notevole “buco nero”, uno di quei giocatori che calamitano molti palloni ma te ne rendono indietro pochissimi; ora come ora è l'unico giocatore del roster in smantellanto sicuro di avere il posto in squadra per la prossima stagione e per gli anni a venire, ma i vantaggi di avere un giocatore determinante in post basso rischiano di venire in gran parte vanificati se non vengono messi al servizio della squadra, e servono solo a gonfiare le statistiche personali. Nel frattempo i Blazers sono 3-9 in Dicembre, in caduta libera e con poca luce all'orizzonte.

Paul Pierce
Anche i più grandi possono incappare in un periodaccio, e questo indubbiamente lo è per PSquare: nelle ultime 8 partite non è mai riuscito a toccare i 30 punti, tira col 32% dal campo e il 28% da tre, ha praticamente tanti assist quante palle perse, e quel che è peggio è che nelle ultime partite i Celtics sono 2-5 (grazie a due vittorie non proprio brillanti contro Heat e Wizards). Il tutto è stato aggravato da un infortunio alla mano sinistra, dall'assenza di qualcuno in grado di assumersi maggiori responsabilità  durante le difficoltà  del proprio capitano, e dalla “crisi” di coach O'Brien.

Fra l'allenatore che ha riportato i Celtics su buoni livelli dopo anni di vacche magre e il GM Ainge non è mai scoppiato un grande amore; ultimamente però le cose sono drasticamente peggiorate, tanto da fargli perdere fiducia e confidenza in se' stesso, inducendolo addirittura alla clamorosa decisione di dimettersi.

Vedremo come si evolveranno le cose, sta di fatto che ora come ora i Celtics sembrano sperduti, allo sbando: è in questi momenti che è necessario che i top-players (e Pierce lo è senza il minimo dubbio) salgano in cattedra e trascinino i propri compagni fuori dalle sabbie mobili.

Etan Thomas
Nella prima parte di stagione il suo rendimento era uno dei pochi motivi di gioia per i tifosi dei Wiz e per coach Jordan: il rasta da Syracuse metteva su solidissimi numeri (nei primi due mesi 11 punti e 8 rimbalzi di media in circa 25' di utilizzo, ma soprattutto 3,5 rimbalzi offensivi a partita!), e sembrava aver finalmente trovato la continuità  e, soprattutto, quel posto da titolare vanamente inseguito per tutta la carriera.

Con l'anno nuovo le cose sono cambiate, il rendimento ha iniziato a scemare e questo ha spinto il coach a dare più fiducia ai più giovani, più talentuosi e ancor più incostanti Haywood e Brown: è stato l'inizio della fine per Etan, visto che i due di cui sopra hanno risposto alla grandissima, relegandolo ad un ruolo marginale: in Gennaio poco più di 6 punti e 5 rimbalzi di media (con un pessimo 39% dal campo) in 21' di gioco, e la sensazione di aver perso l'ennesimo treno per uscire dal limbo.

Scott-Kidd-Thorn… insomma, i Nets
Byron Scott è stato licenziato, la sua avventura nel New Jersey è finita in modo inglorioso, e non ci si può esimere da un giudizio complessivamente negativo di tutta la vicenda, e di tutti i protagonisti che l'hanno caratterizzata:

Kidd è il miglior playmaker della lega, ma la sua figura di leader e di uomo-squadra esce profondamente infangata da questa vicenda; lasciate perdere la sua fama di “ammazza-allenatori”, lasciate perdere le polemiche infinite dopo i suoi urlacci nello spogliatoio, considerate soltanto che il suo rendimento nelle ultime due settimane è stato insufficiente: 13ppg, 9apg, 4topg, 32% dal campo, non certo il rendimento che ci si attende dal leader di una squadra che sta andando sotto e ha bisogno di essere sferzata e trascinata verso una reazione d'orgoglio. Sembra piuttosto l'atteggiamento di chi ha deciso di dare una “spallata” al suo allenatore, ha tutta l'aria dell'ammutinamento del primo ufficiale nei confronti del mai amato capitano.

Che dire di Thorn, colui che fisicamente ha schiacciato il pulsante “eject”? La versione ufficiale dice che la decisione è stata interamente sua, che il licenziamento è dovuto solo e soltanto alla brutta stagione dei Nets e non alle richieste di Kidd e Martin, e nemmeno a qualche sussurro proveniente dalla nuova dirigenza: è falso, perchè tutti sanno che è da Febbraio che Kidd gli rema contro, ed è inverosimile che i nuovi padroni del vapore non abbiano detto la loro.

Questo però non vuol dire che il GM sia innocente; se il problema dei Nets è Scott, lo era già  questa estate: perchè non licenziarlo allora? Perchè fingere di dargli fiducia e aspettare che mettesse un piede in fallo (magari con l'aiuto di qualche spallata di cui sopra) per cercare di coprirsi le spalle, giustificando con motivazioni tecniche una vicenda che affonda le proprie radici in tutt'altre questioni?

Non resta che parlare del protagonista della vicenda, ovvero lo stesso Scott, e il giudizio è quanto mai arduo da pronunciarsi; in questi anni ai Nets, escludendo la stagione d'esordio (falcidiata dagli infortuni), il suo ruolino di marcia è strabiliante: 123 vittorie, 83 sconfitte, due viaggi consecutivi alle Finals, un dominio incontrastato sulla Eastern Conference e la inevitabile osservazione che tutte le serie di playoffs che la sua squadra aeva la possibilità  di vincere, le ha vinte; il tutto alla guida di una franchigia che è sempre stata uno degli zimbelli della lega.
Non si sta parlando di giudizi opinabili e personali, questi sono dati di fatto che testimoniano successi incontrovertibili.

Poi però c'è il rovescio della medaglia: un allenatore che le malelingue hanno sempre dipinto come molto poco a suo agio con gli aspetti strettamente tattici del suo mestiere, un allenatore che si dice debba gran parte delle sue fortune alla presenza al suo fianco di Eddie Jordan: chi suggerisce questa tesi fa notare che senza Jordan il record di Scott è 47-74.

Il punto fondamentale della vicenda resta il fatto che il cancro che ha divorato i Nets dall'interno è stato la mancanza di rispetto dei giocatori-chiave nei confronti dell'allenatore, ovvero il poco rispetto che i leader dello spogliatoio gli hanno tributato ma anche il poco rispetto che lui ha fatto in modo di guadagnarsi: un personaggio che non può essere che definito burbero, chiuso, serioso, di poche parole; difficile da amare in se' e per se', impossibile da amare per una superstar che non lega con nessun addetto ai lavori e qualche giocatore appena discreto che dopo un paio di partite di playoffs ben giocate si è sentito alle soglie della gloria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *