NBA History: ‘The Chief’

'The Chief' in azione con la maglia dei Boston Celtics in una delle innumerevoli sfide con i Lakers

Forse in molti se lo ricorderanno per quel tour europeo che gli Hornets intrapresero nel 1994, toccando anche quella che fino a pochi giorni fa era davvero la nostra Basket City. Alexi Lalas, coreografico difensore made in U.S.A. , e a quei tempi in forza al Padova, introdusse il match con una chitarrina acustica, strimpellando l'inno americano.

Da una parte Abbio, Brunamonti, Danilovic, Morandotti, e dall'altra il team dei vari Muggsy Bogues, Michael Adams ed Hersey Hawkins, orfano per l'occasione delle superstar Alonzo Mourning e Larry Johnson, che seguì dagli spalti la partita.

E se la Buckler allora poteva contare pure sull'esperienza di Augusto "Gus" Binelli, tra gli Hornets si distinse, e non poco, "The Chief", Robert Parish, classe 1953 e doppio zero sulle spalle.

La carriera di costui era, a dire il vero, in dirittura d'arrivo, ma quella che avrebbe di lì a poco cominciato sarebbe stata la diciannovesima stagione sui parquet della NBA, ad un passo dal super-record di Jabbar, di vent'anni di attività .

Che fu raggiunto e superato durante annate nelle quali "il Capo" fu ricordato soprattutto in qualità  di "The teacher", il professore, ma anche come giocatore "giurassico": un nonnetto arzillo, sempre disponibile a dispensare insegnamenti di vita vissuta sotto i tabelloni, a cominciare dai compagni di squadra, tanto che nessuno a Charlotte fece mistero del fatto che con l'arrivo di Parish, Mourning avrebbe certamente tratto qualche nozione non proprio inutile per un centro della sua fisicità .

Parish portava esperienza, carisma e la tecnica dei pivot della vecchia scuola, quella che in tempi recenti abbiamo potuto ammirare, a sprazzi, dai soli Olajuwon, Ewing e David Robinson:dominanti sotto i tabelloni e mortiferi in attacco, con un repertorio che non faceva della schiacciata il punto più forte.

Non certo un girovago Parish, capace di trascorrere a Boston quattordici anni di vita e di pallacanestro, prima di dedicarsi al libero "insegnamento" del mestiere, fatto che l'ha condotto a Charlotte, come noto, e poi a Chicago per l'ultima stagione vincente.

Non la prima, dato che l'età  aurea dei Boston Celtics lo ha visto sempre tra i protagonisti, nella "Big Three" assieme a Larry Bird e Kevin McHale, dei quali all'epoca era già  più anziano. Cinque le finali, tre i titoli ed una Hall of Fame pronta ad accoglierlo proprio in quest'ultimo anno, se non altro per i suoi record di anzianità  e presenze sul campo, oltre che per prestazioni in linea di massima sempre di livello.

Forse messo in ombra da Bird e McHale, colleziona comunque riconoscimenti individuali, leggasi nove All Star Game e un'inclusione in un secondo quintetto(1982) e terzo quintetto(1989), anche se nel finale della propria avventura NBA si concentrò prevalentemente sulle vittorie, suo principale obiettivo, come testimonia il titolo del '97 con i gloriosi Bulls. Palmarès rispettabile dunque, anche se non sugli standard dei due compagni citati poco sopra, con cui formava a detta di molti la migliore front-line nella storia della NBA.

Robert Parish partì da Shreveport, Louisiana, per approdare ad un piccolo college, Centenary. Sempre restìo a parole, caratteristica che si è confermata tra i pro, il ragazzo si mette talmente in mostra da essere scelto, nel 1976, da Golden State al numero 8. Senza brillare per la verità :stagioni da 17 punti e 10/12 rimbalzi non erano affatto sgradite al giovane pivot, che si mostrava però più insofferente ad un ambiente non propriamente vincente.

Qualche sorriso iniziò a farlo solo dopo l'estate 1980, quando venne incluso in una trade per effetto della quale Red Auerbach, ancora nell'organizzazione dei Celtics, se lo portò a Boston insieme al pick numero 3, che fruttò, guarda caso, l'arrivo di McHale. Quanto agli '80 firmati Boston sappiamo già  molto;sono invece da segnalare notevoli cifre nelle stagioni di Parish, che fino al 1990 non scese mai sotto i 15 punti di media ad incontro. Poi un declino lento fino al 1994, e dopo qualche stagione in prossimità  della doppia-doppia le statistiche condussero ai 4 punti e 4 rimbalzi con gli Hornets.

19, 9 e 10, 8 rimbalzi nella stagione '81-'82, 19, 3 e 10, 6 nell'anno seguente e numeri analoghi fino al 1989, ultimo anno da grandissimo protagonista, con l'aggiunta di 12, 6 tabelloni a partita, la sua più alta media di sempre nella specialità .

Integerrimo e pieno di stile nel gioco, un po' meno nella vita privata; si segnalano i quattro figli da tre diverse donne, un'accusa per violenze domestiche da parte della prima moglie ed un po' di marijuana a movimentare le cose, oltre alla sua perfetta, quasi cronica sincronia con l'ora di Boston, con la quale si regolava in qualunque meridiano.

Ed erano cinquant'anni precisi quelli compiuti il 30 di agosto, forse con qualche millimetro in meno rispetto ai 2, 13 ufficialmente riconosciuti dagli albi, cinquant'anni non proprio da buttare per un atleta che è stato incluso nei 50 migliori giocatori di sempre, con 23 mila punti, 1600 partite e tante altre storie significative, per effetto delle quali sarebbe limitativo giudicarne l'operato da un punto di vista meramente numerico o tecnico.

Robert Parish è diventato The Chief nel periodo ai Celtics, quando Cedric Maxwell, suo compagno di squadra, notò la somiglianza del pivot con "chief Bromden", quel Will Sampson protagonista, con Nicholson, di "Qualcuno volò sul nido del cuculo". Fu sempre Robert Parish, in un All Star Game, ad esortare il coach a far divertire i giovani al suo posto, dopo che lo stesso allenatore gli aveva chiesto per quanti minuti volesse giocare.

Infine è ancora lui ad essere cugino di quel Jevon Crudup ex pivot di Trieste"

Nel basket degli atleti degli '80 e dei '90, l'esile centro si è distinto, anche in fatto di cuore. Non è un caso che due delle sue più celebri dichiarazioni di fine carriera riconducano a questo bizzarro muscolo involontario. Frasi intense, quasi da diario. Quando se ne andò, dapprima da Boston, e poi dal basket giocato.

Perché non solo disse che era decisamente ora (“I think it's time, I know in my heart that it's time to walk away”), ma rese poi pubblico il motivo essenziale del suo amore per la pallacanestro. E ci piace pensare che non siano solo americanate.

"I will always be a Celtic at heart. That's where my career took off".

Robert Parish, Boston Celtics.

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